Sono sicura che questo oggetto liscio del peso di circa trecento grammi che ho in mano si possa definire romanzo? E – obietteranno i miei duevirgolacinque lettori – ha importanza la cosa? Non è questione di avere fregole classificatorie, ma di capire. Capire che cosa ha voluto darci uno scrittore e che cosa invece percepiamo noi.
Scurati nei credits scrive che "Questo romanzo appartiene al genere dei componimenti misti di cronaca e d’invenzione". Poiché ritiene che la vocazione della letteratura sia oggi, in un tempo dominato dalla cronaca, non già quella di confondere ulteriormente i confini tra realtà e finzione, bensì quelli di superarli…
Va bene, accetto questa dichiarazione d’intenti come la prova che l’autore stesso si è posto il problema, ma non risolve i miei dubbi, che erano e rimangono molti. Tuttavia, siccome mi piace condividere con altri lettori le impressioni che mi restano delle mie letture, dirò qui quali conclusioni ho tratto da questa lettura anomala, ibrida e tra le più interessanti degli ultimi tempi, il cui incipit meteorologico prende a modello quello dell’Uomo senza qualità.
Però un’avvertenza la faccio anch’io: non ho letto altro di Scurati, mi piace prendere in mano qualcosa di un autore di cui non so assolutamente nulla se non che ha vinto il Premio Strega con conseguenti polemiche (me ne frega qualcosa? no) e vedere se mi prende. Non so, e continuerò a chiedermi finché non mi capiterà tra le mani qualche altra sua opera, se tutti i libri di Scurati siano così.
Dunque, nel libro in questione ci sono una trama, un inizio, una catarsi, un finale, dei personaggi. Alcuni di questi personaggi sono inventati, altri, come nei "Promessi sposi", esistono e vengono utilizzati dall’autore per fare in modo verosimile quello che fanno nella realtà: giornalisti, come Massimo Gramellini ed Enrico Mentana, ma anche Benedetto XVI, di cui si cita un discorso contro i preti pedofili tenuto a Washington nel 2007.
Tutti i luoghi sono reali, anche se ovviamente il caso-pedofili di Bergamo, che è al centro della vicenda, non è mai esistito, almeno in tali sembianze, e adombra semmai il caso di pedofilia di Rignano Flaminio.
Bergamo che immagino sia stata scelta, ironicamente e con l’occhio massmediologico, perché è la città del Papa Buono e storicamente ipercattolica, ma anche perché come città nordica e lombarda ben si prestava a riflessioni su come la politica italiana sia sempre pronta a sfruttare spudoratamente qualsiasi occasione per una manciata di voti. Esistono anche la ragazza uccisa da un ombrello conficcatole in un occhio nella metropolitana di Roma e la sua carnefice rumena, ma qui sono state trasformate in una casalinga bergamasca e in una zingara, con la metropolitana che diventa il parcheggio di un supermercato.
Esistono, soprattutto, i mass media ossessivamente, continuativamente citati, confrontati, utilizzati come in una superba lezione di Teoria e Storia delle Comunicazioni di Massa. E qui cominciamo a renderci conto che Scurati, oltre a scrivere su La Stampa come il protagonista del suo “romanzo”, è ricercatore universitario e coordinatore presso lo IULM del Centro Studi sui linguaggi della guerra e della violenza. E che quest’opera potrebbe benissimo essere letta, più che come un romanzo a chiave, come un saggio su violenza, mass media e isteria collettiva.
Parliamone, allora, di questi fenomeni. Riflettiamo però subito sul concetto al centro del libro: l’antinomia cronaca / storia.
