Leonardo Sciascia ha denunciato dalle pagine di quotidiani e settimanali italiani la realtà sulla mafia. Lo scrittore, prendendo spunto da diversi fatti di cronaca, è stato tra i primi a sottoporre all'opinione pubblica il fenomeno mafioso in termini concreti, non come fatto eversivo dell'ordine costituito bensì come sistema parallelo e speculare rispetto allo Stato e alle sue leggi. Senza temere di scuotere gli animi più conformisti, ha rotto in questo modo il silenzio che uomini e istituzioni mantenevano rigorosamente su tale annoso problema.
RISVOLTO Molto infastidiva Sciascia l'essere considerato un «mafiologo»: «Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone» diceva. Così come lo infastidiva quell'«intuizione di letterato» che, nel migliore dei casi, gli veniva attribuita allorché scagliava taglienti ed eretiche verità contro il «folclore tenebroso» in cui venivano di solito assunti i fatti di mafia. Tirare il collo alla retorica e alla mistificazione, questo gli premeva. E regolarmente i suoi articoli scatenavano furenti polemiche – se non l'accusa, infamante, di fare «il gioco della mafia». Sicché non gli restava che citare l'amato Savinio: «avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza». Il fatto è – come dimostrano gli interventi qui radunati, fra cui quello sui ‘professionisti dell’antimafia’ – che Sciascia è lo scrittore italiano cui più che a ogni altro si attaglia l’aggettivo «scomodo»: che prenda posizione sulla morte di Calvi o sull'assassinio del generale Dalla Chiesa o sul caso Tortora o sul maxiprocesso di Palermo e sulle testimonianze di Buscetta e Contorno o, infine, sul rischio che l'antimafia si trasformi in strumento di potere, non potremo che riconoscere fino a che a punto sia rimasto fedele alla definizione che nel 1977 dava dell'intellettuale: «uno che esercita nella società civile ... la funzione di capire i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili. La funzione, insomma, che l'intelligenza, unita a una somma di conoscenze e mossa – principalmente e insopprimibilmente – dall'amore alla verità, gli consentono di svolgere».
«Quando io andavo a scuola, e la scuola già appariva abbastanza malandata (ma davvero c’è stato un tempo in cui andava bene?), si raccontava l’aneddoto di quella commissione d’esami in cui, interrogato in storia, il candidato dice a un certo punto: «i galli hanno sceso per le Alpi». Al che il professore di lettere dolcemente osserva: “se si potrebbe dire”, così suscitando l’indignazione del presidente, che esclama: “dove abbiamo giunto”». Anche la questione linguistica, come sostiene Salvatore Silvano Nigro nella sua bella recensione, faceva e continua a far parte della questione civile. http://www.prodel.it/rabatana/?p=5763524
Articoli apparsi tra il 1979 ed il 1980 sull'Espresso, Corriere della Sera, La Stampa, con la mafia come tema principale, ma con divagazioni gustosissime sulla letteratura, storia, folklore della Sicilia, ma anche polemiche durissime contro i professionisti dell'antimafia (duro da digerire, e controcorrente, lo Sciascia polemico con Coordinamento antimafia) . In ultimo chiude con un articolo apparso sulla Stampa dell'11 novembre 1988, che commemora la morte di Renato Candida, generale dei carabinieri in pensione e amico carissimo di Sciascia che gli ispirò il personaggio del capitano Bellodi in "Il giorno della civetta". "Non solo per Il giorno della civetta, ma per ogni mio racconto in cui c'è il personaggio di un investigatore, la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentati alla memoria, all'immaginazione".
A futura memoria una raccolta di articoli firmati dalla penna onesta e pungente di Sciascia su mafia ed antimafia. Ricca di spunti senza tempo e riflessioni audaci sul tema dell’amministrazione della giustizia, sulla bagarre giornalistiche e politiche, su fatti di cronaca del nostro tempo.
