Austrian writer Hugo von Hofmannsthal established his reputation with lyric poems and a number of plays, including Yesterday (1891) and Death and the Fool (1893).
This Austrian novelist, librettist, poet, dramatist, narrator, and essayist flourished.
"(...)neste mundo há todo o tipo de pessoas, e cada qual tem de decidir por si próprio o que mais lhe convém."
A última vez que me senti assim confusa foi após uma direta de 48 horas. Dispenso repetir a experiência. Dado que se trata de uma obra inacabada, nunca ia chegar ao fim de qualquer das formas...
Schade, dass der Roman Fragment geblieben ist. In der Manier des Bildungsromans wird die Geschichte von der Reise eines jungen Österreichers nach Venedig erzählt. Eine traumhaft, mysteriöse Stimmung grundiert die Handlung, voller unterschwelliger erotischer Symbolik und psychologischer Motive. Da nur eine Teilversion eines Anfangs ausgearbeitet vorliegt und der Rest lediglich aus Entwurfsnotizen besteht, fällt das Fazit naturgemäß etwas unbefriedigend aus. Es bleibt die Ahnung von der möglichen Qualität des potenziellen Ganzen. Hofmannsthal hat vermutlich die eigene Courage verlassen, angesichts dessen, was er bei seiner Arbeit zu Tage gefördert hat.
Nessun maggior dolor che ricordarsi del tempo felice – nella miseria.
(Es gibt keinen größeren Schmerz als die Erinnerung an die glückliche Zeit - im Elend.)
Hofmannsthal is a strange character: in some regards he seems very familiar, a belated fin-de-siecle author, with an austrian twist but when you look at his whole oeuvre he seems to be moving backward into history, or maybe sideways. Andreas is probably particularly strange within his corpus for the good reason that it is an unfinished novel. In many regards it gathers a number of those elements that are characteristic of the early fantastical/decadent period: a bourgeois character tormented by insecurities, uncanny resemblances, weird coincidence, whose true nature we are never quite sure about: projections, metaphore or real life, if there is even such a thing? The titular Andreas leaves his parents for his grand tour, but the Bildung quickly turns awry as he is pushed into hiring a man who progressively reveals himself to be a monster. He eventually reaches Venise where most of the remaining planned story take place, but we have for most of it only the author's notes. This is interesting precisely because Hofmannsthal is such an indecisive and fleeting presence. We are granted the chance for our very own genetic analysis, and many of the ideas which would have been suitably obscure in the actual book are explained in straightforward terms, disenchanted in a sense, which renders clearly the whole depth of the Austrian's reflection.
Stefan Zweig in his autobiography 'Yesterday's World' (must read) wouldn't stop talking about the young Hofmannsthal (1874-1929), apparently extremely shy but of unmatched talent and I think he also mentioned Hofmannsthal's only novel 'Andreas'. Anyway, this made me curious enough to check it out.
It's a ride, for sure. Set in 1800s century Austria and Venice, following a sort of adventure of 22 year old Viennese and minor noblemen Andreas (given his late bloomer nature, it's actually a coming of age story, sort of).
I don't know what to make of this dream like story, leaving it to the more educated folks to spend lives on interpreting and re-interpreting this novel and its meaning, defending this or that theory (btw, have a read of this, woke folks!). I take it for what it is (like any art) - an inexplicable wonder.
"Es hat in unsrer Mitte Zauberer und Zauberinnen, aber niemand weiß sie."
A litte bit of an analytical mind wouldn't hurt though: while the title of the novel reads 'a fragment' I was quite surprised (and bummed, frankly) when the novel suddenly ended 😭
Hugo von Hofmannsthal è un classico dimenticato: celebre librettista e autore teatrale, la sua vita è intrecciata a quella di un altro grande artista, il musicista Richard Strauss cui sarà legato da un lungo sodalizio artistico, fatto di tensioni, ma anche di capolavori. Se la sua Elektra è celebre, meno noto, ma per molti un caposaldo della letteratura del Novecento, è questo suo romanzo, “Andrea o I ricongiunti”, libro cui Hofmannsthal si dedicò per più di vent’anni e che pure resta incompiuto.
