In un paese non nominato eppure a tutti familiare, una successione di assassinii e di funerali ufficiali scandisce la vita pubblica. Con assoluta chiarezza, ma su un fondo tenebroso, si disegna in questa storia la fisionomia di un anonimo protagonista, quel potere che – nelle parole di Sciascia – «sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa». Il contesto apparve nel 1971 e venne accolto dalla critica con malcelato imbarazzo. Oggi riconosciamo in esso il primo rendiconto sobrio e veritiero di un’Italia da cui pare che nessuno sappia come uscire.
This is not simply another whodunnit. What starts as an apparently straightforward series of killings of judges soon becomes obfuscated by political goings-on. The very able Inspector Americo Rogas (as well as some totally inept colleagues who obligingly block him in every possible way) is on the case. Subtle humour and irony, philosophical ponderings and literary allusions add to the pleasure of reading this excellent novel, not to mention a twist or two in the plot.
There is a laugh-out-loud moment when
Not being able to find it in the original Italian, I read an English edition of this novel and I'm pleased to report that the translation is first class and reads very well.
« Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici ». Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse « Forse. Ma continuate a seguirla ».
Così, signor Sciascia, ci conosciamo. Ho tanto sentito parlare di lei, ma non avevo mai letto qualcosa di suo. E questo piccolo testo… è un gioiello, una perla rara. Mi dispiace soltanto non abbia scritto qualcosa di più. È interessante, Leonardo – posso chiamarti Leonardo? – il modo in cui raccogli gli ingranaggi del giallo e li torci fino a farli estranei. Ci sono questi ammazzamenti di giudici, un ispettore… E il colpevole lo scopriamo già a pagina 30. Ma poi la realtà si incastra nel crimine, la realtà criminosa per cui quel crimine è un incidente necessario. L’ispettore ha già scoperto il colpevole? Più veloce di un Poirot, più efficiente di uno Sherlock! Benissimo, ma adesso basta giocare: ci sono altri colpevoli da perseguire, nemici dello Stato su cui possiamo e dobbiamo scaricare fardelli di responsabilità, perché in un paese come il nostro verità e giustizia sono solo etichette da appiccicare a piacimento. E c’è di più. Individuare un colpevole, il colpevole non è affatto importante. E qui la signora Christie avrebbe un mancamento. Non è importante, perché siamo tutti colpevoli. Nella società di massa non c’è un solo individuo che sia innocente. Anzi, nella società di massa non c’è un solo individuo: la massa è un unico corpo criminale. Per aver ragione della massa criminale, c’è bisogno di uno stato criminale. Uno stato che si auto-conservi attraverso il disprezzo e l’esercizio dell’iniquità, che colpisca nel mucchio, che spari sull’innocente ed elevi il boia al solo scopo di istillare nella massa il senso dell’insensatezza della giustizia e il necessario timore della stessa. Di fronte alla perversione dell’amministrazione della giustizia, all’ispettore – uomo libero, servente della verità – non resta che adeguarsi al meccanismo. O morire. Ecco che tu scrivi, in un memorabile passaggio, « Dentro il problema di una serie di crimini che per ufficio, per professione, si sentiva tenuto a risolvere, ad assicurarne l’autore alla legge se non alla giustizia, un altro ne era insorto, sommamente criminale nella specie, come crimine contemplato nei principi fondamentali dello Stato, ma da risolvere al di fuori del suo ufficio, contro il suo ufficio. In pratica, si trattava di difendere lo Stato contro coloro che lo rappresentavano, che lo detenevano. Lo Stato detenuto. E bisognava liberarlo. Ma era in detenzione anche lui: non poteva che tentare di aprire una crepa nel muro ». Leonardo, tu questo lo pubblicavi nel 1971 – e certo l’avevi scritto prima. L’avevi scritto, forse, gli stessi giorni della strage di piazza Fontana. Tre anni prima della strage di piazza della Loggia. Tre anni prima della strage dell’Italicus. Quattro anni prima dell’omicidio Pasolini. Sette anni prima del rapimento Moro. Nove anni prima della strage della stazione di Bologna. E potrei continuare. E potrei allargare il quadro. Potrei estendere la pestilenza della detenzione a tutto il mondo come oggi lo conosciamo. Un mondo che risponde perfettamente alla logica di un titolo pirandelliano, Così è, se vi pare, e che non risponde a nessun’altra logica.
Oh, there are murders. Plenty. And cold-blooded, too. And there's an Inspector, Rogas, who's out to solve the crimes.
But the storyline turns political, as Rogas finds constant roadblocks. And it turns philosophical, too. "Have you ever thought about the problem of passing judgment on a man?" a judge, and potential next victim asks at one point.
I liked that two murders occurred in an art gallery, the bodies found under specific paintings. I liked that a fugitive left The Brothers Karamazov on his bed when he fled, perhaps a clue? I liked that in an obligatory stakeout Rogas pulls out a newspaper and turns to the literary supplement with "a piece about a translation of a Moravia novel, a Solzhenitsyn short story, essays by Lévi-Strauss, Sartre, Lukács." I liked dialogue like this:
"There is nothing evangelical, of course about resorting to violence--slugging it out, as we policemen say. However, one doesn't know how priests and ex-priests read the Bible, when they read it. And then there's 'I came not to send peace, but the sword.'"
