Talora fa male vedere immagini di modelli o attori dei quali fummo invaghiti lustri addietro, al tempo dei nostri anni verdi: spesso il tempo è stato inclemente con loro; e, al pari dei bellissimi d’antan, poiché habent sua fata libelli, non sempre i libri sanno invecchiar bene, andando anzi spesso incontro a fata decisamente tristi: benché ci si chieda qualche volta se, al contrario di modelli e attori, bellissimi lo fossero mai stati. Prendiamo, tanto per dire, questo romanzo breve (o racconto lungo, fate vobis; non ho mai ben compresa la differenza…), che, venendo da cotanto autore e con cotanto titolo, il lettore minimamente smaliziato già s’immagina dove vada a parare: io cerco appunto di mettermi nei panni d’un lettore di circa novant’anni fa, per figurarmi se e quanto potesse sonare rivoluzionario allora; ma non ostanti gli sforzi, non riesco a farmelo piacere. Va detto che dall’inizio alla fine non fa che sparare cannonate a lavorare di randello contro la rispettabilità borghese; ma sarà pure che codesta rispettabilità borghese nell’ultimo secolo, e viepiù nell’ultimo mezzo secolo, ha pigliato tante di quelle legnate che ormai c’ispira più simpatia e tenerezza che aborrimento, c’è da dire che Lawrence, a conti fatti, è assai meno rivoluzionario di quanto sembri e di quanto voglia. La famiglia rispettabile in cui vive la vergine del titolo non appartiene a quella borghesia solida e abbiente cui siamo avvezzi da tanta narrativa inglese: sono piccolissimi borghesi di campagna, praticamente popolani, col capofamiglia parroco, probabilmente metodista (e anticamente abbandonato da una moglie fedifraga, evidentemente stanca di quell’ambientino frizzante), ma in un paesello tetro, e una madre decrepita, lagnosa e tirannica, una sorella zitella e acidissima, un fratello scapolo sempre aggrondato, una serva che praticamente sembra non esserci, a forza di adattarsi all’umor festivo della maison, e appunto la protagonista e sua sorella. Lo Zingaro del titolo è (ovviamente) uno zingaro, il quale, al pari di tanti suoi consimili dell’epoca, vive facendo il calderaio, mentre la vecchia mamma legge la mano a prezzo modico e la moglie non si sa. Oggi se si pensa agli zingari vengono in mente uomini coi baffoni a lo sguardo truce, oppure donne infagottate in brutti cenci, che chiedono l’elemosina; ma in altri tempi si preferiva pensare alle zingarelle fascinose che girano il mondo e ballano il flamenco, e agli zingari dal fascino tenebroso e dalla vita errabonda e libera, fra i quali magari si possono celare perfino cortigiani e favorite caduti in disgrazia, come Zaida e Albazar nel Turco in Italia. Nella fattispecie, poi, lo zingaro è assieme oltremodo maschio ma anche delicato, di quelli che ti spogliano con un’occhiata ma nel contempo ti fanno sognare chi sa quali saporose, insinuanti delizie; ma il lettore che si aspettasse un’altra Lady Chatterley rimarrà fatalmente a bocca asciutta, perché qui, almeno sul piano fisico, tutto rimane sul piano della più virginea verecondia: tante chiacchiere ribellistiche dunque, ma fatti less than zero. Altro che in quella vecchia canzoncina del cacciator del bosco, nella quale il suddetto, incontrata una pastorella, “prima la prese per mano/ e poi la pose a sedere:/ dal gusto e dal piacere/la pastorella s’addormentò”: dove, a meno di non sospettare strane doti ipnagogiche nel cacciator del bosco, ciascuno si può figurare lo iato temporale fra il sedersi e il cadere addormentata lungo e piacimento e variamente animato. Qui, nisba. In compenso, Lawrence pare ghermito da un’incontenibile frenesia aggettivale. Ora, io non dovrei dir niente, perché quanto ad aggettivi non credo di essere particolarmente parco, né sono mai stato un adepto del famigerato less in more: però se s’intende scialare con gli aggettivi, occorre saperli metter lì con grazia, in modo che appaiano quantomeno inattesi o intelligenti: se tutto fa capire che una casa è brutta e che io sono triste, inutile scrivere dieci volte che la casa è brutta e che io sono triste; il lettore, se non è scemo affatto, lo capisce benissimo da solo. Certo, non bisognerebbe giudicare troppo male lo stile d’uno scritto basandosi solo su d’una traduzione: ma qui la mia sensazione è proprio che Lawrence non si accontenti di dire le cose, ma le voglia gridare. Tutto è costituito da categorie tagliate con l’accetta, ogni moto dell’animo è descritto in pieno giorno, squadernato e sviscerato con dovizia di definizioni e aggettivi; non esiste un angolino d’ombra confortevole, dove il lettore riesca per un attimo a respirare un refolo di ambiguità, una screziatura di elusività, un alito di chiaroscuro, una vena di je ne sais quoi; troppa luce radente viene presto un po’ a noia. E alla fine addirittura arriva un cataclisma con tanto d’inondazione distruttrice. A Lawrence, che detestava l’ipocrisia inglese, venne un’uggia incontenibile, probabilmente, anche nei confronti dell’understatement albionico. Purtroppo. Un pochino di understatement, invece, gli avrebbe proprio fatto bene.