An exhilarating, fiercely honest, ultimately devastating book, The Furies confronts the claims of family and the lure of desire, the difficulties of independence, and the approach of death.
Janet Hobhouse's final testament is beautifully written, deeply felt, and above all utterly alive.
Le Furie di Janet Hobhouse, è “un romanzo intimamente autobiografico”, affascinante nella prima parte - perché la famiglia di lei è ebreo tedesca arrivata a New York nella metà dell’Ottocento - spregiudicata nella seconda, quando l’autrice ha circa vent’anni verso la fine degli anni Sessanta - intimo e doloroso nella terza parte (sono due, in effetti, terza e quarta, ma non mi riferisco alle suddivisioni in capitoli, quanto a quelle stabilite dalle fasi della vita dell’autrice), quella conclusiva, quando il crepuscolo dell’esistenza e lo sgretolarsi dei legami affettivi lascia emergere tutta la fragilità di Helen/Janet, tutto il suo desiderio di avere una famiglia e di essere amata.
Non è una saga familiare, però, come le mie parole relative alla prima fase, e gli stessi primi capitoli de Le Furie, potrebbero indurre a credere, nonostante i cenni che servono a delineare la storia della famiglia della nonna, i Pinkerton di Frankfurt, che arrivarono a New York intorno alla metà dell’Ottocento, nonostante la storia di questa famiglia, di Samuel (e di sua moglie Elizabeth), che dal nulla creò la Compagnia del Ventaglio che, come il nome suggerisce (questa volta non ingannando affatto), commerciò in ventagli importandoli dalla Cina, dal Giappone e dall’Indocina, successivamente allargò il commercio a stampe e paraventi, tè e bauli, giade e avori, garantendo lavoro a tutti i parenti e mantenendo, finché fu in vita sua figlia Mirabel che ne ereditò l’attività, tre generazioni, nonostante questa storia, dicevo, meriterebbe un romanzo a sé.
Ma non è questa la storia, queste sono le fondamenta, perché la linea che Jane Hobhouse traccia, le linee dell’albero genealogico della sua famiglia per parte di madre, serve a stabilire, da Mirabel in poi, la dicotomia che si viene a creare, l’opposizione, quasi geometrica, fra Shrimp (Elizabeth) e Emma, prima - figlie di Mirabel - e Constance e Bett, poi (figlie di Emma): le figlie buone, le figlie rimaste in seno alla famiglia, le prime, le figlie irrequiete, le artiste, le fuggitive, le seconde, il ruolo marginale dei loro uomini, il legame con la vecchia Europa, il Regno Unito e la Spagna, soprattutto, l’incessante contrapposizione fra l’angelo e il gorgone, le Furie che quella famiglia, in continuo, vedono minacciata e destabilizzata, e che incessantemente combattono per vendicarla.
Helen (Janet) è figlia di Bett che è figlia di Emma. Helen subisce l’abbandono del padre e l’assenza del suo amore, l’amore doloroso di Bett e un nuovo abbandono, il passaggio nella vita in cui, quando conoscerà finalmente il matrimonio, il successo, il benessere economico, il tradimento e la relazione con “lo scrittore famoso”, sarà l’incarnazione delle aspirazioni di sua madre e, nel contempo la rappresentazione delle suo fallimento. E questo rapporto, in cui il ruolo di figlia subirà un lento e progressivo ribaltamento di responsabilità e in cui le incomprensioni e la depressione di Bett finiranno per alterare gli equilibri fra le due donne, si rivela straziante nelle parole dell’autrice nell’avvicinarsi in maniera ineluttabile verso la tragica resa dei conti finale.