"Who says that?"
"Christ said it."
"Right. there is some talk about a sword. Still I would never have thought that Christ--"
"It could be a metaphor. The sword, I mean."
"But a .38-caliber gun isn't. And that's what we're dealing with. . . ."
I liked this so much I ordered a few more books by the author when I was merely halfway through.
“Perché il sistema consente di arrivare al potete col disprezzo; ma è l'iniquità, l'esercizio dell'iniquità, che lo legittima.”
★★★ ½
Come un segugio l’ispettore Rogas indaga sull’omicidio di alcuni magistrati. Segue tracce, cerca indizi e intanto gli omicidi prendono una piega seriale che mira a sterminare ogni procuratore della Repubblica che si trovi nei paraggi.
Follia? Vendetta? Oppure si tratta di un preciso progetto politico? Quest’ultima ipotesi è accreditata in prefettura dove si attribuiscono i fatti a nascenti gruppi antagonisti. Anarchici, insurrezionalisti e chiunque esprima pensieri che mirano a scardinare lo Stato. Rogas è un uomo colto, con una forte autonomia di pensiero che gli impedisce di farsi trascinare dalle tesi che i suoi superiori impongono. Dare credito al proprio istinto, ignorare ciò che gli viene suggerito ha però delle conseguenze…
Si potrebbe sinteticamente dire che qui c’è una trama sottile condotta con spessore. Sciascia è un erudito che sfoggia citazioni rigirandosi tra le mani il suo sapere come fosse una fine esibizione di magia. Il contesto è pura circostanza in cui accadono degli eventi. E’ una caricatura che permette di fare riflessioni universali. Qui si parla dell’Uomo; del bene e del male che non hanno nazione. La parodia –come è giusto che sia- esagera ed enfatizza le parole dando una sfumatura quasi inverosimile così che la lettura può essere poco coinvolgente se non addirittura ostica. Si costruiscono dialoghi in cui si cita, ad esempio, “la scommessa” di Pascal oppure Borges e le sue riflessioni sull’esistenza di Dio. E’ un susseguirsi di domande di valore universale: cos’è il potere? E la giustizia?
Uno Sciascia che non travolge come altrove. Stuzzica il pensiero, però. E non è poco…
”Intorno a questo caso, mi si delineò la storia di un uomo che va ammazzando giudici e di un poliziotto che, ad un certo punto, diventa il suo alter ego. Un divertimento. Ma mi andò per altro verso: ché ad un certo punto la storia cominciò a muoversi in un paese del tutto immaginario; un paese dove non avevano più corso le idee, dove i principi - ancora proclamati e conclamati - venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava. Un paese immaginario, ripeto. E si può anche pensare all'Italia, si può anche pensare alla Sicilia; ma nel senso del mio amico Guttuso quando dice: «anche se dipingo una mela, c'è la Sicilia». La luce. Il colore. E il verme che da dentro se la mangia? Ecco, il verme, in questa mia parodia, è tutto d'immaginazione.” [ intervista Leonardo Sciascia da “Assonanze La palma va a nord di Leonardo Sciascia, a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali, 1981”.]
Sciascia pubblicava il libro nel '71, con anni di piombo agli inizi e strategia della tensione iniziata da un pezzo. Piazza Fontana nel '69, vari tentativi di golpe striscianti da un pezzo, gioco sporco e trasversale, doppio, triplo gioco del "potere" e dei poteri. Fa impressione leggere queste pagine, come del resto le altre, quelle del "Il cavaliere e la morte" (non il diavolo, per Sciascia bastano gli uomini a fare il Male). La formula che condensa per lui il "potere", "il sistema consente di arrivare al potete col disprezzo; ma è l'iniquità, l'esercizio dell'iniquità, che lo legittima" mi ha stupito, se non folgorato, tanto attuale, se l'ho ben capita. Dopo quaranta anni è più valida ed evidente che mai. dopo la prima repubblica, la seconda si regge proprio sul disprezzo. Caricature politiche, discredito morale, completa sfiducia, totale incapacità e inazione, parole vuote e a vanvera; su tutto l'iniquità, la connivenza con la criminalità organizzata, la corruzione dilagante dall'alto in basso; il saccheggio del pubblico e il dispregio di ogni legalità e rispetto del bene comune. E, appunto perché dilagante e per straripare, debordare, tracimare, deve esserci iniquità del e disprezzo per... il "potere"... A Sciascia; e a Pasolini, con infinito rammarico, da parte di chi sta vivendo questa fase terribile della storia repubblicana.
Leonardo Sciascia writes rereadable thrillers, loaded with action and existential angst. There is no one quite like him. In Equal Danger Detective Rogas is put on a case meant to solve the serial killings of a number of judges and district attorneys. Rogas very methodically tracks down his man. It's a simple operation but with its own peculiar logic. He stakes out the man's house, but his plainclothesmen promptly "lose" the suspect. Rogas speculates that his man, Cres, simply walked away from the house without any knowledge of the stakeout. In other words, Rogas has been countermanded by higher ups who for political reasons wish to pin the crimes on others.
