Un romanzo fantastico, pieno di inventiva e con una camera chiusa molto ingegnosa. È un peccato che Sladek abbia scritto solo due romanzi gialli, di notevole pregio. Il detective americano Thackeray Phin poi è molto simpatico ed è un piacere seguirlo nelle sue indagini.
RILETTURA
"L'invisibile signor Green" è il secondo e ultimo romanzo giallo scritto da John Sladek, scrittore americano noto soprattutto nel genere fantascientifico.
Autore versatile e dalla penna ironica e creativa, Sladek ha ricevuto il plauso persino della Regina del genere, Agatha Christie, durante un concorso indetto dal "Times" nel 1972 per eleggere il miglior racconto poliziesco inedito, in cui lei faceva parte della giuria. Vinse infatti con il suo "By an Unknown Hand".
È un peccato che abbia solo scritto due mysteries, peraltro entrambi appartenenti al sottogenere del "delitto impossibile", in quanto "L'invisibile signor Green" ha tutti i crismi per essere annoverato tra le più originali e ingegnose camere chiuse mai create.
Il romanzo inizia con un prologo ambientato nel 1939: sette persone, di diversa estrazione sociale e di differenti vedute, sono riunite in un locale per la consueta riunione del club de "I Sette Solutori", nel quale, alla pari del ben più noto Detection Club, si discutono questioni legate ai crimini letterari. Una ristretta cerchia di appassionati del poliziesco dunque, ognuno ferrato in un diverso settore del genere, dal giallo classico deduttivo, all' hard-boiled più crudo, fino al legal e al procedurale.
Tra i partecipanti però si avverte una certa tensione, dovuta ad attriti tra le varie ideologie e anche a questioni più strettamente personali.
Dopo questo preambolo, in cui vengono brevemente ma efficacemente delineate le "dramatis personae" dell'opera, la vicenda fa un balzo temporale in avanti di 35 anni. La devastante guerra è ormai un lontano ricordo e la vita prosegue nel suo monotono e rapido corso.
Dorothea Pharaoh, zitella di mezz'età con l'hobby per problemi di logica teorica ed applicata, decide di organizzare una nuova riunione de "I Sette Solutori", di cui lei faceva parte prima del conflitto e che, da allora, aveva cessato di esistere. Con l'aiuto del nipote Martin Hughes, manda così i vari inviti agli altri membri, sperando che accettino dopo tutto quel tempo in cui non si erano mai rivisti.
Qualche giorno dopo, Dorothea riceve la telefonata del maggiore Stokes, uno dei solutori che in passato aveva mostrato una certa paranoia per i rossi, annotandosi in un suo taccuino tutto ciò che poteva essere interpretato come un segnale sovversivo bolscevico. Dalla telefonata, la signorina Pharaoh si rende conto che la paranoia del maggiore non è affatto mutata, anzi, è decisamente peggiorata: Stokes infatti, dopo averle chiesto se era stata lei a mandargli quell'invito, nel timore che sia una trappola tesagli dai suoi nemici comunisti, le racconta di come lui abiti da anni isolato in una casa-fortezza e di come da tempo un certo signor Green lo tormenti e lo minacci. Dorothea pensa che il vecchio non debba aver tutte le rotelle al suo posto e che quel "signor Green" sia il parto della sua fantasia, della sua fissazione che lo porta a vedere complotti contro di lui ovunque. Ma alcuni dettagli del racconto, sebbene intrisi al midollo di elementi altamente improbabili, danno da pensare all'energica signorina Pharaoh: egli le rivela che questo signore gli ha ucciso il gatto e che lo ha minacciato spesso di morte per telefono. La signorina gli consiglia di mettersi in contatto con la polizia, ma il maggiore le fa promettere di non chiamarla e fissa con lei un appuntamento per il giorno seguente, dove lui le darà una lettera altamente compromettente sulla situazione che sta vivendo. Riagganciato il ricevitore, inquieta, Dorothea chiama il suo amico Thackeray Phin, scrittore di gialli nonché detective dilettante, affinché capisca cosa ci sia dietro lo strano racconto del maggiore. Si tratta di pura paranoia o dietro quella congerie di insensatezze si cela davvero qualcuno che nutra propositi loschi contro quel povero e svampito vecchietto?
Phin non sa che pesci prendere e, in mancanza di elementi per poter formulare qualche teoria, decide di sorvegliare per tutta la notte la sua abitazione, almeno fino al supposto incontro con la signorina Pharaoh per le nove della mattina seguente.
Appostatosi davanti la vecchia dimora tutta la notte, non vede e non ode nulla di strano. Al mattino però, le ore passano e del maggiore non si vede neanche l'ombra. Allertato, Phin sbircia dalla serratura della porta e nota da una uscio socchiuso all'interno quello che sembra essere un piede. Dopo aver sfondato il portone d'ingresso con l'aiuto di un agente, Phin scopre il cadavere del maggiore Stokes nel suo bagno, apparentemente morto per attacco cardiaco. La casa è sbarrata dall'interno e complessi chiavistelli fatti installare dal vecchio, sicuramente per proteggersi dalla minaccia delle fantomatiche spie che lui credeva aver contro, rendono implausibile che si sia trattato di omicidio. Eppure le unghie del maggiore sono spezzate, come se avesse avuto una colluttazione e pezzi di vernice cadute dalle pareti scrostate ricoprono il pavimento del piccolo bagno, senza che se ne trovi traccia sotto le dita del defunto. Come ha fatto il maggiore Stokes a provocarsi quelle ferite? E cosa ha provocato la caduta della vernice dai muri?