«Così litigavamo, e in quel periodo avevo la sensazione di litigare per tenerla lontana, respingere i tentacoli materni, e in parte era vero -ma in parte litigavo con lei per tenerla con me, in modo che potessimo restare sorelle, uguali, compagne, anche solo sparring partner: forse le mie depressioni erano dovute a quella ragione»
Vita brevissima, quella di Janet Hobhouse, tanto che quando si arriva alla fine si stenta a credere che fossero passati solo quarantatré anni, ma la vivacità intellettuale, unita alla spregiudicatezza giovanile e al suo “irregolare e mal digerito femminismo”, all’incapacità di restare legata a qualcuno pur non riuscendo a staccarsene - dalla madre, con la quale il rapporto è simbiotico fino alla prima adolescenza e successivamente di rifiuto, ma anche dal padre, che l’accoglie in Inghilterra nella sua nuova famiglia consentendole di studiare a Oxford - Faccio l'esame di inglese e sebbene risponda una delle domande generiche, «Perché essere morali? Spieghi le sue ragioni» con la frase «in effetti, perché?» Sconvolgendo la signora Rivers, I risultati arrivano e sono buoni, ottimo. Posso andare, posso fare domanda a Oxford e Cambridge, E sono già ammessa alla Sussex.» - pur continuando, di fatto a rifiutarla come persona, ma anche dagli uomini della sua vita, pur desiderando di essere libera - tutte queste sfaccettature della personalità di Janet Hobhouse, disegnano una donna affascinante, fragile, caparbia, dotata di una grandissima personalità e da una toccante profondità e umanità.
«Era il tardo pomeriggio del 31 maggio, una data significativa: il Memorial Day, inizio della tanta temuta estate […] La fine di maggio, il mese delle mamme, il mese di Maria, il mese degli eroi, l'inizio del caldo e dell'abbandono, delle partenze dei ricchi che lasciano i poveri in città, maggio, May come in maybe, forse, forse no, Come in yes, you may, sì, adesso puoi, come in mayday, il segnale d'aiuto e di lancio di paracadutisti e, adesso che ci penso, come il suo secondo nome, Maida. Così due settimane dopo l'anniversario della morte di sua madre, avvenuta vent'anni prima, Elisabeth Maida aveva lanciato un segnale di mayday, aveva detto, sì, credo di farcela, ed era partita per l'estate, se ne era andata per sempre, aveva salutato con la mano il grasso francese in piedi sulla soglia del negozio, l'aveva salutato apparentemente felice, con un sorriso gentile e una falcata energica, gli aveva detto ciao e non addio, ed era tornata casa casa scrivere la lettera e a prendere le pillole.»
«Viene proclamata una morte, e il mondo non si ferma. Non attende. La situazione diventa infernale, beffardamente caotica, come se tutto questo fosse divertente, E tu agisci per per stordimento, per panico, come quando si fa il morto pur sapendo che si sta per annegare, e si cerca di guadagnare tempo sguazzando, scalciando, fingendo di essere ancora vivi finché l'acqua non vince e allora tocca sottomettersi, andare giù.»
Molto bello, molto doloroso, molto duro. L’epilogo mi ha straziata, perché è molto più vicino a me di quanto pensassi: a volte le storie delle nostre vite si toccano anche senza essersi mai incontrate, anche a migliaia di miglia di distanza, anche quando in mezzo ci sono gli oceani e si cammina per le strade di continenti diversi.
«Forse il vuoto di Cape Cod combaciava con il mio, o forse eravamo come masse d'acqua che, messe in comunicazione, acquisiscono lo stesso livello, perché potei finalmente smettere di annegare e cominciare a galleggiare. All'inizio avevo sempre paura, ero costantemente preda di un'ansia causata dal nulla, dalla mia presenza indifesa, dall'assenza di rumori e disordini, che lasciavano uno spazio sufficiente perché le cose accadessero. Quando il pericolo svanì, iniziai a sentire che quel vuoto era neutrale, e più tardi scoprii che la luce e il silenzio mi calmavano, una caratteristica consolante, quasi banalmente incoraggiante. Incominciai a formulare pensieri che non erano solo frammenti irregolari di panico, e pian piano iniziare a sentirmi abbastanza "sicura" da pensarli. Dopo quasi due anni di false partenze e pagine abbandonate da quando avevo lasciato Londra per “affrontare" le Furie, impresa concepita in modo così insolito che era diventata vaga e che non era né finita né iniziata, stavo ricominciando a lavorare, almeno per qualche ora alla volta.»
Poi, quando finalmente la vita le aveva fatto vedere un nuovo inizio e forse placato per sempre le Furie, la malattia.
Ho aggiunto una stella, sì, perché nonostante sia trascorso un mese esatto da quando l'ho terminato è un libro che continua a parlarmi e di cui continuo a parlare.
«According to Richard Stern, Roth frequently visited the grave of his friend Janet Hobhouse, speaking with her, confiding in her, and even soliciting her advice. This jibes well with what Maria Zuckerman, wife of the fictional Nathan, once concluded: “I now know what a ghost is. It is the person you talk to. That’s a ghost. Someone who’s still so alive that you talk to them and talk to them and never stop.”»