When a fifth man is killed, another DA, Rogas's boss takes him off of the case entirely and assigns him to the Political Section. It is after all 1971 in a state very much like Italy. This is a time of dime-a-dozen revolutionaries, the Red Brigades (Brigate Rosse) terrorist faction most famous for the assassination of former Christian Democrat Prime Minister Aldo Moro, etc.
Detective Rogas is told by his new boss in the Political Section to be somewhere for certain undeclared purposes. He realizes he's been double-crossed when he walks right into a cosy evening gathering of the same revolutionaries he has been told to investigate in the Political Section and their friends, various high-level government ministers. Thus we see the obstacles Rogas is facing. They are systemic. How can one arm of the government be investigating the very people who are friends and acquaintances of high-level ministers? Meanwhile Cres is at large and the murders go on. This is very Sciascia. To take one police problem and to study it until a far larger problem is exposed. The writing is hyper compressed and the story tics by in 119 pages.
There's an almost Nabokovian high style that Sciascia employs that I've never come across in his work before. (I don't think this is a peculiarity of the translation, it's too consistent to be so, though I yield to native Italian speakers on the matter.) Sciascia seems to me a writer of tremendous tonal range, and here he is applying these skills to what on the surface appears to be a rather formulaic detective yarn. It isn't, of course.
My favorite passage comes in the last third of the book. Detective Rogas decides to visit the head of the State Supreme Court, President Riches, whom he believes is or will soon be a target of Cres. Sitting before Riches he expounds upon his theory of Cres's revenge. Cres, Rogas believes, was the victim of judicial error. He was convicted and served five years for an attempted murder of his wife that was staged by her. President Riches will simply not hear it. What follows is his fascinating disquisition on the infallibility of the judiciary. Citing Voltaire's essay "Treatise on Tolerance: On the Occasion of the Death of Jean Calas," President Riches comes up with an argument that must be read (and reread) to be believed. His model is the Catholic Church's doctrine of papal infallibility!
An upright inspector investigates a murder in a fictionalized country, in the course of which he’s forced to confront the omnipresent corruption of his and, let’s be blunt, human society. Somewhere between Hammet and Kafka, this is Sciascia at his purest, an articulate expression of anguish at the state of post-war Italy, human weakness and insensitivity, wrapped in a reasonably compelling noir package. Pretty excellent, worth your time.
Libricino parodistico e visionario, leggero e di abissale profondità, divertente e disperato, scritto con la solita prosa elegante e trasparente come cristallo. Godibilissimo alla lettura, sembra voler lasciar intendere di essere ispirato ed animato dal bisogno di buttar giù un gialletto alla siciliana, uno scherzo storico-letterario, un labirinto borgesiano. Ed è invece, sotto la scorza di un pamphlet colto e un po’ snob, il prodotto sì di una vena polemica velenosa, ma soprattutto di una visione storica profetica e di un rigore logico inflessibile. Il tutto alimentato da radici filosofiche tanto profonde quanto ben chiaramente orientate. E poi, come in quasi tutto quello che ha scritto, l’attualità di Sciascia è sempre cosa che sconvolge e riempie di ammirazione.
Tanto per dire, si può scoprire senza neanche troppo faticare come fin da allora si sarebbe potuto prevedere che oggi in Italia non ci sarebbe più stato un partito della sinistra. Non bisogna scordare che l’ha scritto nel settantuno e allora quasi metà degli italiani a sinistra votava. Semplicemente, bastava aver letto Gramsci, conoscere quella che era stata veramente la politica di Togliatti e sapere come vedeva l’Italia il PCI di Longo e Berlinguer, per sapere come sarebbe finita. Capisci un po’ meglio com’è che i padrini li becchiamo dopo trent’anni di latitanza a casa propria e come mai la stragrande maggioranza dei reati resta impunita mentre le carceri sono piene di relitti e di reietti (della strada, della vita e delle grandi organizzazioni criminali e terroristiche). Persino la svolta bergogliana della Chiesa aveva intuito e con un angolo visuale tutt’altro che plaudente, da laico controcorrente, che oggi nessuno frequenta. Il tutto in qualche decina di paginette. Un affare.
["Un paese negato all'ironia, ma Rogas si divertiva ugualmente ad usarla"]
Quando si legge un libro di Leonardo Sciascia, inevitabilmente si finiscono col dire più o meno le stesse cose, a tessere le solite lodi; non è però colpa sua se ogni suo libro rappresenta un piccolo capolavoro, uno spaccato lucido e illuminante sull’Italia, spesso profetico in maniera quasi inquietante. Inoltre, non è importante solo cosa dice: ma come lo dice, a partire da una scrittura sempre sublime che ormai diamo per scontata. Il “come” è senz’altro tra le pecurialità del “Contesto”, romanzo che, come recita anche il sottotitolo, si presenta come una parodia; dunque, un qualcosa che in questo caso smonta il genere e ci gioca, come accade in molta narrativa postmoderna.
