Ogni tanto i saggi del Mulino mi cagionano brutte sorprese: questa non è bruttissima (come accadde anni fa con un orrendo saggio sui profumi nel mondo antico), ma bruttarella sì. L’autrice, professoressa di Storia economica del Medioevo, compone un saggio sull’illuminazione artificiale (appunto) nel Medioevo allegando il fatto che un’opera organica e specialistica sull’argomento tuttora manca; diciamo pure tuttavia che, dopo la pubblicazione di questo saggio, essa continua a mancare. Nel Medioevo, e anche dopo sino alla diffusione dei lumi a gas e a petrolio, esistevano in pratica soltanto quattro fonti d’illuminazione: il fuoco, le fiaccole, le candele e le lampade a olio, alimentate con olî vegetali o (nell’Europa settentrionale o atlantica) di balena. Per ciascuna di queste fonti di luce artificiale si possono trovare, ad attestarne la diffusione, l’uso e il costo, pezze d’appoggio iconografiche, letterarie o provenienti da documenti pubblici e privati di vario genere: tutte cose che l’autrice menziona; ebbene, si crederà mai che nonostante ciò ella riesca qui a darne, nel giro di neanche dugento pagine, una ricostruzione quanto mai farraginosa e ripetitiva? Ciò avviene, a mio avviso, perché alcuni tipi di documenti sono abbondanti ed altri scarsi o quasi assenti. Quelli abbondanti sono i documenti con cui, per ragioni d’ufficio, la Del Bo ha familiarità: registri di conti, contratti di compravendita o di lavoro, testamenti, cronache cittadine o cortigiane; e di questi ve ne sono fin troppi: l’autrice infatti deve darne ragguaglio soltanto spigolando, per saggi, onde fatalmente deriva una spiacevole sensazione di aneddotica; ma ciò è inevitabile. Le fonti letterarie hanno naturalmente scopi diversi: lumi, lampade, lanterne, candele o torce vi sono menzionati a fini narrativi, e raramente se ne possono ricavare dati molto solidi e concreti sull’effettiva conformazione di tali oggetti; ad esse si possono accostare le fonti lessicografiche, le quali d’altronde attingono appunto anche o soprattutto dalla letteratura. Qui la Del Bo inserisce un intero capitolo sulla metafora del fuoco, della luce e dei lumi nella letteratura medievale (in volgare) che, oltre ad apparire piuttosto arruffata e manchevole, in un tema in classe verrebbe barrata come, appunto, “fuori tema”: se oggetto della ricerca sono le fonti d’illuminazione nel Medioevo, il bruciare per l’amore o il chiamare “lumi” gli sguardi e gli occhi non c’entra nulla, tanto più che tali metafore non sono nemmeno tipiche del Medioevo e della cultura italiana o europea, ove infatti derivano in genere da quella classica, in cui si spazia dal folgorante ὄπταις ἂμμε di Saffo al delizioso e tornito “me torret face mutua/ Thurini Calais filius Ornythi” di Orazio; e sono metafore così ovvie da riscontrarsi anche in altre civiltà, e viepiù ardite: in Omar Khayyam il cuore che arde d’amore brucia mandando effluvî d’arrosto. Quanto alla rappresentazione pittorica o scultorea di oggetti per illuminare, sembra essa stessa piuttosto sporadica: un po’ più presente nell’arte fiamminga, meno in quella italiana, per i caratteri proprî di queste due scuole artistiche; ma qui ci vorrebbe la memoria iconografica d’uno storico dell’arte: c’è anche da credere, tuttavia, che le tipologie di oggetti, come nei secoli più recenti, restino poche, semmai differenziate, ma neppur sempre, per ornamenti e stili locali. Appare dunque un po’ arrischiato il caricare su queste sporadiche testimonianze figurative significati ulteriori quali una diversità “di genere” degli oggetti d’illuminazione, come fa l’autrice: a prescindere dai valori allegorico-religiosi dell’oggetto, dall’abbinamento d’una forma di candeliere a un uomo o a una donna, o dalla sua presenza o assenza, è azzardato inferire una mascolinità o femminilità dell’oggetto, con ulteriori deduzioni sul prestigio maggiore o minore del manufatti, trattandosi appunto di raffigurazioni non abbondanti, lasciate forse, in molte circostanze, a predilezioni del pittore, a usanze di scuola o al puro caso. Sopravvive ai nostri giorni, di quei secoli, qualche candelabro da chiesa: dalle notizie che ne dà l’autrice, dovevano essere per lo più di legno e di ferro, e di fattura molto semplice. La Del Bo si lagna, sulla scorta d'un autore francese che cita, della “furia barocca” che avrebbe cancellato dai nostri edifici sacri i suoi amati candelabri medievali di ferro e di legno; io mi lagno della furia medievaleggiante che ha deturpato le chiese barocche o barocchizzate (e il contenuto delle sacrestie) nostrane in anni assai più recenti, magari “in omaggio allo spirito del Concilio”: e siamo pari e patta. I tarli e la ruggine però non hanno predilezioni estetiche: ma forse la nostra storica se n’è dimenticata. Torno a chiedermi: era così difficile scrivere un capitolo, per esempio, dedicato alle candele riportante in ordine chiaro: dati lessicografici, testimonianze letterarie, iconografia, dati sulla fabbricazione, l’uso e il costo, senza andare avanti e indietro, tra digressioni e ripetizioni? Certo, il capitolo sulle candele avrebbe occupato da solo metà o due terzi del saggio; ma non è colpa di nessuno se le fonti, come risulta da questo saggio, parlano molto di candele, poco di falò, pochissimo di torce e quasi niente di lumi a olio. Quel che proprio non capisco è invece perché la Del Bo indulga tanto all’uggioso vezzo di scrivere “gli storici e le storiche”, “i romani e le romane”, come se il parlare solo di storici e di romani inducesse a pensare che le colleghe della Del Bo e le abitanti di Roma (odierne o medievali) facciano e abbiano fatto sempre puntigliosamente l’opposto esatto dei loro colleghi maschi. È, per giunta, un usus scribendi pericoloso. Non teme la storica di fare torto ai transessuali, agl’intersessuali, agli asessuali, a tutte le varianti e combinazioni di costoro, e a chi non si accodi all’oggi deprecata sessualità binaria, qualunque cosa essa sia? Io, al suo posto, con l'aria che tira di questi tempi, un po’ di paura ce l’avrei.