Quando ho appreso, grazie ad aNobii, del nuovo libro di De Silva con protagonista Malinconico ho reagito entusiasta come se fosse in procinto di tornare il mitico Zio d'America, con un bastimento carico di doni, storie fantastiche e meraviglie varie.
Io amo De Silva, quando gli ho fatto autografare "Non avevo capito niente" -ringraziandolo per il capitolo sull'amore come malattia autoimmune della dignità- sembravo affetta dalla sindrome di Stendhal e penso che mi abbia scambiato per un'alcolista psicotica, ma fa niente. Amo anche Vincenzo Malinconico, per me è un personaggio che esiste sul serio, ecco perchè sono stata felicissima di sapere del suo ritorno.
Il libro è come uno se lo aspetta: il solito intricato marasma di pensieri, riflessioni, speculazioni, marasma che è parte integrante della vita di Malinconico e delle assurde vicende che lo vedono come protagonista. Si ride in varie occasioni, come nel precedente, De Silva è sicuramente un autore brillante che sa usare sapientemente le parole e ha dei tempi comici ben oliati, si nota benissimo qua e si notava benissimo in "Non avevo capito niente". Un plauso all'analisi delle canzoni, stupende.
Entra in scena la suocera, che è fisicamente meno presente di quanto ci si possa aspettare (insomma, d'altronde è nel titolo!), anche se rimane un personaggio importante, perchè è l'opposto di Malinconico. Io, che mi identifico più con l'avvocato, in effetti, se ci penso bene, vorrei essere come la suocera, più concreta, meno problematica, meno attenta alle cose futili, più calata nella vita reale. E' un personaggio che mi è piaciuto moltissimo.
Se devo trovargli un difetto (difetto che mette il romanzo una spanna sotto il precedente) è che temo stia diventando troppo snob. Ci sono moltissime riflessioni sull'attualità, sui media, sui giorni nostri, la maggior parte condivisibili, però sembrano trasudare uno snobismo tipico di molti autori tanto modaiolo quanto fine a sé stesso. A furia di criticare la massa non vorrei si perdesse di vista il fatto che non ci si può rivolgere sempre e solo a un'élite di privilegiati intellettuali, un autore morirebbe di fame se così fosse. Finché si critica con ironia va bene, ma quando si sfocia nel qualunquismo si rischia di perdere la bussola del romanzo e questo no, non va bene.