Benché non m’interessi granché parlare del postmoderno italiano né tanto meno stabilire se lo scrittore siciliano ne facesse più o meno parte (probabile di sì), il sottotesto “giocoso” del racconto va comunque in quella direzione; quello che potrebbe però sembrare un divertissement dell’autore è in realtà molto di più: lo stesso Sciascia scrive nella nota al testo che ha cominciato a scrivere “Il contesto” divertendosi ma d’averlo concluso senza divertirsi più. Leggendolo poi, senza stare ad addentrarsi nella trama, uno capisce anche il perché: l’indagine dell’ispettore Rogas su un caso di alcuni magistrati fatti fuori uno dietro all’altro si fa sempre più complicata e lontana da una conclusione; e una volta trovata la chiave del tutto, il mistero si fa oltremodo fitto, andandosi però a infangare man mano che si ci avvicina alla fine.
È a questo punto che il lettore capisce che l’ambientazione immaginaria della storia non è che l’ennesimo, intelligente e spietato ritratto di Sciascia sull’Italia del suo tempo: e, verrebbe da dire, anche del nostro.
Le cose non sono cambiate poi più di tanto, ecco. E la storia si ripete sempre due volte: prima come tragedia, poi come farsa, per dirla con il buon Karletto.
Parodia. Si fa per dire. In un paese sconosciuto (ma non troppo) muoiono assassinati alcuni giudici. L’ispettore Rogas, uomo di grande rettitudine, è incaricato di indagare. L’attenzione cade su un certo Cres, condannato ingiustamente per il tentato omicidio della moglie. Ingiustamente. Qualcuno l’ha processato, giudicato, recluso. Ingiustamente. Potrebbero essere stati proprio quei magistrati vittime della mano omicida. Questa la pista che segue Rogas. Tuttavia, dall’alto arriva il “suggerimento” di spostare l’attenzione verso un gruppo di neoanarchici evangelici. “- Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici. Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse - Forse. Ma continuate a seguirla.”
Potere e corruzione. Potere e criminalità. Ecco il “contesto”, l’intreccio, la tessitura, l’unione delle parti, il concatenarsi di ordini e di eventi. In un Paese figlio del Potere corrotto e corruttore. Un Paese guasto. Si fa per dire. Si dice. È.
P.S. Caro Leonardo, comprendo perché iniziasti divertendoti e proseguendo il divertimento si spense. Fossi qui oggi…
"Il Contesto" is a detective story "thriller" that, in the atmosphere of suspense, reveals a bitter discovery: power and opposition intertwine. The policeman investigating the murder of a long series of magistrates is called Rogas. The novel is purely fictional, he himself admits in his final note that he wrote this parody starting from a "news report" and around this fact this story took shape. In this novel we can see Sciascia's cynical tone, on my opinion this novel even if at first seems slightly confusing becomes intriguing page after page.
Mi dispiace solo non averlo letto quando era appena uscito, quando le collusioni e gli intrighi erano ancora solo sospettate e non provate (e tanti persone ancora non erano state assassinate). Devo dire che in alcuni punti mi sono "persa", ma questo non mi e' pesato affatto, sono tornata indietro ed ho ripreso il filo: il linguaggio e' perfetto , scarno, essenziale, efficace. Assolutamente da consigliare.
Finirà come con Dürrenmatt. Circa trent'anni fa comprai un Gallimard con i suoi romanzi e racconti più noti: mi innamorai alle prime righe del primo romanzo, "Il giudice e il suo boia", e continuai a leggere tutto, uno dopo l'altro romanzi e racconti, come da indice. Alla fine avevo letto una sola unica opera.
Con l'uscita su "Repubblica" (compro solo il gadget e lascio l'osceno giornale all'edicolante) della collana delle opere (venti) di L.Sciascia per il centenario della sua nascita, si sta ripetendo il copione: siamo al numero tredici e è come se avessi letto un'unica opera di cui mi diletto, perfino, a rileggere alcuni capitoli (i libri già letti). Dicevo di Dürrenmatt e forse non è un caso che mi stia succedendo anche con Sciascia perché fra i due c'è più di una affinità e vado in cerca di qualche incontro tra i due, di qualche scambio di opinioni e forse di qualche "ispirazione" in comune( beh, anche se grottesco, "I fisici" di D. del '66 tratta lo stesso argomento de "La scomparsa di Majorana" del 75).
Di questo capitolo dell'unica opera la lui scritta e da me letta, Il contesto, c'è da rimanere allibiti delle capacità "divinatorie" dell'immenso siciliano: nel '71, di giudici ne era stato ammazzato solo uno, il giudice Terranova, ma nel libro Sciascia fa una carneficina: sei giudici ammazzati. Non solo: scrive dello Stato ( della strage e delle trattative) come se i fatti fossero già accaduti e non in fieri. Quasi che bastasse leggere i segni, già allora, per poterne capire il decorso terribile e intervenire a salvarne almeno alcuni e cambiare il corso della storia. Sciascia, però, non crede in nessun cambiamento di traiettoria del potere: è già tutto scritto se non tutto fatto ma sicuramente si farà, perché è nella natura del potere stesso. Libro bellissimo come quelli che l'hanno preceduto e che lo seguiranno.