In una Venezia proteiforme e illusoria, città delle maschere, in uno spazio ariostesco e ingannevole che continuamente accoglie e nutre metamorfosi alchemiche, Andrea, un giovane tedesco, è chiamato al più classico dei viaggi di formazione, a scoprire cioè nel luogo geometrico in cui i destini si incrociano, la sua propria natura. La prima metà del libro, una sessantina di pagine, è quanto di compiuto resta: una scrittura limpida e veloce, di elegante e penetrante acume, in cui i personaggi compaiono e scompaiono in una intricata foresta di simboli. Ecco, l’Andrea è certamente un romanzo di metafore, organizzato su una rigida impalcatura intellettuale e dunque niente di quello che compare è semplice forma, o meglio, nel suo essere soltanto forma “esaurisce il problema”, richiedendo al lettore uno sforzo interpretativo non indifferente. Questa pagine regalano anche una scena di indefinita bellezza in cui due donne, quasi spiriti evanescenti, l’una angelica e l’altra demoniaca, compaiono senza soluzione di continuo ad Andrea, incarnando, nella loro fatua consistenza e inestricabile doppiezza, il tema centrale di questo libro: il continuo trapassare da uno stato all’altro, la necessità di assimilare il negativo per raggiungere la sintesi del positivo. Dove però avrebbe condotto il romanzo, il lettore è costretto a leggerlo nella parte successiva, articolata in frammenti fulminanti e talora di notevole bellezza, e che pure mancano, nella loro inorganicità, la capacità di rendere il romanzo pienamente intellegibile. Neanche gli appunti, sempre frammentari, che seguono nell’edizione italiana, riescono a compensare uno sforzo di lettura che si fa quasi titanico. Quello che si intuisce è che il libro sarebbe dovuto essere non dico mastodontico, ma certo corposo e che solo in seguito si sarebbe arricchito di personaggi enigmatici e di filosofiche profondità. Al centro il quadrilatero costituito da Andrea, il Cavaliere di Malta (intelletto platonico, guida spirituale, super-Io), l’ambigua Maria/Mariquita, angelo apollineo della forma da un lato e forma informe del dionisiaco l’altro e Nina, virginale presenza capace di conciliare corpo e spirito. Ecco tutti questi personaggi non rappresentano forse che emanazioni di Andrea, parti della sua anima, schegge di essere e personalità da riassorbire per raggiungere a più alti livelli di comprensione. A voler vedere lo scopo ultimo del romanzo, l’Andrea è un libro di ascesi mistica che riassume e condensa, se pure in forma disarticolata, la ricerca hofmannsthliana sul senso dell’essere.
Resta da chiedersi perché, nonostante tutti gli anni al libro dedicati, l’autore non sia riuscito a concluderlo. Molti vedono l’incompiutezza dell’Andrea come una cifra di valore dello stesso, così come accade per le ultime sculture di Michelangelo, volutamente non finite. Hofmannsthal non riesce a chiudere il cerchio, non riesce a trovare il linguaggio per dire quanto sarebbe seguito, o almeno non riesce a trovare parole adatte a ricondurre questa sapienza mistica e violenta al placido e semitrasparente fiume della sua prosa. Eppure a me pare che questa incompiutezza pregiudichi, e anche di molto, il gusto della lettura e che questo libro, nel suo simbolismo esasperato e nella sua lucidità così intellettuale, perda la carica emotiva necessaria per essere davvero apprezzabile. E credo anche che l’incompiutezza dell’Andrea sia la spia di una incertezza dell’autore, che forse non aveva raggiunto, lui per primo, piena contezza di quanto era intenzionato a scrivere. Nonostante questo, si intuiscono sia la grandezza dello scrittore e sia l’ambizione del libro e non mi sento dunque di sconsigliarlo, perché altri potrebbero trovare invece, in loro, qualcosa di molto in linea con la ricerca di Andrea e del suo tentativo, titanico, di essere lui stesso lo spazio dei rincongiungimenti di tante parti in un solo spirito. Un plauso alla nota di Gabriella Bemporad all’edizione Adelphi, che non solo traduce divinamente il libro, ma conduce il lettore a una più intima comprensione.
