I (citazione)
«Vedi, Michele, non si è mai abbastanza morbosi, perché per quanto si viva del passato c'è sempre qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia.»
II (dialogo)
- Alla fine sei arrivato a cinque stelle
- Eh sì
- Anche se non tutti i pezzi arrivano lì?
- Ma c'è Otto scrittori...
- ...
- E c'è anche Certi verdini...
- E prima ancora avevi letto Canzoni di guerra...
- È vero... sì, fotocopiato... prima ancora di avere il libro...
III (secondo dialogo)
[aprile 2017, per motivi sentimentali e familiari che non sto a specificare, si rilegge Canzoni di guerra]
- Vedi che in ogni libro di Mari c'è almeno una frase memorabile che poi ce la ripetiamo continuamente?
- Come a chi risponde il presidente della Repubblica in Filologia dell'anfibio?
- Sì, infatti... ecco, qui è questa: «Specialmente riflettevo sulla Compagnia, tutti quegli alpini schierati in cerchio intorno al loro pezzo, nessuno che sa cosa dire, tutti che aspettano in silenzio un cenno dal Tenente, il Tenente che dice Non guardate me, è di tutti noi in parti uguali, anche dei muli, l'artigliere Toson che si volta e vede che è vero, dietro il cerchio degli uomini c'è un cerchio più largo di muli.'»
- ... Un cerchio più largo di muli...
[occhi lucidi e sorriso]
IV (parlamento, con spoiler alert)
[seguono appunti con grave rischio di danneggiamento emotivo per chi vuole leggere per la prima volta senza sapere come si conclude il sanguinoso conto alla rovescia di Otto scrittori]
Appunti per una lettura (pubblica) di Otto scrittori di Michele Mari (e in parte di tutto Tu, sanguinosa infanzia)
Parleremo sostanzialmente di passione.
Che come sapete ha come primo significato «atroce tormento fisico», poi «grande sofferenza spirituale», ma anche «sentimento di grande violenza e intensità, capace di dominare interamente una persona» e quindi «trasporto amoroso violento, travolgente». Per estensione (e attenuazione): «inclinazione, interesse molto vivo per qualcosa».
Nel caso dello scrittore in questione questa sera direi che si può sciogliere in «struggimento» [che è una parola-ossimoro: sofferenza acuta ma anche dolce] e «ossessione» [pensiero che ritorna continuamente e in modo tormentoso].
Bene, partiamo da una citazione, ma tratta da un altro libro, successivo, Fantasmagonia (dal racconto eponimo, una specie di catalogo di regole da osservare per diventare un fantasma): «Tutto ciò che lo angoscia [sta parlando di «colui-che-sarà-fantasma»] è aggredito dalla sua disperazione con gli strumenti dell’inventario e della classificazione, nella puerile ricerca di una ratio sulla quale imbastire il salvifico esorcismo.» (p. 149)
Per usare questa citazione come prima chiave per tutto Mari bisogna sostituire angoscia appunto con la parola-ossimoro struggimento. Bisogna quindi aggiungere una buona dose di piacere, di godimento alla frase appena letta perché funzioni per questo scopo.
La citazione annuncia qualcosa che è forse scontato, che vale per ogni vero scrittore. La passione (struggimento-ossessione) che è alla base dell’opera di Mari è inscindibile dagli strumenti stilistici che la aggrediscono e alla fine la costituiscono. Qui sono indicati innanzi tutto come «inventario» e «classificazione»: trovare, minuziosamente, elencare, e suddividere, classificare.
Insomma, quello che dice il racconto di Mari che leggo stasera – Otto scrittori, nella raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia, pubblicata per la prima volta nel 1997 (adesso Einaudi, 2009) - quello che dice questo racconto: cioè dice qualcosa sul fascino, sull’infanzia e sulla scrittura - è inseparabile dalle forme con cui dice queste cose: dalle enumerazioni, dalle prosopopee, dalla scelta dei vocaboli per evocare (appunto come in magia: per incantamento).
Michele Mari è nato a Milano nel 1955, insegna letteratura italiana alla Statale di Milano; come studioso si è occupato principalmente di Sette-Ottocento (la traduzione, Monti, Cesarotti, Baretti, Tiraboschi), poi Cinquecento e Novecento (I demoni e la pasta sfoglia). Come scrittore esordio con Di bestia in bestia, pubblicato da Longanesi nel 1989; poi riscritto e pubblicato da Einaudi nel 2013.