Uscito nel 1971, predice con tempismo sorprendente i crimini imminenti delle Brigate Rosse e di altre formazioni di estrema sinistra e destra che, fra l'altro, per età anagrafica io ho vissuto "in tempo reale". Nonostante la localizzazione geografica sia imprecisata, come afferma Sciascia stesso nella postfazione, è evidente che i fatti narrati si riferiscono all'Italia e, forse, alla sua Sicilia. La tesi di base è semplice: il primo obiettivo di chi detiene il potere (o è suo amico, palese o segreto) è quello di consolidare la propria supremazia facendo ricorso ad ogni mezzo. Ammazzatine comprese, con colpi alla nuca o altro. Partiti di governo e di opposizione, gruppi extraparlamentari, magistratura, e in genere tutti i poteri partecipano più o meno occultamente al funzionamento di quest'ingranaggio. Si aggiunga la connivenza, l'incuria e l'incapacità (la polizia locale aveva arrestato una diecina di persone che non c'entravano per niente e si agitava a sorteggiare tra queste il colpevole). Infatti, contribuirono all'insabbiamento o alla distorsione della verità non solo malavitosi ma anche "servitori dello stato" del potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Sciascia ha voluto che nella narrazione non tutto sia comprensibile ed esplicito, proprio come, in realtà, non tutto lo fu allora, né lo è ancora oggi. L'ispettore Rogas (alter ego di Sciascia?) possiede principi morali in un paese dove questa è dote rara e si batte e dibatte in un mondo dove l'opportunismo ed il pragmatismo invariabilmente sopprimono valori e ideali. Le qualità che fanno di lui un eccellente investigatore sono le stesse che lo mettono in attrito con i suoi superiori, i quali gli impongono norme di comportamento volte all'autotutela del sistema: Che ogni ombra che potesse offuscare la tersa reputazione del defunto Varga venisse da Rogas valutata nel discredito che ingiustamente sarebbe caduto sull'intero corpo giudiziario: e dunque con ogni cautela, nonché scongiurata al primo manifestarsi, rimossa nel caso irresistibilmente insorgesse. Notevole l'incontro di Rogas con il presidente della Corte Suprema che, in un dialogo degno di Dostoevskj, ridicolizza il vecchio concetto di colpevolezza di Rogas e tratteggia la sua personale, bizzarra idea di giustizia. "L'errore giudiziario non esiste". "...la sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo". E anche il colloquio con il Ministro: Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l'assassinio dei giudici. Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse - Forse. Ma continuate a seguirla. Rogas difende lo Stato da coloro che lo rappresentano. Compito impari, sarebbe meglio adeguarsi. O morire. Un libro sofferto, asciutto, denso, breve e appassionante.
Sciascia lo chiama "una parodia", come intendesse giocare, ma da grande uomo di cultura quale è, usa l'ironia per avvicinarsi alla realtà più che per allontanarsene (Ironia, definizione: alterazione spesso paradossale, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l'apparente dissimulazione della sua vera natura o entità). In queste paese sconosciuto, ma indentificabile con la Sicilia e l'Italia intera, si scatena un balletto poliziario e giudiziaro in seguito alle ripetute uccisioni di uomini di Stato. Ecco allora aprirsi l'abisso dell'incompetenza, del pressappochismo, delle ragioni di stato, della corruzione, delle ideologie accecanti, che purtroppo rispecchiano più o meno bene la stagione politica di quegli anni, attraversata da stragi e uccisioni eccellenti e poi finita in tangentopoli. Non si salva nessuno: nè gli ambigui e intelligenti uomini del governo, gli spaventati uomini dell'opposizione (puro stile PCI: non pronti a fare la rivoluzione), la polizia incapace o succube, i giudici forcaioli (basta un precedente per essere segnato a vita). Manca la popolazione tutta: il grande assente, persa nell'inazione e passiva accettazione, sparita in un silenzio assordante. La storia poliziottesca è ben tessuta e piacevole alla lettura, complice lo stile erudito ma scorrevole dell'autore, che ci accompagna piacevolmente fra giravolte e colpi di scena fino alla fine. Quella fine che vuole essere ambigua. Rogas è stato ucciso in nome della ragione di Stato, per non scoprire altarini che devono rimanere nascosti? Probabile. Rogas ha ucciso il ministro dell'opposizione con la vana illusione di scatenare una rivoluzione che l'opposizione stessa scopre di non volere? Meno probabile, ma affascinante.
Un roman care mi-a plăcut mai mult decât precedentul citit de la același autor. Sciascia e celebru pentru faptul că e printre primii care introduce subiectul mafiei în literatură și își maschează romanele sub forma unor romane polițiste de anchetă, scopul fiind unul de critică socială și politică.
Aici avem de-a face cu ancheta poliției în încercarea de a descoperi cine ucide pe bandă rulantă magistrați și pentru a descoperi făptașul în anchetă e implicat unul dintre cei mai buni polițiști. Ițele anchetei sunt complicate, complotul pare să fie unul politic de rang înalt, așa că nimic nu se rezolvă și totul se termină prost.