Raamatu esimene pool on psühholoogilise kallakuga romantismi vaimus jutustus noore 18. sajandi Viini aadliku reisist Austriast Veneetsiasse. On pisut seiklusi, pisut armastust, mõned üpriski suurepärased kirjeldused. Ajastule iseloomulikult kirjutab von Hofmannsthal pikkade lausetega ja ilutsevas stiilis, mis muudab tänapäeva inimesele lugemise natuke raskeks. Romaan on jäänud lõpetamata ning raamatu teise poole moodustavad erinevad kavandid samale romaanile. Kahjuks on need plaanid ja fragmendid täiesti mõttetud, tekitades küsimusi lugupeetud tõlkija (Mati Sirkel) mõistuse kohta, et ta sellist paska on eestindanud. Mõtlen, et nendest huvitumiseks peab ilmselt olema kirglik von Hofmannsthali fänn (keda ma ei usu, et Eestis leidub). Minust jäid need lõpuni lugemata (mul on küll aega, aga mitte päris lõputult...).
This was my first time reading an unfinished novel. It left me desperately wishing that it had been finished and that the characters he described in his notes had been introduced sooner. It felt almost wrong to read his notes but I couldn't stop. I wanted to taste every little morsel of the characters that had no time to be introduced. I related so much with Andreas. As a 26 year old female from Southern California I found this pleasantly perplexing and unexpected. Here's my favorite bit:
Pg. 106- "He had crept hungry to the pantry to cut himself a piece of bread; he had pressed the loaf to him, knife in hand, but again and again had cut past the loaf into the void."
Recensione della bravissima Marika (in arte VitaDaLettore) con cui ho letto quest’opera:
“Nella Vienna capitale del declinante impero, la tensione fra il modo lirico e quello mimetico non è affatto estromessa dalla tradizione culturale letteraria: la distinzione di forme liriche che si levano direttamente dal loro significato più profondo ed altre che scaturiscono da un atto imitativo che, nel proprio assenso alla realtà, è essa stessa un gesto eticamente significativo.
In Andrea o i ricongiunti, romanzo incompiuto, Hugo von Hofmannsthal sembra persuadersi fermamente a favore del mimetico. Incoerenza, forse, nell’idea che un autore cerchi di vivere il suo ruolo adottando forme d’arte che permettono al patrimonio di conoscenze in generale di esercitare un’influenza particolarmente forte sul significato della sua opera. La situazione paradossale d’essere allo stesso tempo creatore e creatura del proprio linguaggio è metafisicamente data, per l’artista come per chiunque altro. Ma questa situazione può essere deliberatamente coltivata? Lo stesso Hofmannsthal non era immune da dubbi.
Provato il disagio anche al sol momento di pronunciare le parole spirito, anima o corpo, alla fine del XVIII secolo, il giovane Andrea o Andréas de Ferschengelder si reca nella Venezia di Goldoni, i cui racconti d’amore e morte, spiegati gli incanti, ricordano Le mille e una notte, altri le tradizioni della cavalleria viennese. La Serenissima – uno spazio onirico, più che reale, in cui si celebra il fascino e la seduzione della decadenza – offre al fragile eroe le sue celebrazioni e i suoi giochi tragici, la sua oscurità e il suo splendore, la sua pace lagunare e la sua inquietudine angustiante. Concetti terreni che sfuggono. Parole astratte, che secondo natura la lingua deve usare per esprimere qualsiasi opinione, in cui forse verrebbe dato non solo scrivere ma anche pensare cose mute; svelate forse un giorno a un forestiero sconosciuto.
Così come freccia smussata, ogni tentativo di pronunciare e astrarre il mondo si fa pallido. Senza tradizione non c’è lirica e solo il rapporto con le creazioni previe sembra rendere uno scritto riconoscibile. A Hofmannsthal non è stato necessario manifestarlo. Immersi in una sorta di intossicazione, i personaggi di Romana; Sacramozo, Maria e Mariquita, Zorzi, e gli altri; l’intera esistenza appare loro come una grande unità: tra il mondo spirituale e il mondo fisico non è distinguibile alcuna contraddizione. Ogni esperienza pari all’altra e ciascuno proprio nel mezzo di un’apparenza che tuttavia, a poco a poco va disintegrandosi in parti, e queste in altre ancor più piccole.