«Those seeking non-Roth-sanctioned portraits of Roth might consult Janet Hobhouse’s The Furies (Roth as self-absorbed lover)»
Le citazioni che parlano di Janet Hobhouse in relazione a Philip Roth sono tratte da qui.
Hobhouse's lyrical writing can't rescue her story from irrelevance. She never convinces us that this - the story of her childhood with a beautiful but sometimes inattentive and vacant mother whose love is alternately distant and suffocating; a sometimes genteel, sometimes borderline squalid poverty in Manhattan apartments; a fortuitous Oxford education, a series of boyfriends and lovers, a marriage to a wealthy Brit that falls apart, her mother's depression and suicide, her own illness - is a story that needs to be told. (The protagonist, Helen, receives a diagnosis of ovarian cancer shortly before the novel abruptly ends; she is told she doesn't have long to live, but a year later she is still alive. Hobhouse would die of ovarian cancer at age 42; this novel was published posthumously and is unfinished.)
Her story is autobiographical: so why make it a novel, rather than a memoir? She seems to have merely taken her life and given everyone in it aliases. Her lover "Jack," an affair during her marriage to "Ned" when they are living in Manhattan, is the novelist Philip Roth. A "clearly recognizable" Philip Roth, Daphne Merkin writes in her introduction - which is accurate only if you already know to be looking for Philip Roth in the narrative. I had happened across this tidbit in a review from Joseph Epstein, but otherwise wouldn't have had any idea who the elegant, remote, bushy-eyebrowed "Jack" was. Roth has a long, complimentary blurb on the back of the book - which is extremely dishonest in the way it pretends he is some disinterested, impartial observer of some random novel. At any rate, knowing that "Jack" is Roth provides the only bit of interest to the memoir-novel.
Addendum: Okay, there is one more bit of interest. It turns out the British "heartthrob" Helen/Janet dated after her marriage ended was Jeremy Irons. I think we have a problem when the only things that make a novel interesting are revealed not in the novel but outside the novel.
Was the manuscript copyedited? I counted six typos:
p. 31: greed for agreed p. 52: terribe for terrible p. 54: as for was p. 207: tempting for temping p. 239: Greenwhich for Greenwich p. 244: it for is
"Che alla fine della sua breve vita Janet Hobhouse abbia potuto trasformare le proprie sofferenze in una confessione così precisa, suggestiva e singolarmente priva di autocommiserazione, così stranamente piena di verve, mi colpisce come un notevole successo, oltre che sul piano letterario, dal punto di vista morale."
Philip Roth conclude così la breve nota che ci introduce, già carichi di aspettative, nel mondo affascinante e contraddittorio della famiglia di Helen, aka Janet Hobhouse. E chi sono io per non sottoscrivere le parole del grande romanziere?
In realtà lo temevo questo libro, temevo che fosse troppo doloroso, che non sarei riuscita a leggerlo, ma la scrittura della Hobhouse mi ha subito avvolto in un bozzolo fragile e confortevole, come se la voce narrante fosse diventata la mia. Sì, perché nonostante la sofferenza, l'inettitudine e l'impotenza che permeano ogni giorno di questa vita dolorosa, la scrittura usata per ricostruirne ogni piega nella mente del lettore è fatta di parole sontuose, che si susseguono come le gemme di una collana, parole che trasudano disperazione, solitudine e malinconia ma con un fascino inaspettato, come una donna triste e bellissima, la madre bambina che conosceremo in queste pagine.
"Da bambina conobbi due mondi distinti e contemporanei: uno di cose immediate e sensibili, e al tempo stesso un altro di cui fui sempre cosciente, un mondo differente e desiderato, lei. Soltanto quando questi due mondi si fondevano, quando lei diventava il mio presente concreto e tangibile, mi sentivo completa."
Non c'è altro da dire, sottoscrivo le parole di Roth e aggiungo che, oltre alla grande lucidità della scrittura - che è un tratto che contraddistingue anche il Nostro, c'è una passione sotterranea che anima questo storia, la voglia di vivere nonostante tutto.
