Posto tra Biłgoraj e Lublino, Zamość e Sandomierz, Goraj è oggi poco più di un villaggio, un paese di poco meno 4500 abitanti. Una florida comunità ebraica un tempo l’animava. Cosa resta della presenza e della vitalità ebraica di un tempo? Sì e no il ricordo, forse. Ma ben prima di Hitler e delle sue Schutzstaffel, a sradicare i figli di Abramo da quel villaggio sperduto tra le colline Roztocze, ci aveva provato l’atman Bogdan Khmelnitsky e i suoi cosacchi. Iniziata nel 1648 come rivolta dei cosacchi zaporoghi contro i signori polacchi che dominavano l’Ucraina, l’insurrezione alimentata dai tatari di Crimea e dai contadini in rivolta, si era trasformata in un massacro di massa dei cattolici polacchi e degli ebrei in particolar modo. Il racconto di Singer prende le mosse proprio dal massacro della comunità ebraica di Goraj da parte dei cosacchi di Khmelnitsky, o meglio, poco dopo quei terribili eventi. Il Satana di Singer, diversamente che nella Shamgorod di Elie Wiesel non assume le sembianze di un distruttore come Khmelnitsky , ovvero Hitler. C’è un abisso infatti tra il libro di Wiesel che visse l’Olocausto in prima persona e Singer, che scrisse invece il romanzo (la sua prima opera) nel 1935, quando nella Germania nazista era iniziata la persecuzione contro gli ebrei, ma nulla ancora lasciava presagire la catastrofe futura, le sue immani dimensioni, la sua devastante e annichilente intensità. Il peggio, in “Satana a Goraj”, sembrerebbe invece passato; la comunità rinasce, gli ebrei ritornano, le speranze rifioriscono, la vita riprende in tutta la sua pienezza. Ma la presenza satanica agisce, è già all’opera contro i figli di Abramo. Il Satana di Singer è sottile, astutissimo, menzognero e manipolatore. Non si accontenta della distruzione pura e semplice del popolo ebraico come già il Faraone, o il perfido Aman del Libro di Ester, o Khmelnitsky. Vuole invece distruggere dalle fondamenta l’ebraismo, cancellare la sua identità, la sua tradizione, la sua religione, staccandolo in sostanza dalla sua comunione con Dio e con la sua Legge. E per far questo gioca e manipola quanto è più santo, più dolce e caro: l’attesa del Messia, la sua rivelazione finale, la salvezza misericordiosa del popolo ebraico, il ritorno nella Terra dei Padri.
I tempi sembrano maturi, perché l’odio contro i figli di Abramo si è scatenato feroce con i pogrom dei cosacchi. Il Messia potrebbe arrivare adesso, forse è già qui… Si sentono infatti voci sempre più insistenti, arrivano persino dei messi a Goraj: il messia è arrivato ed è Sabbatai Zevi, il mistico, il cabbalista che sta mettendo in agitazione tutte le comunità ebraiche. Ma la delusione è enorme perché il Messia poi diventa turco, ovvero, costretto dalle autorità ottomane, Sabbati Zevi abiura per l’Islam. Una catastrofe, tanto più grande quanto grandi erano le attese e le aspettative di tutti. E allora a Goraj si insinuano strani pensieri, si inizia a forzare la mano a Dio, perché, per una strana teoria diffusa anche da Sabbatai e dai suoi, peccando contro Dio e contro la sua Legge, abbandonando riti, tradizioni e prescrizioni, si aumenterebbe l’empietà dei tempi al massimo grado e si accelererebbe l’arrivo del Messia. Ecco la finezza malvagia di Satana, mostruosa e blasfema che da il via alla vicenda di Sabbatai Zevi. Questa sì che porta alla pressoché totale distruzione della comunità ebraica di Goraj, travolta, sradicata nelle sue convinzioni più intime, nella fede più santa, nell’aspettativa fiduciosa e rispettosa di Dio e del suo Messia. Cupo il romanzo man mano che si procede, ma di una cupezza stemperata dall’ironia (e dall’autoironia), da un certo humor, caratteristico dei fratelli Singer, dalla vivacità, dal vitalismo e dall’esuberanza dei personaggi, anche minori, che vivono nel racconto e lo rendono avvincente.
È forse l’esperienza personale di Singer che anima e da vita al racconto, la sua riflessione sulla storia e sul destino delle comunità yiddish a contatto con una cultura occidentale sempre più scettica e agnostica, ricca e attraente, che disgrega lentamente la fede e la tradizione, che rende insopportabile l’attesa millenaria del Messia, così fiduciosa e incrollabile che aveva costituito nei secoli il cuore pulsante dell’identità ebraica e la garanzia della sua conservazione. I vari messia erano le idee socialiste e marxiste di palingenesi universale, che tanto attraevano l’intellighenzia ebraica europea, il Sionismo e l’inizio del ritorno nella Terra dei Padri senza attendere il messia, etc… Oppure un messia tutto personale, nato dalla stanchezza, dal disincanto, e perché no, dalla stizza e dalla sfiducia verso Dio. Alla fine del suo libro “La famiglia Moskat”, Singer farà dire ad uno sgomento Hertz Yanovar, durante i bombardamenti degli stukas a Varsavia nel settembre 1939, le terribili parole: “Il Messia verrà presto… La morte è il Messia. Questa è la verità”.