Mai una voce facile, soprattutto in questo decennio (1979-1988) che capì meglio dei suoi compagni di partito, LS. I temi diretti affrontati da questa raccolta sono la mafia, la collusione con la politica, la storia dei pregiudizi sulla presunta efficienza fascista contro la mafia e sui professionisti dell’antimafia. Sciascia non ha mai fatto sconti e in uno stato così affezionato alla retorica e freddo verso la comprensione dell’ipotassi non poteva che essere travisato da firme come Bocca, Riotta di altri tempi. Fortunatamente rimangono le analisi e la lucidità di queste, insieme alla speranza che anche l’attenzione a temi come l’educazione siano recepiti davvero. Non di giornate e lustrini abbiamo bisogno, diceva questo immenso Siciliano, ma anche umilmente soltanto di far leggere una trentina di pagine di Mack Smith agli studenti. E di Sciascia, direi, oggi che anche dai consigli di lettura del biennio sembra dimenticato.
Con su obra repartida entre dos colecciones, andanzas y fábulas, no cabe duda de que Leonardo Sciascia es uno de los nombres mayores del catálogo de Tusquets. Tanto es así que la editorial se ha animado a publicar un conjunto de artículos publicados en prensa entre 1979 y 1988, un año antes de su muerte. En esos diez años que abarca el libro, el paisaje evoluciona -muchos de los artículos tendrán como fondo el conocido maxiproceso que, desarrollado en Palermo, juzgó una multitud de delitos ligados a las actividades mafiosas-, cambian algunos de sus actores, pero se mantiene el mismo protagonista: el amor por la verdad. Cultivar la verdad es, para Sciascia, otra manera de proteger una razón en peligro continuo de exclusión. También interrogar al presente, detectar sus inconsistencias y denunciar sus irregularidades, ya sean las del poder judicial o las del poder político.
Si hay dos elementos que describen la obra de Sciascia estos son su pasión por desmenuzar, hasta las últimas consecuencias, cada una de las tramas en las que sumerge a los personajes y el implacable sentimiento de que la verdad es cada vez más relativa. Así concluía su novela Un historia sencilla, donde hasta la evidencia más palmaria de un crimen terminaba evaporada, indefensa, ante la lógica de la sinrazón. En su versión periodística, Sciascia no solo busca la verdad, sino que también la defiende. Así, no son pocos los artículos en los que su objetivo consiste en mostrar las insuficiencias de los procesos contra la mafia, tanto judiciales como políticos. A veces, arremete contra el maquillaje moral y publicitario de las grandes causas contra criminales, donde no se termina de ver claramente los motivos y las penas; en otros casos, cuestiona el método de matar moscas a cañonazos, en el que la acción judicial pasea superficialmente su fuerza por una estructura criminal cada vez más imbricada en la sociedad, alejada de aquellos inicios rurales.
Uno de los aspectos más interesantes de Para una memoria futura radica en la paciencia con la que Sciascia trata a cada tema y a cada figura pública, que se extiende durante varios artículos. Así sucede con el asesinato del General Dalla Chiesa, prefecto de Palermo tiroteado en 1982, donde Sciascia discute la estrategia contra la mafia y el perfil público que se le concede a Dalla Chiesa, famoso por rechazar protección policial, tras su homicidio. La polémica abarcará un enfrentamiento con el hijo del General y los ataques por parte de diversos sectores de la prensa. Sin embargo, la escritura de Sciascia siempre acude a la raíz, al origen de la gangrena y no al método para extirparla. Así, sus artículos parten del principio para reflejar cómo la ineficacia ha azuzado el crecimiento del problema. Tal y como señala en su novela El día de la lechuza «cuando se empieza a luchar contra las mafias regionales es porque se ha instalado una nacional».
Para Sciascia lo fundamental está en desvelar el proceso y sus causas, es decir, el mal hábito que se expande alrededor de las formas jurídicas. Si en un artículo utiliza como símil la predilección del lector por la mala novela de trama estúpida en lugar de una buena historia de suspense, en otro ataca al Consejo del Poder Judicial a la hora de convertir las causas contra la mafia en una rampa para el crecimiento profesional en la judicatura. Así hasta el punto de denunciar cómo la pretendida antimafia genera un refuerzo, y no un rechazo, sobre los diferentes núcleos criminales del país. El poder, ya sea político o policial, no admite duda, crítica o consejo, por lo que para Sciascia comienza a adquirir vicios parecidos a los de sus enemigos.