"[...] c'erano le circostanze ordinarie di tutte le relazioni a lungo termine, le limitazioni e riduzioni di ciò che è possibile alla luce di ciò che è sempre stato, la crescente claustrofobia di ciò che è noto. Dopo la spaventosa meschinità che l'intimità prolungata comporta, chi non ha mai desiderato sfasciare il negozio di porcellane della propria relazione, creandosi così uno spazio pulito e vuoto in cui recitare e impersonare la parte migliore di sé, in cui lanciarsi nella danza del come potremmo essere se fossimo liberi, se la vita fosse diversa, se quest'altra vita fosse la nostra?"
E per i più curiosi aggiungo che la Hobhouse ebbe una relazione con lo stesso Roth - che nel libro compare come Jack, e ce lo descrive come un uomo austero e disciplinato, lontano dalla confusione delle strade di New York. Avrei faticato ad immaginarlo diversamente!
Consigliato agli amanti dei memoir narrati in prima persona, agli appassionati di storie familiari e a chi non ha paura di farsi pungolare un po' il cuore.
Il centro doloroso della narrazione di Janet Hobhouse sono le donne. Attraverso la storia di madri, figlie, nonne, l’autrice crea una genealogia matrilineare all’interno della quale gli uomini sono solo una presenza ingombrante, estranea, destinata ad essere espulsa.
È Helen a raccontare la storia della sua famiglia, a scavare nelle foto ormai sbiadite collezionate negli anni e che rappresentano un passato comprensibile solo alla luce del rapporto madre – figlia e di quello che questo ha significato per sua nonna prima e per sua madre poi.
C’è sempre una figlia buona, che rimane vicino alla famiglia, che ne accetta le regole e su di essa plasma il proprio destino, e c’è sempre la figlia ribelle, che scappa, cerca sé stessa attraverso il lavoro e l’indipendenza che da esso deriva, anche se ciò che ci si aspetta da una donna è il matrimonio, tomba di ogni sogno.
Forzata a un matrimonio che non voleva dopo essere scappata con un suo insegnante di scultura, sua nonna Emma ha cercato di sopportare la vita borghese in famiglia, i litigi con il marito, la nascita di due figlie, pur sapendo che non era quella la vita che aveva sognato di vivere.
Amo le storie che parlano di donne forti,capaci e estremamente fragili.mi sono avvicinata a questo libro con la curiosità di vedere come scrive una donna con la consapevolezza della morte imminente che voglia raccontare la sua storia familiare,ed è stata una scoperta eccellente. Questa è un racconto a supporto di tre generazioni di donne che hanno affrontato la vita con grinta ed eleganza,ma non senza dolore e fallimenti. La scrittura della hobhouse è intensa e ti risucchia completamente,non ti fa prendere fiato ed è per questo che è un romanzo che va elaborato lentamente. Consigliatissimo.
It's considered a novel, but "The Furies" is barely-veiled autobiography, published after the author's death. Janet Hobhouse is a beautiful writer -- there's an immodest loveliness to her prose that's reminiscent of Elizabeth Bowen or Rebecca West -- but elevating this book to "novel" status was a gesture of misplaced ambition. "The Furies" is a fairly standard account of a young woman's relationship with her troubled mother and intellectual and sexual coming-of-age, and while its lyrical self-absorption would read differently if the book permitted itself to be straight memoir, the luxuriant solipsism of the voice undermines the first principle of a novel -- to include the reader in the creation of an imaginary world, even if its source material is "real." Perhaps, when all is said and done, this is what separates the memoir from the novel: not its authenticity so much as its address.
Janet Hobhouse (1948-1991), scrittrice, biografa ed editrice americana, ha messo in questo "Le furie" molto di sé e, quale introduzione e contorno, della sua famiglia. Autobiografia? Autofiction? Mai lo sapremo. Il libro si chiude forzatamente nel 1991 con la morte per cancro dell'autrice e viene pubblicato postumo l'anno dopo. C'è una bella "nota" di Philip Roth, in apertura, e non a caso: pure Janet fu una sua amante - un'altra, Lisa Halliday, si era rivelata da non molto (2018) nel romanzo autobiografico "Asimmetria" - e furono proprio le visite del grande scrittore alla sua tomba ad ispirargli le implorazioni del protagonista de "Il teatro di Sabbath" davanti alla lapide dell'amata. "Le furie" ha il pregio della scrittura, ricca e raffinata; la parte iniziale, incentrata sugli antenati dell'autrice, è piuttosto prolissa, quella finale concentra ovviamente tristezze varie... ma nel complesso il libro è decisamente apprezzabile.