Per quanto ci riguarda stasera, Mari è uno scrittore di racconti. È autore in particolare di tre libri di racconti: Euridice aveva un cane (1993), aperto dal famoso I palloni del signor Kurz; di recente ristampato da Einaudi (2015). Poi appunto Tu, sanguinosa infanzia (1997). E più a distanza l’ultimo finora della serie: Fantasmagonia (2012), a mio avviso meno importante delle altre due, ma che contiene alcuni testi molto belli (come quello già citato o come Il patrimonio del popolo tedesco).
Ci interessa però Tu, sanguinosa infanzia. Alcuni racconti in particolare: I giornalini, Le copertine di Urania, La freccia nera, Certi verdini, Laggiù... Si offre, in prima battuta, come una raccolta di racconti autobiografici, che partono dalla propria infanzia; ma trasfigurata appunto in una serie di ossessioni iperboliche.
L’io narrante di questi racconti – non sempre così, non tutti, ma nella maggior parte dei casi – si presenta innanzi tutto come figlio (e nipote): neanche da prendere in considerazione l’ipotesi che possa diventare davvero un padre. La condizione di figlio è quasi assoluta. Anche nei confronti della letteratura, come vedremo: chi scrive è figlio di tutta la letteratura precedente, che è tutta a disposizione, a portata di mano, liberamente, gioiosamente. A chi non piace, Mari sembra uno scrittore “fine a sé stesso”, una letteratura “letteraria”, ma non si può trascurare che questa libera e gioiosa e sapiente scorribanda in tutta la letteratura amata c’è anche consapevolmente una coazione, un obbligo e una prigione… ci tornerò alla fine.
Quindi la condizione di figlio, subito nel modo anche peggiore: I giornalini, p. 3. Negazione del concetto di passaggio del testimone, della possibilità-speranza-dovere della trasmissione dell’esperienza: al contrario desiderio di museificazione di sé, del proprio passato, dell’infanzia personale, immodificabile.
Naturalmente è un tentativo frustrato, sempre fallito perché estremo: «Vedi, Michele, non si è mai abbastanza morbosi, perché per quanto si viva del passato c'è sempre qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia.»
Il titolo: l’infanzia è sanguinosa, ovviamente, perché continua a sanguinare per tutta la vita, inesorabilmente. È una ferita sempre aperta. Ma al tempo stesso perché è il sangue della vita, la sua essenza vitale, il suo fluido vivificante. Come dicevo prima: quello che dice è indissolubile da come lo dice: non è L’infanzia sanguinosa, Il sangue dell’infanzia, ecc. è un appello, l’annuncio di un corpo a corpo, di un rapporto decisivo e viscerale: Tu, sanguinosa infanzia. E non credo di esagerare pensando che ci sia anche il retrogusto di una immaginaria traduzione: “you, bloody childhood”!
Ed è un settenario, che si può perfettamente legare al titolo endecasillabico del romanzo leopardiano di Mari, del 1990:
Tu, sanguinosa infanzia,
io venìa pien d’angoscia a rimirarti.
Ma non volevo parlarvi del libro in generale, volevo parlare – anzi proprio leggere come dice il titolo della serata – di un singolo racconto, abbastanza perfetto: Otto scrittori.
Incipit, p. 47.
Perfetto innanzi tutto per la scelta della misura. È un racconto abbastanza lungo: trenta pagine di queste dimensioni. Se fossero di meno, se il racconto fosse molto più corto, sarebbe difficile riuscire a costruire il pathos necessario (alcuni racconti di Fantasmagonia sono un po’ così: risolti troppo rapidamente per permettere l’espandersi dell’evocazione, per permettere che il lettore faccia proprio il respiro della sofferenza inseparabile dalla gratitudine e dal godimento… la passione…).
Se fosse molto più lungo sarebbe impossibile mantenere questa tensione, permettere una lettura tutta d’un fiato, direi preferibilmente ad alta voce, tutta di seguito senza pause, per sentire il sovrapporsi delle parole negli sbuffi di vento o negli odori salmastri. Perché si parla di mare ovviamente [anche Mari il suo libro di mare l’ha scritto: La stiva e l’abisso, del 1992]. (continua p. 47)
Dicevo prima che questo racconto ci dice qualcosa sul fascino (l’abbiamo già iniziato a capire, credo), ci dice qualcosa sull’infanzia e qualcosa su questi scrittori e sulla critica.