En uno de los textos, se cuenta la anécdota de la relación que mantuvieron Voltaire y Casanova. Donde este último dejó escrito que le había dado una lección al francés, Voltaire simplemente anotó que cierto día conoció a un payaso italiano. Este pequeño relato es, como tantos otros, un punto en la obsesiva tarea de Sciascia para desenmascarar las inconsistencias en el proceso, la falta de pudor y, sobre todo, la falta de verdad, que transforman una payasada en una lección de maestría. Una forma de actuar, por cierto, que Sciascia relacionará en un maravilloso texto con el dibujo que hace Anatole France de Poncio Pilatos en El procurador de Judea. Porque, al final, más allá de las víctimas en la guerra contra la mafia, el auténtico asesinato es el que se lleva a cabo silenciosamente sobre la verdad y sus formas.
La Italia de Leonardo Sciascia es la misma que la de Alberto Savinio, Pasolini o Indro Montanelli, esto es, la de un cuestionamiento crítico que nunca se agota, por mucho que el único camino posible sea la derrota. Si Para una memoria futura se inicia con la muerte de Roberto Calvi, el banquero de Dios, sobre la que penderá si fue un suicidio o un asesinato, Sciascia decide concluirlo con el fallecimiento de Renato Candida. Candida representa para el autor el oficial íntegro que, desde el cuerpo de carabineros, hizo su trabajo para aplacar la mafia hasta que lo trasladaron a Turín, alejándolo del ecosistema siciliano. Candida no solo fue amigo de Sciascia, sino también fuente de inspiración para moldear a los personajes de sus ficciones, tan preocupados por esa búsqueda de verdad como conscientes de su imposibilidad material. Como en Un historia sencilla, el recorrido periodístico termina de manera abrupta, provisional, con la figura de un profesional íntegro como ejemplo de esa verdad que nunca hay que dejar de conquistar. En ella se encuentra la posibilidad de una memoria futura.
El libro reúne artículos publicados en diarios donde expresa su opinion sobre la mafia y la antimafia, como critica a las dos y siendo siciliano, fue acusado de apoyar a la mafia, cuando el advertía de los peligrosos de una lucha contra ellos sino se sujetaban a un marco legal que evitara excesos.
Habla de casos específicos que sucedieron en italia pero que sin conocer el contexto no se entienden bien
In questo volume è raccolta la produzione giornalistica di Leonardo Sciascia in tema di mafia e gestione della giustizia e del fenomeno dei pentiti. Vi si trovano articoli dedicati al Caso Tortora, al maxiprocesso a Cosa Nostra fino all'articolo che, uscito ad inizio 1987, sul "Corriere della Sera", sotto il titolo, non scelto dall'autore de "I professionisti dell'antimafia" provocò una serie di reazioni sconclusionate da parte di tutti i veri e presunti tutori dell'antimafia e degli eroi dell'antimafia. Leggendo l'articolo di Sciascia non si ravvisa alcun intento di ledere alla dignità né all'onorabilità dell'antimafia in generale né di quanti erano impegnati, in qualità di magistrati, nel contrasto alla criminalità organizzata ma i detrattori del giornalista e scrittore siciliano hanno dato fuoco alle polveri del proprio livore e del proprio astio sparando ad alzo zero su uno degli intellettuali italiani, anche se a lui questa definizione non sarebbe piaciuta ma tant'è, che più si è battuto per portare in luce e osteggiare quel fenomeno criminale. Un volume molto interessante per approfondire la conoscenza di Leonardo Sciascia, oltre che come autore di romanzi, saggi e racconti, anche come giornalista di valore e, proprio in quanto di valore, spesso scomodo per coloro che erano usi accodarsi al comune sentire.