The first half of Hobhouse’s unfinished, posthumous novel is a great work about childhood. It is written from the first-person view of a grown woman, but captures a child’s point of view in often gorgeous writing. The novel becomes more ordinary as the girl becomes a young woman, but there is still a good deal of excellent writing in the second half. Five stars for the first half, three for the second.
Ho sempre pensato che per uno scrittore il libro pi�� difficile da affrontare sia quello dedicato alla propria vita, perch�� inevitabilmente si ritrova ���costretto��� a fare i conti con se stesso. Ne sono convinta ancor pi�� dopo aver terminato questo libro di Janet Hobhouse. Un ���memoriale��� -cos�� viene definito, nella breve e bellissima introduzione, da Philip Roth- attraverso il quale , la scrittrice ripercorre la sua vita, nel momento in cui di fronte all���inevitabile ���punto di arrivo���, decide coraggiosamente di affrontare il suo passato.
Una vita fragile, la sua, condotta rimanendo sempre in un instabile equilibrio: composto da temporanee perdite e fragili ritrovamenti. Da cadute pi�� o meno lunghe, pi�� o meno rovinose, ma ritrovando sempre la forza di rialzarsi per continuare a camminare e a volte, correre disperatamente.
Una vita , la sua,vissuta attraverso continui travestimenti utilizzando abiti di sfilacciata felicit��. Perch�� dietro ogni lacerazione della stoffa che ricopre il suo fragile corpo, si celano sempre rimpianti e rancori, incomprensioni e egoismo, inquietudine e inadeguatezza.
Una vita , la sua piena s�� di amore, amore fatto di ���abbracci abortiti��� , di parole gridate e non sussurrate,di ricerche spasmodiche di qualcuno al quale aggrapparsi con le unghie fino a lacerare la carne, nel terrore della solitudine.
Una vita, al sua, condotta nella estenuante ricerca di colori, per ritrovarsi invece circondata sempre nella vitalit�� del vuoto oscuro; attraverso un tempo sterile che si srotola nel bianco e nero.
Donne
Uomini
Furie
Sola
Quattro capitoli a scandire la sua vita, quattro semplici momenti che racchiudono un���esistenza complessa e complicata, segnata da un passato che ritorna sempre corrotto e corruttibile fino a quando una persona non sia in grado di scrivere la parola��� fine���.
Ci�� che mi rendeva pi�� triste riguardo alla mia morte era che non avrei mai pi�� potuto conoscere, amare o essere amata da nessun altro, mai pi��. Avevo sprecato tante occasioni e avevo alcuni rimpianti. Avevo ricevuto una buona mano di carte e ne avevo gettate via troppe. Ma avevo amato molto ed ero stata amata, e alla fine e cio�� ora, era l���unica cosa che contava���
A memoir done as a novel, about a sad and difficult childhood and an adult life that is often glittery yet nonetheless also troubled. Throughout, the author's/protagonist's relationship with her talented and lovely yet rather feckless mother is of central importance. The writing is splendid despite the author not having lived to finish the book (it comes to a reasonable conclusion, but we can't know how she would have revised her draft).
I notice that a fair number of readers resent and reject Hobhouse having done her memoir in the form of a novel, feeling that memoirs ought to be memoirs and that the book doesn't work as a novel. I don't think this is a tenable position. Okay, you can argue that it doesn't work as a novel--that's a valid criticism (although not all of us find it structurally deformed or the like), but again, we don't know what the author was going to do as she revised her draft. However, this notion that one must always keep autobiographical material boxed into memoir and not turned into autobiographical fiction... I disagree strongly. When a writer chooses to use autobiography to create fiction, that immediately offers a certain freedom of creation, even if it's no secret that the novel is closely based on the author's life. It becomes possible to move events into a more compelling sequence, to invent conversations, to add or subtract characters, and to stop worrying about being factual.
Memoir is hugely popular of late, and everyone seems to rush to write it, no matter how young they are. While now and then I've read some of these 21st century memoirs--which are admittedly often about some interesting aspect of the writer's life--I'm usually disappointed by both the prose style and the level of self-understanding. I'd much rather read a poetic and unflinching fictionalized account like this. But then, I'm also very fond of Jean Rhys's work.
