Nicola -detto Nico- Orengo (Torino, 24 febbraio 1944 – Torino, 30 maggio 2009) è stato uno scrittore, giornalista e poeta italiano. È stato anche autore di filastrocche per bambini.
Visse e lavorò a Torino dove fu tra l'altro responsabile per quasi un ventennio di Tuttolibri, l'inserto settimanale de La Stampa dedicato alle novità letterarie. Di famiglia, però, è originario della Liguria: gli Orengo sono patrizi genovesi e Nico Orengo aveva il titolo di marchese, benché mai ostentato.
Dal 1964 al 1977 aveva lavorato presso le edizioni Einaudi, per cui ha pubblicato quasi tutti i suoi scritti.
Spesso i suoi romanzi sono ambientati in Liguria nella riviera di Ponente, regione in cui trascorreva spesso alcuni mesi dell'anno (ad esempio La curva del latte e La guerra del basilico) o nella zona piemontese delle Langhe (Di viole e liquirizia). In Gli spiccioli di Montale aveva avuto modo di attaccare la speculazione edilizia che, a suo parere, aveva deturpato quelle zone. Nel 2006 pubblica Hotel Angleterre, un'appassionante indagine narrativa in cui dimostra ancora una volta tutta la sua notevole sensibilità stilistica e letteraria. Il suo ultimo romanzo è Islabonita, pubblicato nel 2009.
Ricoverato per problemi cardiaci, è morto all'ospedale torinese le Molinette.
L'inizio mi aveva fatto immergere in quel blu ligure tra cielo e mare, con i colori dei fiori e quell'atmosfera fine anni '50. Ma poi l'ho trovato un po' frammentario e poco consistente. Insomma, se ne sono lette tante di storie cos�, degli abitanti di un piccolo paese e delle loro vicissitudini alla vigilia del boom economico e questa non ha nulla di particolare.
"A quell'epoca Latte era un bel paese, a pochi chilometri dalla frontiera, disteso sulla piana a mare e tagliato dall'Aurelia in modo non così brusco da dividerlo in Latte di sopra e Latte di sotto. Era Latte e basta [...]. Poche case, sparse lungo la strada e sulla piana: tutto il resto erano coltivazioni di garofani, rose, calle, strelitzie, ginestra, piumoso. E intorno uliveti, macchie di eucalipto e mimosa."
Dal secondo dopoguerra in poi, a mio modesto parere, il meglio della narrativa italiana è ambientato nella provincia. La provincia italiana è il cuore pulsante delle trame dei romanzi, perché proprio la provincia, più che la città, è veramente sconvolta dalla grande crescita economica italiana, che ha portato il Belpaese nell'olimpo del mondo ma ha anche distrutto gran parte di quell'atmosfera che secoli dopo secoli si era insediata nelle viuzze, nei fossi, nei casolari e nelle chiesette ad unica navata. Latte, provincia di Imperia, è un esempio di vita brulicante, di voci che si rincorrono a ridosso del curvane al centro del paese, di sussurri di malefatte, di piccoli grandi progetti di modernità e di mostri che la tradizione ha nascosto nei boschi. E Nico Orengo ha dato vita ad un mondo scomparso, travolto dal turismo e dal capitalismo massiccio, in uno degli esempi da manuale della narrativa italiana che racconta il mondo perduto. "La curva del Latte" è un romanzo corale, cui partecipano i 'tipi' classici dei paesani: il comunista, la ragazzaccia, la vecchia pazza, il commerciante visionario, il prete ruffiano e via così. Sullo sfondo, ovviamente, la Storia: più che una serie di eventi cui partecipare, essa è il tema di cui parlare nelle osterie e nelle mercerie, quasi una favola che si racconta ma che alla fine è là, nel mondo della fantasia, perché la vita reale dei personaggi è ben altra cosa. Per ora. Con una scrittura sognante e uno stile un po' al di sopra del quotidiano, Orengo ha studiato senza dubbio i maestri della narrazione di provincia (Guareschi su tutti) e ci ha regalato un romanzo da leggere assolutamente.
Dopo aver letto diversi libri di Nico Orengo, ormai ho capito che più o meno la ricetta è sempre la stessa: garbati, ironici, ambientati in provincia, preferibilmente la Liguria di ponente tra Bordighera e il confine, insomma delle simpatiche commediole, più o meno riuscite, adatte a qualche ora di svago. La curva del latte non fa eccezione con tutti i pregi e difetti di conseguenza. Un borgo sul mare vicino a Ventimiglia nel 1957 e un coacervo di personaggi da paese tra cui spiccano per un gruppo di Kompagni (con la kappa) trinariciuti, citando Guareschi, quanto basta, ma in fondo anche simpatici. Trafficano in armi, accolgono fuoriusciti dall’estero, hanno misteriose relazioni, e si dannano quando qualcosa in paese sfugge al loro controllo da amministrazione ombra. Corre l’anno dello Sputnik e la primazia dei sovietici nello spazio è oggetto di giubilo e volantinaggio di propaganda, sbeffeggiando gli americani (che a leggere Penelope va alla guerra della Fallaci ne furono innervositi e spaventati tanto da far aumentare la richiesta di rifugi antiatomici ma non vorrei scivolare in un altro romanzo che non ci acchiappa nulla tranne l’anno…). La vera e unica pecca è di non chiudere i “misteri” del paese come la paternità del pargolo della ragazza madre (che neanche la levatrice si sbottona) piuttosto che l’origine di quell’urlo che nella prime pagine irrompe improvviso nella notte silenziosa cosi come è banalmente grottesca la figura dell’uomo “superpotenziato”, nato da misteriosi esperimenti in tempo di guerra e ora libero di vagare sui monti, oggetto di caccia, come se fosse un cinghiale. Non mancano amori e amorazzi, anche clandestini aspettando che il marito sia di turno o impegnato a pescare e per finire un “famolo strano” sui binari della ferrovia che cominciano a tremare per l’arrivo del treno… (niente paura, è un romanzo di Orengo). In definitiva divertente senza essere troppo insulso, certo non memorabile. Tre stelle.