«Casa ispirata» vuol dire qui casa abitata da spiriti, da presenze invisibili e sinistre. Il luogo è situato a Parigi, in Rue Saint-Jacques, e il narratore vi arriva come pensionante, controfigura del giovane Savinio che scopre Parigi negli anni subito precedenti la prima guerra mondiale. Ed è tipico del genio di Savinio per il grottesco che la cosmopoli gli si sveli attraverso le molteplici nefandezze che sfilano davanti al protagonista fra le mura oppressive della «casa ispirata», mentre dietro di esse «un lavoro demoniaco cingeva con la sua rete sonora la vita dell’annosa abitazione». Qui si direbbe che abbia sede un culto esoterico del faisandé: i soprammobili, le maniere, le espressioni, i simboli, le divise che si sono affastellati nell’Ottocento piccoloborghese, ormai frollo e vicino a decomporsi, vengono golosamente apprezzati e carezzati dai padroni di casa. Il giovane pensionante li osserva con un certo sgomento e intanto registra, come un clinico, le apparizioni di una serie di personaggi aleggianti. Sono ogni volta ritratti che oscillano fra il macabro e una strepitosa comicità. Orrore e fascinazione non si disgiungono mai: tutto il romanzo è un’iniziazione al Grande Orrido parigino, pimentata da un riso liberatore. Parigi e i suoi abitanti, dai truculenti ospiti del narratore sino alle prostitute che transitano «col passo cerimonioso dei tacchini», sono una rivelazione definitiva di quella mostruosità quotidiana a cui Savinio dedicherà tanta e così felice parte della sua opera di pittore e di scrittore. La casa ispirata venne pubblicato a puntate sul «Convegno» nel 1920 e in volume presso Carabba, a Lanciano, nel 1925.
Alberto Savinio, nome d'arte di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene, 25 agosto 1891 – Roma, 5 maggio 1952), è stato uno scrittore, pittore e compositore italiano. Nato in Grecia, terzo figlio dell'ingegnere ferroviario Evaristo de Chirico e Gemma Cervetto, fratello del pittore Giorgio de Chirico e di Adele, primogenita, morta nel 1891, studiò pianoforte e composizione al conservatorio della sua città natale, dove si diplomò a pieni voti nel 1903.
Una sorpresa! Una sorpresa Alberto Savinio! Non una lettura scorrevole, la sua, anzi… occorre concentrazione! All’inizio sembra procedere a fatica: il lessico usato è spesso ricercato, i termini desueti e le costruzioni arcaiche, ma… accidenti! una volta colta la musicalità ed entrati nel ritmo della scrittura, si arriva ad apprezzare una rara cadenza poetica e un linguaggio colto, la ricchezza di figure retoriche e di immagini, oltre ad una sapiente caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni. Nella ‘Casa ispirata’ vivono spiriti e fantasmi; appaiono visioni e presagi. I personaggi stessi sembrano grottesche caricature che si muovono nelle ombre della realtà, fino a confondersi coi loro stessi spettri. Il racconto ha un che di surreale che cattura l’immaginazione, ma non si sviluppa lungo una storia vera e propria: ogni capitolo può rappresentare un episodio a sé, con un valore suo, e si può leggere indipendentemente dagli altri. Ciascuno rientra tuttavia in una visione unica e contribuisce alla costruzione di una grande metafora, che si rivela ed esplicita solo nelle ultime pagine.
Prima di leggere questo libro mi aspettavo di trovarmi più o meno nel genere della haunted house (tant’è che l’avevo comprato per la tesi per poi non più consultarlo), ma ora che la lettura è ultimata posso dire che mi sbagliavo. La casa, infatti, non è infestata ma semplicemente abitata da spiriti, evanescenti e poco definiti nella loro sostanza, e questo sembra un fatto scontato o del tutto quotidiano, almeno agli occhi del Savinio protagonista. La vera presenza che incombe e che aleggia su tutta l’opera è in realtà lo spirito supremo, cioè Dio stesso, sempre nominato, alluso e persino incontrato di persona. I veri spiriti si trovano fuori dalla casa, in quella in costruzione dirimpetto, o nel turbinio della cittadinanza parigina, descritta da Savinio in maniera così ironica che mi ha fatto ridere di gusto alle volte. Devo dire infatti che mi è piaciuto molto il suo modo di scrivere, e ho trovato il lessico arcaico e desueto sorprendentemente scorrevole e anzi piacevole. Più che essere un ostacolo alla lettura, è invece proprio ciò che dà carattere a questo libro, di un’arguzia e vivacità veramente opera di un genio (oltre che a dare una forza e una ricchezza semantica all’italiano che sembrano ormai perse nei romanzi attuali). Insomma, è un libro che può illudere chi cerca una ghost story ma che merita di essere letto, soprattutto per quello che a me pare il suo significato ultimo: la realtà non è solo quella che si vede.
<< Quando l'adolescente fu novamente coricato e fatto invisibile, quella pace dolcissima più d'alto scese e più fitta. Ormai non si aspettava nulla, e per esser tutto consumato, anche le stelle, che fino all'ultimo avevano brillato innumerabili sul volto gentile di Marcello, cominciarono ad allontanarsi a una a una. Le più erano gia sparite, non nel diuturno tramontare, ma perché abbandonavano il mondo, chiuso per sempre in un sonno irridestabile. Poi anche le ultime, le ritardatarie dell'astrale corteo, scomparvero esse pure di là dal cielo, che rimase spoglio come golfo onde è salpata una flotta immensa.>>
La maison n’est pas du tout hantée, c’est juste un ramassis de personnages lubriques, psychophobes et misogynes, et des affaires de mœurs tristes décrits par un auteur qui n’est pas vraiment mieux que ses personnages dans un français devenu incompréhensible en 2024.
Lettura faticosa, dalla sintassi estenuante e piena di arcaismi. Il lessico, così desueto, forse è funzionale al rafforzarmento di quel senso del grottesco che permea tutto il romanzo ma decisamente stancante alla lunga. La trama è discontinua ed evanescente come gli spiriti che la percorrono. Tuttavia il romanzo non manca di belle immagini e descrizioni dei personaggi e degli ambienti che richiamano alla mente i quadri di Otto Dix e George Grosz. Si direbbe più un esercizio di stile che altro.