Bellissima autobiografia. È stata una vera rivelazione, uno scritto sottovalutatissimo di una autrice sconosciuta e di cui non avevo mai sentito parlare.
Eppure è notevolissima la capacità della Houbhouse di rendere interessante la sua vita e la storia della sua famiglia e così mettersi completamente a nudo.
Con una prosa estremamente estetica l’autrice mostra tutta l’urgenza di lasciare il segno, di raccontare la sua storia senza mezze misure, prima della prematura scomparsa. É un romanzo scrivo con la chiara consapevolezza che sarà l’ultimo, l’ultimo lascito di una vita andata via troppo presto.
Assolutamente straconsigliato, non è una lettura semplice certamente eppure meriterebbe ben più lettori e risonanza della scarsa che ha avuto
Pochi libri sono così organicamente privi di trascuratezza come questo, nonostante la ricchezza della scrittura. Ogni parola è dove deve essere, facendo da tassello ad una prosa ricca, articolata e stupefacente. Immense la lucidità, la ferocia e l'onestà con cui questa storia viene raccontata.
"Per me i risultati non erano il viaggio iniziato nell'infanzia, il viaggio spirituale; per me erano le persone che avevo amato e che mi avevano amato... Ciò che mi rendeva più triste riguardo alla mia morte era che non avrei mai più potuto conoscere, amare o essere amata da nessun altro, mai più. Era questo che significava la parola fine. Non i libri non scritti o i luoghi mai visitati, ma la gente che non avrei amato. Avevo sprecato tante occasioni e avevo alcuni rimpianti. Avevo ricevuto una buona mano di carte e ne avevo gettato via troppe. Ma avevo amato molto ed ero stata amata, a alla fine, e cioè ora, era l'unica cosa che contava."
Un libro sull'imperfezione dell'amore in tutte la sue forme.
l'ho comprato a scatola chiusa perché questa collana della bur mi piace smodatamente. è un libro autobiografico, duro, avvincente, tristissimo. è un libro che ho amato molto- per donne, ma non solo.
Sapevo di dover rimodellare la mia vita con un materiale diverso da me stessa, dalle pelli delle mie precedenti incarnazioni che riempivano l’armadio, dai racconti di vite anteriori
I really don't know how to rate this book, nor what to say about this autobiographical novel/memoir that contains some stunning insights and artful if unwieldy sentences. That is, when you can find the stunning insights and artful sentences, the jewels scattered across the very winding and bumpy trail. Because mostly this tale is one long, linear, chronologically-driven slog. Granted, this thinly disguised narrative about "Helen" was written years before the memoir form as we know it exploded in popularity, and at least a good chunk was, unfortunately yet very bravely, drafted during the author's final days (and if this is a spoiler, it shouldn't be, do not go into this novel cold). Rutgers University houses Hobhouse's papers, and there is a very interesting timeline of her life, the people that populated it, and the events and characters of the novel--some pretty grim stuff, but worth a look. The hardest thing for me, maybe, was how carefully constructed (albeit amazingly bloated) the first 1/2 of the novel is--so bloated, that, halfway through the page count, Helen is still only 16 or 17--and that's much too long to spend in childhood shenanigans, at least for me. Hobhouse was building up the matriarchal lineage, and I get that, but it just went on and on. Then, finally, Helen ventures off to Oxford, and from that point, things speed up, exactly at the point where they should have slowed down. I would have been much more invested in a story focusing on her Oxford years and first ventures with men and the requirement to forge a career instead of the childhood ups and downs with the matriarchs. I recognize Hobhouse was setting up the trajectory of the novel--the wrath of the Furies themselves--but the narrative doesn't pan out. How could it, as Hobhouse's own health took a terrible, unexpected turn. So instead, we watch "Helen" tumble through life, with some achievements modeled after Hobhouse's own achievements, but also failures. Most annoyingly for me was the incessant clinging to her hapless mother, Bett, to the point where Helen starts to mentally disintegrate. And while these sections are sometimes very poignantly written, they are nevertheless profoundly disturbing, so much so that I wanted to shake some sense into Helen/the author. Then the pages grow progressively darker until...well, the unfinished ending as Hobhouse dies before the novel was completed. Yet there is an ending of sorts, if an unsatisfying one. Had she lived, I have no idea where she would have taken this unbalanced, awkward story. But she would have taken it somewhere, or somewhere else.
