“I miei libri sono mosaici fatti di tante piccole tessere, e ogni tessera è una burla” (Kurt Vonnegut, pagina 5).
Questa di Vonnegut è una raccolta di brevi testi scritti per una rubrica radiofonica in cui l'autore immagina di prestarsi a delle sedute di morte temporanea, improvvisandosi, con l'aiuto del dottor Jack Kevorkian, famoso medico statunitense, promotore dell'eutanasia volontaria e sostenitore del suicidio assistito dei malati terminali, ad “inviato speciale nell'aldilà”. Il format di questi brevissimi testi, già di per sé spassoso ed originale, è, infatti, quello delle “interviste impossibili” a personaggi più o meno celebri, scomparsi più o meno recentemente.
Nel carcere di Huntsville, Texas, nell'edificio adibito all'esecuzione delle iniezioni letali ai condannati a morte, avvengono le esperienze di pre-morte di Vonnegut, dei veri e propri viaggi di andata e ritorno per il Paradiso (l'Inferno, si viene a scoprire, non esiste). Il celebre scrittore può così conoscere San Pietro in persona, ed intervistare ad ogni sua toccata e fuga un (più o meno) famoso ospite dell'aldilà, riportandoci a noi vivi le sue parole: ventuno interviste immaginarie a scrittori, scienziati, personaggi realmente vissuti, donne e uomini, tutti a loro modo straordinari (non sempre con accezione positiva), spesso anche semplicemente nella loro quotidianità. Da Mary D. Ainsworth a Salvatore Biagini, da Birnum Birnum a John Brown, da Roberta Gorsuch Burke a Clarence Darrow, da Eugene Victor Debs a Harold Epstein, da Vivian Hallinan ad Adolf Hitler, da John Wesley Joyce a Frances Keane, da Isaac Newton a Peter Pellegrino, da James Earl Ray a William Shakespeare, da Mary Wollstonecraft Shelley a Philip Strax, da Karla Faye Tucker all'amico e collega Isaac Asimov. Un campionario variegato e ben rappresentativo dell'umanità. Fino all'intervista ad un personaggio ancora vivo: lo scrittore Kilgore Trout, alter ego fittizio dello stesso Vonnegut, onnipresente nelle sue opere.
Tra le interviste più riuscite, segnalo quella a William Shakespeare:
“Mi sono congratulato con lui per tutti gli Oscar che aveva vinto il film Shakespeare in Love, il cui pezzo forte era la sua tragedia Giulietta e Romeo […]. Gli ho chiesto a bruciapelo se aveva scritto lui tutte le tragedie e le poesie che gli sono state attribuite. Quella che noi chiamiamo rosa manterrebbe lo stesso soave profumo anche se avesse un altro nome, ha detto lui […]. Gli ho chiesto se aveva avuto relazioni amorose con uomini oltre che con donne […]. Ma la sua risposta è stata un inno all'amore fra tutte le creature […]. Ciò che scambiammo fu innocenza contro innocenza. Questa dev'essere la pornografia più softcore che io abbia mai sentito” (pagine 58-59).
Quella a Mary Shelley:
“Le ho detto che oggi molte persone ignoranti credono che Frankenstein sia il nome del mostro, e non dello scienziato che lo ha creato. Non sono poi così ignoranti, dopotutto, ha detto lei. Nella mia storia ci sono due mostri, non uno. E uno di essi, lo scienziato, si chiama proprio Frankenstein” (pagina 63).
Infine, quella ad Isaac Asimov:
“Isaac, gli ho detto, tu dovresti essere nel Guinness dei primati. E lui mi ha detto: Per essere immortalato con un gallo di nome Balordo che pesa dieci chili e ha ucciso due gatti? Gli ho chiesto se scriveva ancora, e lui mi ha detto: Sempre! Se non potessi scrivere sempre, questo per me sarebbe l'inferno. La terra, per me, sarebbe stata un inferno, se non avessi potuto scrivere sempre. L'inferno stesso mi riuscirebbe sopportabile, se potessi scrivere sempre […]. Un'ultima domanda, l'ho pregato. A cosa attribuisci la tua incredibile produttività? Isaac Asimov ha risposto con una sola parola: Fuga. Poi ha aggiunto una celebre dichiarazione dell'altrettanto prolifico scrittore francese Jean-Paul Sartre: l'inferno sono gli altri” (pagine 72-73).
Già dall'introduzione dell'autore, dalla scelta dei personaggi intervistati e dalle dichiarazioni riportate, emerge tutta la potenza, la fantasia e l'immaginazione, la brillantezza e la capacità corrosiva della penna di Vonnegut, ma anche tutto il suo più sincero pensiero umanista e libertario.
“Sono un umanista, il che significa, in parte, che ho cercato di comportarmi decorosamente senza pretendere, dopo che sarò morto, né ricompense né castighi […]. Il mio bisnonno Clemens Vonnegut, per esempio, scrisse: se ciò che Gesù era buono, cosa può importare se era Dio o no? Quanto a me, ho scritto: se non fosse per il messaggio di misericordia e di pietà contenuto nel Discorso della Montagna di Gesù, non vorrei essere un essere umano. Preferirei essere un serpente a sonagli” (pagina 23).
Arricchiscono l'opera del sempre buffo e dissacrante Vonnegut, tradotta da Vincenzo Mantovani, una sentita prefazione di Francesco Piccolo ed una nota molto personale di Neil Gaiman. Nel complesso, un'opera minore, certo, ma pur sempre un'opera irresistibile per chi ama questo scrittore, la cui penna è sempre diretta, generosa, sincera, sfacciatamente spassosa e godibile. Un grande autore che sa essere allo stesso tempo divertente e commovente, un veicolo di messaggi importanti ed intelligenti, ben visibili anche quando vengono mascherati da stupidità, conditi qua e là con buone dosi di facezie e di trovate geniali. Dio la benedica, dottor Vonnegut!
“Il primo motivo irresistibile per cui non si può non amare Vonnegut è che lo senti vicino vicino. La prima pagina del primo libro che hai letto di Vonnegut è indimenticabile per questo, perché hai pensato: ma questo è un mio amico” (dalla prefazione di Francesco Piccolo, pagina 6).