Da un lato, c’è quello che i profughi chiamano il game, ovvero il percorso che devono affrontare per arrivare a Trieste dalla Bosnia, dopo aver attraversato innumerevoli altre frontiere lungo la rotta balcanica. Si tratta di una vera e propria lotteria, in cui chi vince ha la possibilità di ricominciare una nuova vita in Europa, ma chi perde – e si tratta della maggior parte delle persone in viaggio – viene picchiato, umiliato, derubato e mandato indietro dalla polizia croata o da quella slovena.
Costretto a ricominciare tutto daccapo, insomma, a “ripassare dal via”, un po’ come nel Monopoli, se non fosse che tutto questo avviene sulla pelle di persone in carne ed ossa le cui richieste d’asilo, secondo il diritto internazionale, dovrebbero essere valutate una ad una, e che invece vengono respinte per garantire l’impermeabilità della “Fortezza Europa”. Una roccaforte nella quale i Paesi europei hanno deciso di barricarsi a tutti i costi, procedendo alla cosiddetta esternalizzazione delle frontiere attraverso gli accordi tra Unione Europea e Turchia, tra Italia e Libia, tra Italia e Tunisia, tra Spagna e Marocco, spendendo cifre vertiginosamente alte che avrebbero potuto piuttosto essere utilizzate per costruire un sistema di accoglienza efficiente tra i ventisette Paesi membri.
Tutto questo, senza minimamente badare al rispetto dei diritti umani ed esponendosi allo stesso tempo al ricatto di governi come quello turco, pronto di tanto in tanto ad aprire i rubinetti delle migrazioni e ad utilizzare le persone in viaggio come arma per fare pressione sull’Unione Europea ed ottenere ciò che vuole.
Dall’altro lato, dunque, c’è il gioco sporco dei governi, che vedono le persone migranti come semplici pedine, oppure come un problema da nascondere sotto il tappeto. Motivo per cui, con i soldi dell’Unione Europea, da una parte vengono costruiti campi profughi simili a centri di detenzione in cui le persone in movimento vengono isolate dai centri abitati e abbandonate in condizioni disumane anche per anni, e dall’altra si finanziano Paesi come la Croazia, poi premiata per lo zelo con cui la sua polizia continua a respingere violentemente i migranti in Bosnia attraverso la sua ammissione all’interno dell’area Schengen.
La rotta balcanica è, insomma, un inferno fatto di sentieri impervi, inverni rigidi, violenze da parte della polizia, che disegna croci con la vernice sulle teste appena rasate dei migranti e si accanisce con i manganelli sui piedi delle persone in viaggio, per impedire loro di ritentare il game dopo essere state respinte illegalmente in Bosnia.
Un inferno che può ricominciare daccapo anche quando si pensa di essersi ormai lasciati tutto questo alle spalle, perché anche una volta arrivati a Trieste è possibile che la polizia italiana intercetti i migranti, ignori le loro richieste di protezione internazionale e dia inizio a respingimenti a catena che dalla Slovenia porteranno quelle stesse persone, nel giro di poche ore, nuovamente in Bosnia. Un inferno che Valerio Nicolosi riesce a raccontare come soltanto chi lo ha vissuto potrebbe mai fare, svelando i volti che si celano dietro ciò che i governi considerano soltanto come un problema da nascondere o come carne da macello per i propri giochi politici, e insegnandoci l’importanza di «stare dove bisogna stare», «perché c’è sempre un luogo dove una crisi umanitaria si sta consumando, dove le violazioni dei diritti umani sono costanti».
Nicolosi ha scelto di stare «in quei non luoghi chiamati confini, frontiere, punti di transito dove il colore di un passaporto, un timbro o qualche migliaio di euro possono fare la differenza tra chi passa legalmente, chi illegalmente e chi non passa se non rischiando la vita lungo qualche sentiero di montagna, attraverso il mare o un fiume»; ha scelto di stare in mezzo all’inferno del Mediterraneo centrale e poi della rotta balcanica, per raccontare ciò che ogni giorno le persone che cercano di raggiungere l’Europa sono costrette a subire, per denunciare le responsabilità dei governi europei e cercare, con la solidarietà, di far sì che le storie delle persone in movimento possano avere un epilogo diverso, positivo.
Perché è vero, come diceva Calvino, che «l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti (ed è la strada che hanno deciso di percorrere i governi europei): accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
#fightfortresseurope