"L'ingresso nella nostra cultura del pensiero francese; i progressi della scienza che mirava con un impetuoso colpevole entusiasmo a demolire le credenze nell'irreale che era tanta parte della nostra vita; e infine i provvedimenti di Santa Chiesa che mettevano in guardia i fedeli contro questi <>, tutto questo complesso di motivi [...] infliggevano un grosso colpo a quella innocente masnada". Così scrive Anna Maria Ortese nel suo volumetto dal titolo "Il Monaciello di Napoli", apparso per la prima volta in varie puntate nel 1940 sul mensile <> e, a seguire, fra il '41 e il '42, "Il Fantasma". Due simboli di un passato soffocato, come lascia intendere la stessa Ortese, dall'arroganza razionalistico-illuminista prima, positivistico-scientista poi e non ultimo da una certa Chiesa istituzionale postunitaria che per molto tempo ha teso a demonizzare tutto ciò che di veramente spirituale si conservava nelle cosiddette culture "subalterne". E così i monacelli, gli spiriti della notte, i fantasmi e tutta una serie di figure che tormentavano e consolavano l'uomo sono di colpo spariti, lasciando spazio al nostro disilluso, piatto e inconsolabile vivere. Nonostante ciò, negli anni '40, in pieno regime fascista, una scrittrice dalla prosa finissima riesce a farsi bambina, forse anche per sfuggire all'orrore di quel triste periodo storico, e ritrova nell'armadio dei suoi pensieri, ben nascosto al mondo, il dispettoso monaciello Nicola al quale lei faceva da madre, o tale voleva sentirsi, accudendo amorevolmente l'indomito lare, in una casa enorme, infestata anche dalla presenza di alcuni fantasmi, come quello dello zio Alberto, morto di tifo durante la Prima Guerra Mondiale, ma soprattutto morto di un amore non corrisposto che, però, gli fece partorire nella tomba due figli, morti anch'essi come lui: Ines, la piccola sognatrice, che attendeva da decenni ormai la nascita del suo sposo re, ed Ariele, il musicista <<...generato dalla divina Madre il cui linguaggio non ha risposta>>. L'autrice, come una nonna d'altri tempi, narrando al nipotino immaginario le oniroidi vicende vissute nella dimora paterna quando era quasi un'adolescente e già orfana di madre, conduce il lettore in un mondo perduto e lontano, di cui lei avverte ancora il bisogno narrativo e invita tra le righe gli altri a riguadagnarlo, per non rischiare di perdersi nell'arido intellettualismo scientista che affliggeva l'uomo del suo tempo ed ancor più quello del nostro tempo, privo com'è di ogni forma di vitalismo demoniaco (in senso socratico s'intende) che possa indurlo a meravigliarsi di tutto e a consolarsi con gli spettri del proprio orizzonte interiore, anziché fuggirli quando la realtà gli riesce ostile, perchè non muoia vivendo, ma impari a vivere sognando. Per fortuna dalle mie parti qualcuno ancora li vede i monacielli e continua ancora a sognare i morti.
Raffaele