Fine di un matrimonio comincia con la fine del matrimonio tra Berta e Libero. Berta ha una galleria d’arte e Libero ha un’altra. Berta non ascolta cosa le stia dicendo Libero, non capisce perché quest’altra donna di cui non ha mai sospettato nulla, di cui non conosce il nome, appaia e si mangi il suo futuro. Libero, invece, quella sera – in cui tutto finisce e tutto comincia – esce di casa, e scompare. È vero, diceva sempre di essere stanco del suo lavoro e della sua vita, ma che c’entra un’altra donna? Perché ne aveva bisogno? Berta non lo sa, e nel tentativo di capirlo parla d’altro: di sé, del proprio corpo, di cosa può farne adesso che è sola, ha quasi cinquant’anni e non è né giovane né vecchia, adesso che è esattamente com’era prima di sposarsi. Berta racconta la fine del suo matrimonio per iniziare a raccontare se stessa, perché i romanzi – certi romanzi, e di sicuro questo –, proprio come la vita, non sono solo “fatti”: tra una vicenda e un’altra, tra la fine di un matrimonio e l’inizio di qualcosa di diverso, ci sono pensieri, parole, opere e omissioni. Ci sono rimpianti – è tardi per avere un figlio? e per recuperare il rapporto con la propria madre? –, dubbi e paure. C’è il bisogno disperato di dimostrare a se stessi di essere vivi. Innamorarsi, in fondo, è più semplice che tenere in piedi un matrimonio o una relazione, ricominciare è meno faticoso che provare a riparare: questo racconta, a ogni riga, l’esordio di Mavie Da Ponte. O, forse, mostra che definirsi “innamorati” è troppo facile, e per questo non bisognerebbe mai dirlo. Così Berta, quando scegliere non sembra più una possibilità e le difficoltà dei suoi rapporti paiono insormontabili, capisce che frequentare il salone di bellezza di Sara – la chiama così per semplificare, ma quale sarà il suo nome cinese? – ha più a che fare con il pensiero e l’arte che con le unghie: anzi, le unghie e il corpo certe volte possono essere il pensiero e l’arte. Un romanzo malinconico e buffo, pieno di tenerezza e di sorpresa, la storia di una donna che si piega e si spezza, e non fa niente: essere interi non è il punto, il punto è provare a essere felici.
Solo che per me le parole avevano iniziato a perdere valore e stavo aspettando il momento buono per saltare, a occhi chiusi, pregando di atterrare lontano dal passato e dal tempo che stavo vivendo.
Un romanzo che fin da subito mi ha incuriosita ed, infatti, non mi sono persa la prima presentazione presso @laFeltrinellibari con la dolcissima Mavie Da Ponte. Una voce ed una narrazione fresca di sentimenti universali, che tutti abbiamo provato in svariate e molteplici situazioni. La storia parte con Berta che si ritrova a dover fronteggiare un matrimonio concluso con Libero, un ginecologo altolocato. Berta con la fine di quel matrimonio sente che la propria posizione ed il proprio ruolo stiano svanendo. Percepisce, come inevitabile, il ritorno al quartiere, le parole gridate in un dialetto stretto e la mancanza di denaro, che in passato ha sperimentato nella sua famiglia di origine. La protagonista più volte si chiede se tutto si riduca ad una perdita di posizione o se in realtà ci sia un dolore di fondo più grande, quasi incalcolabile. I personaggi che costellano questo romanzo, esordio dell’autrice, sono pieni di contraddizioni. Nessuno di loro è riconducibile ad una categoria senza sfumature di bontà o di cattiveria. Buoni sentimenti e meschinità si uniscono in una combinazione letale. Quello che mi è piaciuto, davvero tanto, di questo romanzo è il modo in cui Mavie Da Ponte racconta quei cattivi sentimenti, che tendiamo a nascondere sotto ad un velo pieno di ipocrisia e falsa cortesia. La meschinità, la cattiveria, la rabbia, la tristezza, la solitudine come veleno, la felicità altrui che ti arriva in faccia in un momento no, tutto questo raccontato da una penna famelica. Al prossimo romanzo.❤️✨
Che bello ritrovare in queste pagine tutte le sfaccettature dello stile di Mavie che avevo imparato a conoscere leggendo i suoi racconti. Uno stile che ti scava dentro al punto che ho dovuto aspettare per iniziare il romanzo perché sapevo che sarebbe stato un viaggio emotivo e volevo trovarmi nella migliore disposizione d'animo. Una storia tanto semplice e comune quanto raccontata nella maniera più umana possibile. In tutte le sfaccettature, anche quelle di noi che abbiamo paura di raccontare. Berta è una vittima, ma anche di se stessa, dei suoi tentativi di sabotarsi, dei suoi pensieri cattivi, quelli che facciamo tutti e abbiamo paura di ammettere. Quando parla di Carla e della sua felicità l'ho sentita così reale e vicina. Libero, ti odio come solo Nino Sarratore. Che grande dono Mavie, un romanzo d'esordio che ha la forza di una persona che è nata per scrivere ❤
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Come si scrive una recensione su un libro in cui succede tutto ma in realtà non succede niente? Un libro che a volte devi chiudere e ti devi allontanare perché ne respiri la claustrofobia, e poi forse neanche hai voglia di riaprire perché sai che non succederà nulla se non tentativi da parte di Berta di autosabotarsi. E se prima odi Libero dopo odi lei ma di un odio diverso, di quell’odio generato dall’amore. Quell’odio che ti porterebbe a scuoterla violentemente per le spalle e dirle “ma ti rendi conto di cosa stai facendo? Ma ti svegli?” E poi arriva Pietro come una boccata d’aria fresca, aria di cui avevi bisogno perché la claustrofobia della vita di Berta, del (non) suo appartamento ti entrano nelle ossa. E temi che lei ancora una volta mandi tutto all’aria e sai che stavolta non lo sopporteresti. Io lo so che qui siamo di fronte a un’opera prima e forse si dovrebbe andare con i piedi di piombo, ma Fine di un matrimonio mi ha ricordato Stoner, perché cosa succede a Stoner? Niente, è una vita banale. Cosa succede a Berta? Niente, banalissima anche lei. Dimenticabile. Eppure no. Eppure chiudi il libro e ci ripensi. Forse perché la banalità di Berta è la banalità di tutti. Cosa rende un libro un bel libro? Spesso la storia, in questo caso no. Raramente il talento nello scrivere, che in questo caso abbonda. Ma più di tutto quello che ti lascia, e in questo caso è un universo di emozioni.