Si suggerisce una lettura dei personaggi del romanzo come composti da altre cose. Ma nel processo stesso di affermazione della maschera, l’autore situa costantemente l’io come centro di influenze esterne, come accumulatore transitorio, luogo di utilizzazione. Tutto questo flusso, non cieco alle complessità logiche del pensiero, è visto dal punto in cui arriva, e quel punto, l’io sperimentatore, il sé, è così volutamente insistito.
In tutta l’opera, riconoscibile che il processo di creazione o di espressione è essenzialmente un processo di trasmissione, senso che nasce da un nucleo caratteristico di significato: l’idea che la realtà quotidiana sia in verità un atto creativo, il prodotto di una titanica tensione interna all’individuo, il che implica che il compito di un’opera artistica può essere conservativo, non quello di lacerare la realtà in modo espressionistico ma di sostenerla e renderla traslucida alla sua vera natura come lirica, come allegoria della tradizione, come essa stessa mezzo di atti esistenti che non sono dati alla penna autoriale se non come ragione ed energia di un’attività ora interamente privata. Questo è il carattere di tutta la scrittura di Hofmannsthal. Ed era proprio necessario, allora, portare all’estremo questa tradizionalità tentando di lasciar essere senza mescolarsi, di rinnovare senza libertà personale?
La rivelazione di Hofmannsthal sull’unità armoniosa, sul suo porsi in mezzo ad essa, e improvvisamente lo svanire di un miraggio, la consapevolezza che l’autore non è, come osservatore indifferente, elevato al di sopra della realtà ma dentro esserne parte. Creare una figura drammatica, una figura coinvolta in un’azione, che sia ancora in qualche modo capace di dire la piena verità metafisica in modo chiaro e credibile. Il dilemma essenziale dell’Andrea, distillato in sempre maggiore purezza da tutti questi, è quello della verità e del parlare o formulare la verità – che si pone con l’aspetto metafisico delle opere considerate come un rinnovamento della lirica- che altrimenti sfugge alla nostra attenzione sul drammatico.”
Just over half the book is the finished work for HvH's novel, and the rest are notes of ideas, thoughts, vignettes and so on. I very much enjoyed the finished work: odd, hallucinatory, Venetian gothic, surreal; a tortured soul, oscillating between moments of angst and happiness; between City, and country; between innocence, and evil.
The notes... well, I'm ambivalent. I skipped through some, and no doubt they are interesting, and offer clues to HvH's intentions; but, my experience of any writer's, or artist's working process, is that the end point usually veers away from the starting point. So I'll probably not read to deeply into them; at least, not until I've sat with the the finished work for a while.
Rating: difficult, as it is unfinished, but 7/10 I'll up to 4/5
Intriguing, but unfortunately when taking up this book I was unaware the novel was left unfinished at the author's death so understandably it goes nowhere. Not worth my time, especially as I am unfamiliar with Hofmannsthal and not a fanatical completist with his work like I am with that of certain other writers.
Un libro incompiuto, in realtà appena iniziato, con metà del volume occupata da appunti sparsi e in parte incoerenti che accennano una storia che non sarà mai scritta. Ma quello che c'è è comunque ricco di spunti, dal romanzo di formazione alla novella filosofica morale, il tema del doppio, Goethe e Novalis, la fine dell'impero, e vale comunque la pena leggerlo.
Libro difficile, un mattone nonostante le poco più di 100 pagine. Confusionario, non si capisce molto, troppo intellettuale nelle note e appunti da metà libro in poi. Ovviamente sapevo che era un libro non finito, colpa mia.
Non ci sto che questo sia uno dei grandi romanzi del '900, come afferma la curatrice. No: è irritante che il romanzo sia terminato per un quarto, e il resto siano appunti, ipotesi, idee. Difficili da interpretare, manchevoli di collegamenti, abbozzati nella forma. Questo *poteva* essere uno dei grandi romanzi del '900, ma non lo è. Anche se è di H. che stiamo parlando.