24/09/2023 (**)
Romanzo poco conosciuto al di fuori del ristretto circolo di appassionati di fantascienza. Ne avevo sentito parlare, e vistolo nella collana proposta per i 70 anni di Urania, me lo sono portato in libreria (anche perché è introvabile nel mercato editoriale italiano).
Premetto subito che non mi è piaciuto, la trama non mi ha preso e l'ho finito per dovere, anche se di fatto il racconto in sé, o la scrittura di Simak, non sono particolarmente ostici.
Ambientazione fantascientifica, ovviamente, millemila anni al di là del nostro presente, quando l'umanità si è espansa in molti mondi nella galassia. Succede che su uno di questi mondi, misterioso e impenetrabile, uno degli esploratori mandati dalla Terra - il protagonista, Ash Sutton - entra in contatto con strani e inconcepibili esseri alieni, che gli danno nuova vita, misteriori poteri e soprattutto la capacità di entrare nella mente di tutti gli esseri viventi: da qui, egli concepisce l'idea di un futuro dove tutte le specie viventi siano in pace e in comunione, tutte allo stesso livello e non vessate né inferiori a nessun'altra (e alla razza umana dei dominatori, in particolari).
L'uomo diviene una sorta di profeta, il profeta del destino, e intende mettere nero su bianca la sua rivelazione. Scriverà un libro, che diventerà nel futuro una sorta di nuova Bibbia. Sappiamo questo perché, dal futuro, arrivano gli agenti delle tre fazioni che stanno combattendo una specie di guerra fredda fra le pieghe dello spazio e, soprattutto, del tempo. Ogni fazione cerca di ottenere da Sutton il profeta il massimo per i propri interessi: gli "ortodossi" sono interessati che il pensiero di Sutton si sviluppi a pieno - fra di loro i più interessati sono gli androidi, che gli uomini hanno costruito a milioni per servirli e aiutarli nel dominare gli infiniti spazi della galassia; i "riformisti", che vorrebbero modificare le tesi di Sutton al fine di confermare che è nel destino della sola umanità il dominio su tutte le altre forme di vita; la terza, che non ha nome, e che semplicemente vuole uccidere Sutton.
Intorno a questo nucleo, si dipana una trama abbastanza convenzionale in fondo, ma poco lineare e complicata da continui slittamenti (narrativi, e anche temporali) che ne rendono poco piacevole la lettura. Il libro è ricco di paradossi temporali, piuttosto innovativi per gli anni in cui venne scritto (1951), ma in larga parte irrisolti, con clamorosi passaggi del tutto illogici (come diavolo fa un terrestre del 3500 e rotti a interloquire tranquillamente con un vecchio contadino del Wisconsin americano degli anni Settanta del Novecento, quando fino a due pagine prima non sapeva nemmeno dell'esistenza del Wisconsin - toponimo, dice il libro, scomparso prevedibilmente nel corso dei secoli?) e con scarsissima immaginazione sulla tecnologia del futuro (uomini che viaggiano ai confini della galassia, o addirittura nel tempo, che usano nel contempo ancora documenti cartacei, graffette metalliche, lettere et similia?).
I personaggi sono onestamente noiosi, poco definiti e largamente inutili. La trama, come detto, salta continuamente di scena, in maniera troppo repentina, fornendoci una tale quantità di argomenti e sottotrame da scriverci altri tre libri, e senza chiuderne nessuna. Utilizzando un vecchio detto ma assai valido, troppa carne al fuoco: il risultato sono una serie di portate, esagerate nel numero e mal cucinate, limitandosi alla fine al resoconto di una serie di fatti fra loro intrecciati. La prosa abbonda di figure retoriche e circonvoluzione verbali, alcune veramente eccessive.
A tratti lo stile richiama il Solaris di Lem, anche in certe complicazioni, ma in modo molto caotico, raffazzonato, molto meno dolente e drammatico, e solenne.
Non mi ha attratto, anche se ricco di buoni spunti e pagine interessanti.
Rivedibile.