Torino e due città, due fasi della vita di Emilio Viotti, ragazzo di buona famiglia torinese combattuto tra il conformismo borghese e la curiosità per l’ambiente artistico e operaio. Piero, l’amico proletario, e Veve, figlia di un tranviere, lo salvano dalla solitudine e da studi che non lo appassionano, ma Emilio li abbandona entrambi andando a Roma per laurearsi. Lì il matrimonio senza amore con Elena gli apre le porte della carriera cinematografica e gli fa ritrovare Piero, divenuto apprezzato direttore della fotografia. Verso la fine della guerra Piero si ammala di una malattia incurabile ed Emilio lo perde una seconda volta. Condotta tradizionalmente in terza persona, questa storia descrive nel dettaglio fondali, oggetti, tramonti, profumi che sembrano provenire da memorie proustiane. Se Torino e i dintorni piemontesi sono fin dall’inizio la memoria dell’innocenza, l’illusione di una felicità perduta, Roma è la perdita di questa innocenza, il disfacimento che si sconta giorno dopo giorno vivendo.
Nato a Torino nel 1906, spentosi a Tellaro (La Spezia) nel 1999, studia in un collegio di gesuiti e si laurea in lettere nella città natale con una tesi di storia dell’arte. Esordisce nella scrittura con la commedia “Pilato” (1924), ma s’impone all’ attenzione della critica soltanto con i racconti di “Salmace” (1929): non mancano, tuttavia, riserve da parte di prestigiosi recensori - quali Giuseppe A. Borgese ed Eugenio Montale - sui temi affrontati in almeno un paio di occasioni (la novella che dà il titolo alla raccolta e “Scenario”, ambedue di argomento omosessuale). Nel 1929, su invito di Prezzolini, si reca a New York, ove resta sino al ‘31; dal suo soggiorno come insegnante alla Columbia University nasce “America primo amore” (1935), diario narrativo di straordinaria felicità, all’inizio pubblicato su "Il Lavoro" di Genova. Frattanto, inizia ad accostarsi al cinematografo, l’altra passione della sua esistenza, collaborando a varie sceneggiature, segnatamente per pellicole del suo amico Mario Camerini (da “Gli uomini, che mascalzoni!” a “Il signor Max”). Nel 1937 licenzia, con “La verità sul caso Motta”, uno dei suoi libri migliori, muovendosi con abilità tra i registri del mistero e del grottesco; nel 1940 dirige, adattando per lo schermo “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro, uno tra i suoifilm più suggestivi, che lo conferma anche nel cinema come “un romanziere dell’Ottocento con l’anima d’uno scrittore del Novecento” (C.Garboli). Le sue pellicole maggiormente significative - con l’eccezione di “Fuga in Francia” (1948), tra impegno sociale e neorealismo - sono trasposizioni di romanzi (“Malombra”, 1942, da Fogazzaro; “La provinciale”, 1952, da Moravia). E’ tuttavia l’attività di scrittore quella cui si dedica con continuità, avendo abbandonato nel ‘59 la regia. Ad interessarlo è il tema del peccato: derivante dalla sua formazione cattolica, è affrontato tuttavia con levità in virtù di un’intelligenza puntuta, vigile, ironica, che gli consente di descrivere i propri personaggi senza gravarli d’un giudizio moralistico. Così è, ad esempio, in due tra i suoi lavori più celebrati, “Le lettere da Capri” (1953) e “La sposa americana” (1978), storie d’adulterio scritte ad un quarto di secolo di distanza l’una dall’altra e contraddistinte da un talento narrativo inossidabile. Ma c’è, per soprammercato, un Soldati amante del “giallo” e propenso alla bonomia, quello de “I racconti del maresciallo” (1967), intrighi polizieschi - che sono innanzitutto ritratti della “più quotidiana provincia italiana, opaca e furba nella sua domestica banalità” (S.S.Nigro) - resi popolari dalla bella serie televisiva diretta da Mario Landi nel 1968. Cos’altro? Bisogna ricordare almeno i tre romanzi brevi di “A cena col commendatore” (1950) ove spicca “La giacca verde”, capolavoro che ha pochi uguali nell’ambito del nostro Novecento letterario; e le inchieste per la Rai "Viaggio nella Valle del Po" (1957) e "Chi legge?" (1960), reportage eccelsi, anticipatori del miglior giornalismo televisivo futuro. Il pianeta Soldati è immenso, quasi quanto la sottovalutazione che - colpevolmente e in tanti - hanno riservato al nostro.
Il libro è datato, e si sente. Alcune parti sono lente, l’occhio cinematografico dell’autore lo fa disperdersi talvolta in descrizioni eccessivamente dettagliate e poco utili. Il protagonista, però, è meraviglioso nella sua meschinità e grettezza, nella sua fondamentale pavidità, in cui è impossibile non riconoscersi, e vergognarsene un po’, e per questo, in fondo, amarlo e comprenderlo.
L'ho riletto a distanza di una quindicina di anni e mi ha nuovamente affascinato. La storia di una amicizia profonda tra due ragazzi molto diversi per origine sociale e ambizioni, sullo sfondo di una Torino sempre sobria nelle sue manifestazioni e nelle persone stesse, e di una Roma sfrontata, esagerata e forse più vera. Una scrittura cesellata e perfetta, descrizioni di luoghi e di ambienti davvero impeccabili: è nella mia top ten dei romanzi italiani del Novecento.
Lungo. A tratti affascinante, ma nel complesso piuttosto noioso. Emilio Vietti e la sua amicizia con Piero, onesto lavoratore, semplice e fidato. Varie passioni per donne incontrate prima a Torino, poi a Roma, dove, dopo gli studi in giurisprudenza, diventa un produttore cinematografico di successo: Veve (persa perché di umili origini), Elena (matrimonio di convenienza) e diverse altre, fino ad arrivare a Irma (figlia di Pietro, talmente imprevedibile che arriverà ad ucciderlo)
Nel comprare Le due città mi chiedevo perché un libro con questi elementi --un autore stimato, una trama che attraversa la storia d’Italia, il ruolo delle due città-- non fosse un classico degli anni ’60 italiani, neppure a Torino dove è ambientato per metà. Una volta iniziato, ho capito: a differenza di alcuni coetanei, è un romanzo che arriva da un’altra epoca, ripetitivo e in ampie parti al limite del feuilleton, pieno di riflessioni a voce alta, con un protagonista degno di Californication per la sua coazione a ripetersi nel possedere ogni donna -- ogni volta senza difficoltà alcuna, poi. Menomale che esistono il personaggio di Piero e le pagine di descrizione sulla città, commosse, stupende per la loro puntualità ancora mezzo secolo dopo.
Il romanzo, che copre un arco temporale di poco più di 40 anni di storia italiana, narra l'evoluzione di Emilio Viotti dallo stato candido dell'infanzia al ruolo di produttore cinematografico affermato, ricco sciupafemmine astuto opportunista che, dopo aver dispendiosamente goduto di ogni cosa, è costretto a riconoscere, suo malgrado, di aver sprecato la sua vita vivendo sospeso tra un "mai-più" e un "non-ancora". descritti in maniera magistrale i paesaggi che fanno da sfondo a questo bellissimo romanzo: Torino e Roma.