This was recommended bu a Goodreads friend. (Thanks.) I've been hooked on foreign police procedurals for a while now, Mankell, Leon, Larsson, Turston, Eriksson and some other unspellables from Norway and Sweden. I guess what I really like about them is the sense of grayness and dark. There's a gloom, a sense of constant struggle, particularly in the Italian police procedurals, of labyrinthine bureaucracy, the little guy seeking small truths amidst a gigantic, corrupt society. British PP's are civilized, while American PP's (except for the funny ones) have a cauldron of violence just lurking beneath the surface. Enough generalizations.
Equal Danger is representative of the Italian gloom but it's a fable about power that supersedes national boundaries. Rogas, a police detective, in an unidentified country, but clearly patterned on Sicily on the 70's?, has been assigned, against his better judgment, to investigate the serial killing of judges and prosecuting attorneys. His approach is extremely methodical. Rogas, seems to operate almost independently of his chain of command, and outside the corruption of the system.
Rogas is the man of principles, the man without opinions; it's the only way he can stay with his job. His investigation leads him to the top levels of government. He is told to "sort of" drop the case. His boss says in a classic display of bureaucratese, "But right track or wrong,stay on it, stay on it." Rogas is supremely confident, but as the author says, "one can be cleverer than another, not cleverer than all others". The ending came as a shock.
The author, in a note at the end of the book, calls it a fable which he didn't submit to his publisher for two years. His explanation? "I began to write it with amusement, and as I was finishing it, I was no longer amused. " Neither is the reader.You'll also learn about Black Rice.
Equal Danger is a short book that is long on ideas. The author keeps his writing lean and loaded with thought-provoking discussion and context. The plot focuses on a Police Inspector investigating the deaths of an (ever-growing) number of Legal Officials (Judges mostly) in an unnamed country. During the investigation, Inspector Rogas' leads force him to wade into the political area at both the top levels of the government, and the top levels of the revolutionary groups. As a Detective who simply follows the facts, he is ensnared in the politics that truly control things. The murders in the book come fast, and are given minimal factual attention, alerting the reader that more than traditional crimes are in play here. While this plotline may sound familiar, this book exceeds virtually every other crime tale I've read in its adherence to the ever-changing political caste system that pervades any bureaucracy. In typical crime novels, the protagonist usually is given special privilege, special backing and special dispensation to rise above his station. Sciascia offers no such help here. Beyond the criminal investigation plotline, and what really separates this book from other crime dramas, are the free-flowing ideas, references and discussions on society, justice, politics and government. The ending turns things upside down, but could it have been any different and be honest to the points raised in the book? Highly recommended.
Un piccolo grande capolavoro di analisi del potere. Della sua imperscrutabile ineffabilita'. Di un pessimismo quasi abissale, ha paradossalmente, ma non troppo, ogni pagina intrisa di una clamorosa ironia amara e beffarda. L'Italia che emerge dall'ambientazione immaginaria, e', se possibile, nel frattempo peggiorata. Lettura necessaria e indispensabile.
Pubblicato nel 1971 - e scritto qualche tempo prima - "Il contesto" è un romanzo cupo, uno dei più asfissianti di Leonardo Sciascia. Il racconto si apre con il delitto di un giudice, su cui è chiamato a indagare Rogas. Siamo in uno stato indefinito, i luoghi, i nomi, hanno un qualcosa di spagnolo e fiabesco. Non a caso: "Il contesto" si apre come una parodia, come la messa in scena, consapevolissima, di un giallo alla Simenon. Lo stesso Rogas fa propria la filosofia di Maigret che il delitto si scopre prima di tutto conoscendo la vittima. La scrittura di Sciascia, in questa parte, è tanto asciutta e precisa, quanto ironica: "per restituire all'opinione pubblica quella fiducia nella efficienza della polizia, che peraltro l'opinione pubblica mai aveva nutrito". E' un riso amaro a denti stretti. Inizialmente la grossa contrapposizione è fra i metodi di Rogas e quelli della polizia. Da una parte quelli di un illuminista garantista, dall'altra quelli di un sistema che "era stata, fino a pochi anni prima, soltanto repressiva: ne durava la psicologia, il costume". La contrapposizione fra garantismo e giustizialismo pervade l'intero romanzo. Uno dei punti più alti - e non solo del libro - è l'incontro fra Rogas e il Presidente della corte suprema. Qua, il giudice postula il giudizio processuale a vero e proprio ordine religioso. Il giudizio di colpevolezza emesso dal giudice diviene la transustanziazione dell'ostia in corpo di Cristo. Siamo nel 1970, Mani Pulite dista quasi vent'anni. Poco più di dieci anni al caso Tortora. "L'errore giudiziario non esiste" afferma il Presidente. Sciascia, nella sua atroce parodia, ci parla di uno stato in cui la giustizia si assume il compito non più di trovare il colpevole fra gli innocenti, bensì "cercare nel pagliaio il filo di paglia". Tutti siamo peccatori davanti agli occhi di Dio, in fondo, no? Se il Presidente rappresenta la voce più filosofica di questa deriva giustizialista dai toni quasi teocratici, allora assume ancora più forza la metafora che un poveraccio appena uscito di prigione usa per spiegare a Rogas perché, in fondo, non ce l'ha veramente con i giudici che lo hanno condannato ingiustamente: "Sì, ero innocente... Ma che vuol dire essere innocente, quando si cade nell'ingranaggio? Niente vuol dire, glielo assicuro. Nemmeno per me, ad un certo punto. Come attraversare una strada, e un'automobile ti mette sotto. Innocente, ed è stato investito da un'automobile, che senso ha, dire una cosa simile? [...] Per come va l'ingranaggio, potrebbero essere tutti innocenti". Ma, si diceva, "Il contesto" inizia come un giallo più o meno tradizionale, e poi succede qualcosa. In pratica succedono gli Anni di Piombo.