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In soliloquio di un personaggio imbelle e odioso, mille pagine in cui speri che arrivi una svolta, e questa non arriva mai. Particolarmente micidiali i racconti deisogni, una delle cose più soporifere da ascoltare nella realtà, figuriamoci nei libri.
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Avevo cominciato con le migliore aspettative a leggere questa opera prima, eppure ad un certo punto ho cominciato a capire che non sarebbe andata come avevo previsto. Peccato, andrà meglio la prossima volta.
"La forza di questa storia sta nella possibilità – terribile, a ben pensarci – che possa riguardare tutte e tutti. Perché l’amore non è eterno, non c’è scritto da nessuna parte, nemmeno su quel contratto di matrimonio che teoricamente unisce “finché morte non ci separi” ma, stando ai dati sulle separazioni e sui divorzi nel mondo, vale in realtà ben poco. A un certo punto, all’improvviso, le certezze di interi anni crollano, ciò che si è costruito con impegno si sgretola, volando via come sabbia al vento. Accettare che stia avvenendo proprio a noi e nel peggiore dei modi, magari a fronte di un tradimento che implica la presenza di qualcuno arrivato a prendersi ciò che fino a poco fa ritenevamo nostro, è molto difficile. Ecco perché la Fine di un matrimonio è come un lutto, una malattia, una morte, una perdita e quasi sempre vede susseguirsi alcune fasi, che possono durare più o meno tempo, a seconda di alcune variabili".
Io l'ho capito, eh, perché lui ha lasciato lei: perché era di una noia allucinante, un tovagliolo al narcotico premuto sul naso, la vivacità di un canguro zoppo, roba da ridurre gli attributi in antimateria.
Mi auguro perciò per l'autrice, che segue le (non) reazioni della protagonista dopo che il marito l'ha mollata da sera a mattina (bravo, Libero: nomen omen) che non vi sia nulla o quasi di autobiografico nell'abbandono del racconto: innanzitutto perché una separazione unilaterale tanto gioiosa mai non è, ma soprattutto perché mi spiacerebbe che la Da Ponte si rispecchiasse nella protagonista (o viceversa), uno dei personaggi più detestabili mai incontati nella mia discreta carriera di lettrice.
Peccato, perché la scrittura è l'unica che si salva, limpida e analitica, con qualche guizzo di originalità niente male; ma la storia, la storia sembra la storia infinita -solo che non è Ende.
Mavie Da Ponte è stata una rivelazione. In questo suo romanzo d'esordio racconta la rabbia, il rancore, la frustrazione, la mancanza di identità e la fatica a riconoscersi dopo la fine di un legame durato anni.
Il matrimonio tra Libero e Berta si sgretola nello stesso momento in cui la cattedrale di Notre-Dame viene divorata dalle fiamme.
Raccoglierne le macerie sarà solo l'inizio di un lungo processo di guarigione.
Scritto benissimo, l'autrice sceglie con cura le parole da utilizzare, che arrivano dirette, senza filtri, pronte a raccontare la storia di un cambiamento e la difficoltà che si prova nel riadattarsi a una nuova, indesiderata situazione.
Ho fatto un po' di fatica a leggere questo romanzo. Da un lato perché rivedevo in Berta il mio modo di vivere il dolore e l'ho subito come uno schiaffo in faccia e ho detestato il suo auto-sabotarsi e il suo lasciarsi vivere. Dall'altro perché è la prima volta che leggo un romanzo del genere eppure la scrittura di Mavie mi ha imbrigliato e affascinato e non sono riuscito a lasciarlo finché non l'ho finito.
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Fine di un matrimonio é un libro molto introspettivo, scritto nel modo più efficace per entrare in empatia con la protagonista. É un viaggio nella vita di questa donna che si ritrova, alla soglia dei suoi cinquant'anni, ad interrogarsi su ciò che vuole e ad accogliere la consapevolezza di non saperlo, il più delle volte. Un libro vero, reale, sorprendente. Una storia apparentemente come tante, ma unica sotto tutti i punti di vista. Assolutamente consigliato.
Un libro vero, autentico, reale. Berta è una donna qualunque e la sua storia può essere la storia di tutti. Non succede mai veramente niente, perché nella vita vera non succede mai una vera avventura. A tratti ti senti soffocare da questa storia così pesantemente reale che ti ritrovi ad avere gli stessi pensieri di Berta.
In realtà la fine del matrimonio avviene nel primo capitolo e per tutti gli altri 85 si parla della capacità di Berta di riprendere coscienza di sè e della sua vita al i fuori del marito. Nonostante sia un esordio mi è piaciuta la scrittura asciutta e coinvolgente
Non l'ho ancora finito ma non vorrei dimenticare questo pensiero: come diavolo fa una giovane scrittrice, seppur delicatamente profonda nel suo animo, a sapere così bene come si sta nella testa e nel cuore di una donna di mezza età?