And that's my primary problem with this novel/memoir. It has no propulsion, it's just a linear timeline really, just the story of a character's lifespan. And while that could be the stuff of a novel/memoir, maybe, it makes for rough reading, at least for me. "Come on already" was my frequent comment in the margins. Even the gossipy tidbits about Helen dating the famous writer (Roth) and actor (Irons) couldn't do much to spice up the narrative. It's not that I wanted a romance, not at all, but I needed something less like a saggy clothesline, something with a shape to it. A beginning, middle, and end that didn't read like a character's chronological history.
I don't know who I'd recommend this book to, if recommend it at all. I am a big fan of An Unknown Woman, and that's the closest narrative to The Furies. (Sadly, Alice Koller also passed in unfortunate although different circumstances, alone and, I believe, truly unknown and impoverished.) Perhaps someone interested in reading about women and madness, as surely Hobhouse herself inhabited the fringe of madness. Like I said, I hardly know how to rate this book. Does it have a place in the canon, well, yes, at some level, sure. Alongside The Unknown Woman and The Yellow Wallpaper, maybe. There it will sit on my shelf, well annotated and probably perused now and then to reflect on her lovely turns of phrase. Perhaps, should I ever become gravely ill, the final chapters for solace. But never, ever to be reread in its entirety. Once was enough.
"Quando apro i cassetti mi si piegano le ginocchia. Non posso.Devo sedermi....In quei cassetti che ho visto e conosciuto sin dall'età di otto anni, ridipinti tante volte che d' estate diventavano appiccicosi, come ora, sono annidati, come oggetti amati e accumulati da un uccello, mucchietti distinti di biancheria, pulita, ripiegata, ma alcuni capi sono così consumati o stinti o scoloriti dalle lavanderie automatiche che devo moderni forte per non scoppiare a piangere [...].La precisione sopravvissuta alla disperazione. E poi c'è la presenza fisica che richiamano, l'immediatezza e l'intimità dei capi che portava così vicini alla pelle. I reggiseni sono la cosa peggiore, il corpo fantasma imprime ancora le sue forme, quel corpo così denso di vita, così prorompente da modellare il tessuto, incurvare il pizzo, tendere le spalline, quelle forme che un tempo respiravano, trattenevano calore, stringevano me e che adesso non ci sono più, sono ridotte in cenere, scomparse, cancellate dalla faccia della terra."
OMG, what a powerful and depressing book. From what i have read about the late author, this book closely follows her life and her relationship with her mother. The prologue is family background and then goes into the relationship between Helen, the author and Bett, the mother, from a toung girl into adulthood. The last 75 pages are devastating, following one bad event after another culminating in a serious illness for the author. Ms Hobhouse did pass away from cancer and this book was published posthumously two years after. I have not read anything so depressing since "A Little love" but her prose was strong and the narrative spellbinding. I took it out of the library but the book remains in print in NYRB reissue. Highly recommended for those who want a visceral reading experience. I just ordered another book by her.
I am not sure how to rate this book. 5 stars for the language. It is so beautifully written. As for the story, I see very clearly the type of family and the personality the main character has and I just cannot relate. She is of a depressive nature and she submits to it and it's hard for me to understand.
The part I appreciated the most is when she talked about losing a loved one, it is something I have experienced. And how she comes to God when she learns about her disease.
Overall, although the story is beautifully told, it is quite somber and I wasn't excited to keep on reading. However, I see that many people would related to it and love it, just not me.
Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina: mi ha coinvolta, rapita e straziata. Ti dà tutto ciò che solo una storia vera, raccontata da chi l’ha vissuta, ti può dare: un turbinio di emozioni intensissime che ti investono come un camion nel buio di una tempesta... È un libro drammaticamente sincero, che ti resta dentro e ti divora; ho pianto nel finale, la prima volta che mi succede. Leggerlo fa male, ma ci sono pochi libri come questo.
Once I got used to Hobhouse's writing style, I could finally immerse myself in the melancholy life she lived. She was both utterly uncompromising and full of regrets, and her thinly veiled autobiography is tragic to the extreme although not devoid of hope. Part 3 and 4 are certainly the most melancholic, but also the most poignant in her reflections on grief and a terminal diagnosis. What a strange, short life she lived.