Ricordo solo che mi piacque "l'agudeza" e l'approccio laterale ben illustrato dal titolo, l'inserimento d'oggi è il riacquisto dopo àaaanni grazie a una felice bancarella sconto 40%! Lo rileggerò quindi lo recensirò.
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In un'altra edizione ha come sottotitolo "una parodia", in effetti c'è anche la parodia, oppure la metafora ma una buona metà del libro non spinge a immaginare una nazione che una strana evoluzione alternativa della Pangea o del Gondwana abbiano ricreato a destra dell'Adriatico, no: è proprio l'Italia.
Le nozioni, le obiezioni, proposte e istanze sono spiattellate in modo che nemmeno un mezzobusto televisivo potrebbe dire "chissà che cosa avrà mai voluto dire". Vero che l'eccesso di ammazzatine: un decennio di vendette giudiziarie in pochi giorni, l'uso di cognomi e toponimi fra lo spagnoleggiante, il sardo e il desueto, una luce metafisica da piazze alla De Chirico che abbaglia e immalinconisce, un eco di "raglia raglia giovine Itaglia!", un filosofare siculo che ascende come un arso lenzuolo ritorto e convoluto alitato dall'Etna, un vagare del personaggio fra Il Processo e Il Castello qualche digrignata di denti e schiocco, non rendono l'insieme che solo parzialmente (volutamente) realistico. Un para-giallo, un velo color zafferano, disteso sopra la Cognizione del Dolore e i suoi Parapagàl e Maradagàl; ma anche una prima parte virtuale del Pendolo di Foucault. C'è pure un po' di Tenente Drogo, ma uno zinzìno solo, come di noce moscata. Datato? Per nulla. Inutile? Ovviamente.
The beginning was magnificent (better than To Each His Own) - then I found the turn to the political to be less compelling -- but the ending grabbed... 4.5 stars. Definitely worth a read.
این دومین متنی است که از لئوناردو شاشا میخوانم. نویسنده و سیاستمدار اهل سیسیل و بسیار مشهور به خصوص در نیمه دوم قرن بیستم ایتالیا. نسبت به قصه بسیار زیبا و بسیار کوتاه «سفری طولانی» که ماجرای رویای آمریکایی و فریبخوردن دهقانان سادهدل و فقیری در یکی از روستاهای سیسیل بود، کتاب زبان پیچیدهتری دارد. اوایل کمی وحشت کردم اما با دلگرمی این که وقایع قصه را از اقتباس درخشان «فراچسکو رزی»میدانستم به خواندن کتاب ادامه دادم و کمکم چارهی کار دستم آمد و عادت کردم
آنچه در فیلم کمتر حس میشود یکی لحن کنایی و پارودیک قصه است و دومی ارجاعات ادبی و تاملات فلسفی راوی در داستان. از همین وصف مختصر بوی آن میآید که با یک داستان کارآگاهی و جنایی معمولی طرف نیستیم و هر چند وقایع در کشوری خیالی میگذرد آشکارا به وقایع سیاسی ایتالیای دهه هفتاد اشاره دارد و تاملی است بر ماهیت قدرت و دولت.
شخصیت اصلی داستان بازرس روگاس که آمده بود تا با پیگیری ردها پرده از معمای جنایی قتلهای زنجیرهای قاضیان بردارد خودش به ردی قابل پیگیری تبدیل میشود. یا چنان که یکی از شخصیتها پیش تر در گفتوگویی به او گفته بود در چرخدنده سیستم قضایی و دولت گیر میکند. حزب اپوزیسیون و انقلابی کتاب نیز که آشکارا بدلی از حزب کمونیست ایتالیاست در دسیسهچینی با حزب حاکم همکاری میکند و از وقوع انقلاب حداقل در شرایط کنونی هراس دارد.
روگاس در گوشهای در یک رستوران غذا و شرابش را سفارش میدهد و بی میلی به خوردن مشغول میشود و پیش خودش میاندیشد:
در گیرودار مجموعهای از جنایتها که بنا بر وظیفه و طبق حرفهاش ملزم به حلوفصلشان در جهت قانون اگر نه به عدالت بود، چیزی دیگر گریبانش را گرفته بود. مشکلی اساسا مجرمانه از نوع جرایمی که در اصول بنیادی دولت تعریف شده بود اما باید خارج از اداره و بر علیه ادارهای که در آن کار میکرد حلوفصل میشد. عملا مربوط میشد به دفاع از دولت در برابر کسانی که آنها را نمایندگی میکردند، آنها که آن را در قبضه خود گرفته بودند. دولت دربند بود و باید آزاد میشد. اما او نیز دربند بود و کاری ازش برنمیآمد مگر گشودن شکافی در دیوار.