Phin dovrà indagare a fondo, cercando di scoprire gli odi e le inimicizie all'interno de "I Sette Solutori", non prima che l'invisibile signor Green colpisca ancora, uccidendo altri due membri della comitiva, uno sotto gli occhi di tutti, e l'altro quando tutti i maggiori indiziati dispongono di un alibi di ferro per l'ora del delitto.
"L'invisibile signor Green" mette in luce la grande inventiva nonché la maestria di Sladek nel creare nuove soluzioni a delitti impossibili e nel disseminare molteplici false piste nel corso della narrazione. Inoltre lo stile, sempre in bilico tra ironia, parodia e drammaticità, rende queste pagine estremamente godibili e interessanti nel panorama giallo.
Infatti l'intera trama non è che un grande e macchiettistico ritratto del Detection Club, in cui preponderante è l'elemento evasivo ed enigmistico. È una commistione di più generi che Sladek è stato in grado di amalgamare senza che nessuno di essi snaturi la vicenda gialla, fulcro dell'opera stessa.
La parodia in particolar modo dissacra clichè del genere e lo si nota soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: vi è il detective americano trasandato, che si veste con abiti di colori talmente discordanti da indurre gli altri a chiedersi se gode di un'ottima vista; vi è l'amante dei delitti sordidi e pieni di stupri che si mostra un buzzurro e un individuo sgradevole e abietto; vi sono l'aristocratico di ottima reputazione che si diverte a correre dietro a giovani gonnelle e l'artista dai gusti eccentrici e sempre ubriaco. Insomma, se non vi fossero di mezzo dei delitti, lo si sarebbe potuto classificare come una commedia di carattere.
Nonostante ciò, forte è il rimando ai grandi del genere: l'autore dimostra di conoscere bene i padri fondatori del giallo e non esita a citarli e nell'includere nella sua soluzione elementi che rimandano ai grandi trucchi da loro impiegati e che hanno fatto la storia del mystery classico.
L'opera difatti abbonda di citazioni letterarie, di tecniche che alludono ai suoi precedenti colleghi: uno dei personaggi cita Dupin, Chesterton,Queen, Sayers, Christie; in una discussione sulla scienza deduttiva di Holmes dei Solutori viene citata l'avventura contenuta in "La scuola del priorato"; frequenti sono i rimandi strutturali a Chesterton (una parte della soluzione si basa su un suo "paradigma" e un'altra, in particolare, riprende variando il disvelamento di un suo noto racconto),alla Christie e a Doyle (a quest'ultimo autore rinviano sia un pezzo della spiegazione finale, identico ad un famoso suo racconto, sia alcune delle deduzioni con cui Phin riesce ad inquadrare a prima vista un personaggio).
Una summa dunque di ciò che di meglio si può ricavare dalla tradizione, preso in prestito per creare qualcosa di totalmente innovativo.
Per quanto riguarda la trama gialla, Sladek ha condensato in questo imperdibile capolavoro molti crimini interessanti: una camera chiusa e due delitti impossibili, di cui uno tale per gli alibi inattaccabili di molti sospettati. È come se Carr, Maestro di tutte le cose ermeticamente serrate, Rawson e Bush, esperto nel distruggere alibi di ferro, si fossero riuniti per creare un'opera a più mani.
La camera chiusa ha una soluzione memorabile, una tra le più semplici ma geniali mai create. Già questo aspetto dovrebbe indurre tutti gli entusiasti di tale sottogenere, come il sottoscritto, ad acquistare tale libro a scatola chiusa. Il secondo crimine ha una soluzione interamente basata su due classici del genere, ma è sfruttata in modo nuovo e plausibile. Grandiosa la decostruzione del terzo delitto, che mette in luce nuovi aspetti per creare delitti impossibili basati su una distorta percezione degli avvenimenti. Il contorno delle vicende poi, imperniato su strani eventi che occorrono ad ognuno dei solutori e legati ai diversi colori dell'iride, oltre ad aggiungere bizzarria e una certa vena perversa alla faccenda, è inserita abilmente nel quadro generale del piano criminoso. Insomma un plot originale e potente, con una risoluzione ben salda ed eccellente.
Divertentissimo poi il finale, à la Poirot per la riunione di tutti i sospetti, in cui avverrano situazioni comiche al pari di un'avventura con H.M.
Nell'insieme "L'invisibile signor Green" è un'opera geniale, divertente e ironica, che mette in luce tutto il lato evasivo del genere e che nessun appassionato del "delitto della camera chiusa" può lasciarsi sfuggire.