1) Sul fascino, sull’ossessione, sulla fedeltà: «bisognava averli letti tutti, ricordarseli tutti, confonderli tutti». Bisognava. Non era – non è – possibile altrimenti. Il dovere del fascino (della passione, dell’ossessione…).
2) E fa parte del macrotesto che ho descritto un po’ prima, quindi sicuramente vuole essere un tassello (anzi un pezzo del puzzle, letto Certi verdini…) dell’infanzia. La condizione di figlio e di nipote è innanzi tutto la condizione di lettore.
3) E dice qualcosa su questi scrittori. quali? sempre p. 47.
Ed è un racconto sulla critica.
Sapete che c’è una ricca tradizione di romanzi-saggio: L’uomo senza qualità di Musil, La montagna incantata di Thomas Mann, lo stesso Proust, con tutte quelle riflessioni, con quella comprensione perfetta dei meccanismi sociali non tanto narrati ma fatti emergere dalle impressioni e dalla riflessione… Non mi sembra invece che esista una tradizione simile di racconto-saggio (ci sono sicuramente saggi che hanno andamento più narrativo, per Debenedetti, Sanguineti parlava di “racconto critico”… ma è un’altra cosa). Qui siamo di fronte a un racconto, presentato come tale, in una raccolta di racconti, dove l’elemento di invenzione, di visione, è dominante. Qui tutto è sciolto nell’invenzione; non ci sono personaggi che parlano di tematiche “saggistiche” come nel romanzo-saggio... è come se si aprisse davanti a noi il teatro dell’anima del lettore.
P. 49: «annullando… libro da leggere.»
Quindi è un racconto sul lettore, sul leggere. Come si potrebbe dire che non ci innamoreremmo se non avessimo mai sentito parlare – o letto – dell’amore; a maggior ragione non saremmo veri lettori appassionati se non avessimo sentito – o letto – parlare dei veri lettori appassionati, come Mari certamente è; e lo dimostra in Otto scrittori.
Ma non è solo un racconto-saggio sulla passione (e sull’arte) del leggere. È un racconto-saggio sulla condizione della critica. Oltre che un meraviglioso esempio di «racconto di critica vissuta», come l’ha definito Domenico Scarpa [aggiungendo, nel 2001: «uno dei più bei racconti degli ultimi venti anni»]
Come abbiamo visto, degli scrittori amati bisogna leggere tutto (le opere principali come i racconti minori, ma anche le informazioni biografiche, che sono una parte dell’opera, e che in Otto scrittori sono adoperati allo stesso livello dei personaggi e dello stile narrativo). E però, poi, non basta amare la lettura; non basta immergersi in questo mare.
C’è l’obbligo di discernere – la ferita di capire, selezionare, scegliere, confrontare, valutare. Certo, con le lacrime agli occhi.
È un racconto sulla critica: bisogna essere un lettore “ingenuo” e al tempo stesso si deve essere quanto di più lontano esista da un lettore ingenuo e totalmente “passivo”, rapito, coinvolto. Al tempo stesso.
P. 50: «Quelle voci mi frastornavano… e il cavo fu reciso.»
Accanto all’amore, anzi dentro, dall’amore… dalla fedeltà più assoluta sorge l’onestà inflessibile del vero critico. Che significa dover scegliere. Innanzi tutto individuare esattamente il cuore, il centro, il tema, l’argomento [avete fatto delle tesi, sapete che è forse la cosa più difficile]. [Auerbach, problema del punto di partenza (Ansatzpunkt), p. 61]
E qui è il mare, l’abbiamo già detto. Il primo che scompare è quindi Verne: pp. 51-53.
Ma cosa significa il mare?
Non il mare in generale, che c’è ancora oggi. Ma il mare che deve fare rima con l’avventura e con il passato.
Ma un passato giusto, abbastanza recente da avere certe caratteristiche ma non tanto recente da averne intanto acquisite altre: quindi il secondo a scomparire è Defoe (pp. 53-56).
Avete capito il meccanismo. Il dovere della scelta conduce alla ricerca del centro, del cuore, del nucleo. Sceverare a costo di soffrire. Condanna e elezione coincidono.
