Infiniti sono i mali di una dittatura, pensava Pan, ma il peggiore è quello di rendere cattivi i buoni.
Nell’estate del 1959 Fenoglio abbandonò al ventiduesimo capitolo – dei trenta previsti - questi “Frammenti di romanzo”. Anche qui c’è il partigiano Milton, ma è molto diverso dall’altro Milton, quello di “Una questione privata”, sempre però con una sua ossessione, una sua questione da risolvere.
Pan restò seduto. “Lo fai per pura vendetta?”
“No,” disse Milton, “ho letto troppi libri per ingannarmi sulla vendetta. Sarei l’assetato che beve secchi d’acqua di mare. “
“E’ così,” disse Pan.
“Non lo faccio per vendetta. Lo faccio per abbreviare la guerra. Io sono convinto che in questo tipo di guerra, a differenza delle guerre regolari, uccidere il nemico è essenziale.”
Il romanzo è stato rinominato “L’imboscata” dal curatore Dante Isella. Nonostante sia rimasto incompiuto e lasci in sospeso alcuni temi della trama, ha comunque un suo finale logico. I primi dieci capitoli non sono completamente a fuoco, soprattutto per alcuni dialoghi un po’ troppo insistiti, ma, a partire proprio dall’evento centrale dell’imboscata, il romanzo prende subito quota, si fa duro e carico di tensione.
Nick si era fermato. “Mi succede una cosa strana, Milton. Sento nostalgia della pace, cioè di una cosa che in pratica non ho mai conosciuto. C’è mai stata una pace?”
“Mai stata,” disse Milton.