Tempo fa era uscito un libro, “No kid”, da me debitamente letto e recensito, che elencava tutte le ragioni per cui era meglio non avere un figlio. Si trattava di un libello a metà strada tra il saggio e la provocazione, che diceva, con qualche ripetizione, cose abbastanza giuste e incontrovertibili, ma che aveva comunque suscitato un po’ di scandalo a fronte del fatto che attaccava senza condizioni il mito di quant’è bello e quant’è giusto avere figli, un tabù in merito al quale in moltissimi, non necessariamente plagiati dalla morale cattolica, non ammettono eresie. Adesso ho avuto occasione di leggere quest’altro libro, un romanzo che viene dalla penna di una scrittrice di successo francese, Eliette Abécassis, nel quale viene narrata in soggettiva la catastrofica esperienza della maternità di una giovane intellettuale parigina. Profondamente innamorata del suo compagno con cui fa viaggi ed esperienze di ogni genere, decide di avere con lui un figlio – evidentemente figlio dell’amore e non del dovere o della convenienza. Quello che non calcola, sono le trasformazioni che questa presenza porterà nella sua vita: trasformazioni fisiche, nella gestione del tempo, nell’economia familiare, nelle prospettive esistenziali… Un terremoto da cui sarà impossibile riprendersi. Difficile non concordare con le riflessioni, anche profonde, che la protagonista fa nel corso della storia, alcune delle quali riporto nello spazio riservato alle citazioni; tra l’altro il libro è scritto veramente bene – alcune pagine fanno anche ricorso ad una ritmica poetica, un gioco di rime reso appropriatamente dalla traduzione. Il tutto vale come una conferma fattiva alle teorie di Simone de Beauvoir, più volte citata all’interno della vicenda (il suo “Secondo sesso” staziona stabilmente sul comodino della protagonista) quando affermava (semplificando moltissimo) che una donna non può essere allo stesso tempo intellettuale e madre. Il libro, tutto narrato al passato remoto (finalmente, oserei dire; comincio ad averne abbastanza di storie raccontate al presente) delude un po’ nel finale. Ci si immagina che la protagonista racconti la sua storia dall’interno di un centro di igiene mentale, ricoverata coattivamente a causa di una depressione post-parto di dimensioni epocali; o di un carcere, per aver strozzato l’innocente frugoletta causa della sua devastazione esistenziale; il suicidio è da escludere, a meno che la sua voce non provenga dall’aldilà, artificio spesso utilizzato al cinema ma che nella letteratura, per fortuna, non si pratica molto… E invece la mamma pentita si ritrova alla fine della storia con il suo test di gravidanza positivo in mano. Escludendo, visti gli accadimenti, che sia rimasta incinta una seconda volta, l’unica lettura possibile è che tutta la storia sia stata frutto di immaginazione, un po’ come nel film “Casomai”. Una soluzione un po’ di comodo e appiccicata con la colla, oserei dire. Un libro che comunque tutte quelle (e quelli) del “che bello avere figli, che bella la maternità/paternità” prima di averci provato dovrebbero leggere obbligatoriamente. Così, giusto per smontarsi un po’. (p.s. resta una domanda. E' una storia autobiografica? Forse no, visto che la Abécassis, se ha figli, non hanno compromesso il suo successo come scrittrice, né il suo aspetto, visto che è una splendida donna. Certo che ciò di cui parla, deve averlo visto comunque da vicino).