Il meccanismo di progressiva eliminazione è a sua volta un altro dei contenuti: la sfida, con rispetto e onore e pietas è fondamentale in questo racconto. Gli otto scrittori sono uno solo, ma sono anche otto che devono diventare uno solo... ne resterà uno solo come in un film della mia infanzia, Highlander...
Ma la sfida tra loro è anche la sfida con il mare, nel senso che stiamo iniziando a capire… quindi la sfida con la vita, con l’esistenza, e la sfida con lo stile necessario.
Ora tocca a Salgari, il nome «della mia fanciullezza»; quindi il nome che più è quello proprio di questo libro, della sanguinosa infanzia. In questo senso dovrebbe essere l'ultimo a rimanere. Ma bisogna essere fermi e bisogna essere giusti. E si fa quello che deve essere fatto. Però proprio qui c’è un massimo di pathos. Azione riparatrice, puramente retorica, e pertanto pienamente sentita: pp. 56-58.
Con la partenza di London si precisa ancora meglio l’esigenza di individuare il centro non solo nell’avventura e nell’amore dell’infanzia ma appunto nel mare come segno di tutto questo ma anche di altro, di più, di un oltre. E la cosa avviene non senza di nuovo una dichiarazione di predilezione (il soggetto che si è autoinflitto un obbligo così lacerante, cerca in ogni modo di attenuarlo): pp. 58-60.
E con un colpo rapidissimo attenua l’altro taglio, Poe pp. 60-61.
Qui c’è un salto ulteriore: si riparte in un certo senso dall’inizio: sono rimasti in tre, ma siamo al centro del nucleo. I tre scrittori sono uno scrittore. Iperbole, sempre: c’è un abisso tra loro e gli altri: p. 63.
Quindi eliminazione diretta, fase finale, come ai mondiali: Conrad-Stevenson. Si rivolge a Conrad, per lo stile: incarna meglio di tutti quello che tutti in realtà nobilmente hanno manifestato: la capacità di riconoscere la propria forma e il proprio destino. Ma Conrad è proprio la ricerca dello stile, della fermezza, nel momento culminante… nella vita e nella scrittura. È quindi anche potenzialmente un passaggio verso l’età adulta, ma per il momento – ultimo colpo di coda – vince ancora l’infanzia, il solo volume dell'Isola del tesoro piega dalla sua parte la bilancia (scontata ma divertente immagine della scelta e della critica): pp. 65: e Conrad disse… p. 67: Così ebbe inizio… -68.
E infine naturalmente la finalissima: Stevenson-Melville. P. 69: e un mese più tardi… fino a p. 70: angoscia. P. 71 E all’imbrunire…
Ultimo guizzo: la voce narrante sale sul Pequod, tornano tutti, Salgari con la gola squarciata, London manda un cucciolo di cane… l’ultima parola e l’ultimo punto di vista non sono del narratore, né di uno degli otto scrittori, ma di un personaggio. Che naturalmente liquida tutto: p. 76.
Avevo detto: parleremo di passione. Struggimento e ossessione. Obblighi, sofferenza e godimento, malinconie.
La struttura portante, ciò di cui si parla e il modo in cui si parla sono una cosa sola.
Quindi la lingua naturalmente, straordinaria capacità mimetica (da Io venìa… a Roderick Duddle..).
Lo stile nel senso visto: la scelta lessicale, le costruzioni sintattiche, le prosopopee (gli scrittori, i personaggi, anche i morti, ma anche gli uccelli e gli elementi naturali che vengono fatti parlare con voce propria, con proprie parole), il catalogo, la ripetizione con variatio e l’iperbole come strumenti conoscitivi...
E anche tutto questo in quanto lontano dalla lingua quotidiana, di oggi e di tutti i giorni: il passato, come abbiamo visto. Condanna e unico desiderio.
«La vita è bella solo da lontano» si legge in Jean Santeuil di Proust. Nel miglior Mari – sicuramente in Otto scrittori – direi che si sente la tensione a godere-soffrire il massimo di vita nel massimo di distanza.
Non c’è ironia: o meglio: si sorride anche molto, ma per partecipazione non per distacco. Mari non è uno scrittore diciamo così “ariostesco”. Si sorride non per il distacco dell’autore-narratore che ha letto tutti i libri e li condivide con noi, senza crederci fino in fondo.
Si sorride per la condivisione nella stilizzazione delle viscere.