A pagina 40 il protagonista, un docente universitario, inaugura l’anno scolastico della scuola che sarà poi nell’occhio del ciclone con un discorso molto alla Francis Fukuyama sulla Fine della Storia e l’11 settembre 2001. Dico subito a scanso di equivoci che non sono d’accordo con Fukuyama e che al massimo potrei esserlo con l’Hobsbawm de "Il secolo breve": può essere vero che il XX è stato il secolo dei totalitarismi e l’ultimo secolo in cui gli uomini hanno avuto il privilegio e la condanna di essere immersi nelle ideologie al punto tale da sentirsi parte di una grande dialettica hegeliana. Ma, forse proprio perché mi ha sempre ripugnato quel tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale, il fatto che l’epoca delle ideologie totalitarie e totalitariamente messe in pratica sia finita non significa che sia finita la Storia, ma solo che è finita la Storia come la intendevano i Romantici e Hegel. Essa continua, anche se noi occidentali ne abbiamo perso il senso, e continuerà anche quando ci saremo estinti. Non l’abbiamo fatta, credevamo solo di farla: altre visioni sostituiranno la nostra.
Credo che anche Scurati, forse senza saperlo fino in fondo, sia d’accordo con me, perché verso il finale immagina che cosa succederà quando l’umanità avrà finito di inquinare il pianeta e alcuni animali moriranno, altri prenderanno possesso degli spazi, insieme alle piante infestanti.
E lo sa anche il bambino allucinato dei capitoli in corsivo, il bambino ipersensibile che, senza aver subito alcun trauma, sente su di sé il peso di ogni evento, di ogni incubo, di ogni paura.
Solo che per tutto il romanzo Scurati afferma, o cerca di dimostrare il contrario: che una delle caratteristiche della violenza della cronaca è proprio quella di ridursi a una congerie di fatti minuti e dispersi, di negarsi al pensiero, rendendo apparentemente impossibile un loro inquadramento dentro una visione del mondo, una comprensione che abbracci il passato, il presente e il futuro della nostra vicenda individuale e collettiva.
Il fatto straniante, inquietante, rispetto ai romanzi normali, è che Scurati, servendosi di un cucchiaio dai bordi molto affilati, preleva dalla realtà, o per meglio dire, dall’opaca rappresentazione della realtà che ogni giorno la cronaca, soprattutto quella nera, riversa nei nostri occhi e nelle nostre menti, le immagini più maleodoranti, i fatti più beceri, più laidi, più tristi, li impasta grossolanamente e li spalma sulle pagine come a dirci: sì, tu hai aperto un libro, ma non credere di trovare consolazione nel mondo dei libri, non esiste più consolazione, perché da qualunque parte ti volti la cronaca nera è pronta ad aggredirti e a risvegliare le tue paure e a far emergere i tuoi istinti più bassi: l’irrazionalità, il voyeurismo, il razzismo, la pedofilia, la violenza collettiva, la caccia alle streghe. Perché se diamo per corretto l’assunto che per l’individuo non esiste più la realtà-in-sé, ma solo la realtà-come-la-distorcono-i-media, allora l’individuo può essere facile preda di qualsiasi allucinazione, non solo per bassi scopi elettorali, ma perché sempre e comunque, secondo Scurati, l’individuo ha bisogno di narrazioni collettive sul Male e sulle cause del Male. Gli abitanti della Bergamo immaginaria del romanzo ne sono la dimostrazione.
Bellissime, metafisiche, dolenti ed estremamente convincenti ho trovato le pagine sul contagio irresistibile della “diceria del pedofilo”, la leggenda nera dell’arrivo delle due maestre che camminavano rasente i muri: pare di leggere certe descrizioni della peste di Boccaccio, Defoe o Manzoni:
"Sì, perché di questo era stata capace l’ipotesi demoniaca: aveva avuto la forza di rivelare agli occhi di molti una realtà che da troppo tempo era divenuta sfuggente, impalpabile, avvoltolata nella melma delle innumerevoli astrazioni, delle mediazioni, delle fetenti illusioni in cui sguazzava la vita di ogni giorno. (…) La gente si era illusa che l’ingresso sulla scena del Principe delle Tenebre avrebbe messo fine a tutto questo. La sua luce prometteva di riportare tra gli uomini lo splendore sensibile del mondo. Ora, finalmente, tutto sarebbe apparso chiaro: magari terribile, ma splendido e terribile. (…) Che la luce fosse una luce nera, poi, non poteva fare nessuna differenza."