آن چه از سر بازرس میگذرد شاید چکیدهای باشد از بحران جمهوری و دولت در ایتالیا و موضع شاشا در برابر آن در کشوری که پایبندی به اصول دیگر در آن معنایی ندارد. چنان که همین تَرَک انداختن بر دیوار تنها کاری است که از روشنفکر و نویسنده متعهد طبق آنچه شاشا در نظر دارد برمیآید.
Una sequela di giudici morti ammazzati in un luogo innominato – molto siciliano – e la relativa indagine, inframmezzata da abbondanti digressioni letterarie e filosofiche: nel 1971, calcando la mano – il sottotitolo è “Una parodia” –, Sciascia anticipa il futuro, ma il suo racconto mi è parso questa volta molto slegato, tra i fatti e le elucubrazioni, dunque poco coinvolgente e convincente.
Philosophical questions, references to great literature of the past and the questions they raise in the midst of murder investigation into a series of murders of lawyers and judges - a very unexpected and different book. However, since I don't know much about the political situation of Italy at that time, I realised I was quite nonplussed in places. The ending was completely unforeseen.
I really wanted to like this book, but I was just too confused most of the time. I'm not even sure I know quite what happened at the end. The mystery and its resolution (whatever that was) seemed to be just a vehicle for what Sciascia really wanted to say: there was a great deal of philosophizing (about political situations and the condition of society in general) for such a short book. The book has been described as belonging to the genre "metaphysical mystery," so the problem was probably mine.
Sono sempre restio nel cominciare letture di autori italiani. Che ci posso fare, il trauma che mi porto dietro dai tempi della scuola fa fatica a dileguarsi del tutto. Sì, perché i professori di italiano hanno una capacità invidiabile, nello scegliere testi da far leggere ai ragazzi per fargli avere un'idea malsana della letteratura (soprattutto italiana). Per fortuna, lentamente sto scoprendo autori nostrani che meritano apprezzamento e, dopo la scoperta di Calvino, ora ho scoperto Leonardo Sciascia. Il suo stile è indubbiamente unico e si potrebbe distinguere tra mille, anche se in certi tratti può risultare ostico per i periodi molto lunghi, pieni di virgole e spesso contorti. Tuttavia, tirando le somme, devo dire che è uno stile che ho apprezzato. "Il contesto" è un libro particolare, che vuole mandare il lettore in confusione. Sì, avete capito bene: è una cosa esplicitamente voluta dall'autore per rendere l'idea del contesto (ma tu guarda un po' il caso) piuttosto confusionario in cui l'Italia si trovava, nel momento in cui questo libro è stato messo su carta. L'autore ci riesce egregiamente, tenendo il lettore appeso tra supposizioni, false certezze, verità inconfessabili e imperscrutabili. Lo stesso finale rimane aperto a interpretazione; un'interpretazione che non è mai stata data ufficialmente. Oltretutto, i personaggi disegnati da Sciascia hanno un carattere forte, una propria visione del mondo e delle cose che risulta molto chiara al lettore. Oltretutto, la cosa che rende il tutto più interessante è l'interazione che ci sarà tra i vari protagonisti, che daranno vita a dialoghi memorabili; come ad esempio quello tra il nostro protagonista, l'ispettore Rogas, e il presidente della Corte Suprema.
L'evento che dà il via alla storia è l'assassinio del procuratore Varga, solo il primo di una serie di omicidi di magistrati e giudici. Per risolvere il mistero verrà chiamato il famoso ispettore Rogas, poliziotto molto abile sul lavoro e che si porta dietro la fama di "letterato". Le indagini di Rogas lo porteranno sulle tracce di uomini condannati ingiustamente dai giudici assassinati, fino a indicargli come possibile colpevole un farmacista di nome Cres, incastrato dalla moglie e condannato a passare cinque anni in carcere per tentato omicidio. Un uomo innocente trasformato in carnefice dall'ingranaggio imperfetto della giustizia. Molto presto, nelle indagini si inseriscono forze molto più potenti di un semplice ispettore di polizia, rivelando una strana situazione in cui si percepisce l'idea di un complotto, orchestrato da persone molto influenti e su scala nazionale, per mantenere il potere. Rogas comincerà a interrogarsi su chi sono i buoni, chi i cattivi, e in base alla propria visione del mondo si muoverà in un contesto che si fa di momento in momento più pericoloso, anche per lui.
"E da questi quattro casi, che non lo interessavano direttamente, che non si situavano sulla linea della sua investigazione in quanto non coinvolgevano la malafede dei giudici ma, se mai, quella della polizia o dei testimoni, trasse la convinzione di quanto non fosse difficile, in fondo, distinguere anche sulle morte carte, nelle morte parole, la verità dalla menzogna; e che un qualsiasi fatto, una volta fermato nella parola scritta, ripetesse il problema che i professori ritengono s'appartenga soltanto all'arte, alla poesia."