Pierluigi Tunesi, quarantacinquenne di successo e soddisfatto della propria esistenza, si trova - a seguito di complicanze sopraggiunte dopo un intervento chirurgico - ricoverato in gravi condizoni in un reparto di Terapia intensiva. Luca Gaboardi, quarantacinquenne in difficioltà e in conflitto con la propria esistenza, è il medico responsabile del reparto nel quale Pierluigi è stato ricoverato. Due uomini totalmente diversi, due vite andate in direzioni opposte, si trovano per destino faccia a faccia. Abbandonato, dopo l'operazione malriuscita, dal grande chirurgo privo di scrupoli che lo ha operato, e scaricato nelle mani frettolose, frustrate ma ancora non indegne di Gaboardi, nel giro di pochi giorni Tunesi ha visto se stesso trasformarsi, da uomo rispettato e potente, in "pesce rosso": un paziente bisognoso di tutto, incapace di parlare, di dare sfogo a quel dolore che pure sente con una nitidezza abbacinante, con una misura resa atroce, implacabile, dall'impossibilità di esprimerlo. Mentre Gaboardi, con i suoi fallimenti simili a quelli di tanti suoi colleghi, è soltanto una delle "facce verdi" che, indistinte, inadeguate, indifferenti, si chinano sul dolore altrui. Eppure questi due uomini, questi due coetanei le cui vite hanno avuto percorsi tanto diversi, hanno ancora qualcosa da dire e da dare. A se stessi, alla vita, e l'uno all'altro.
Credevi di disporre di un credito illimitato di vita. E per la prima volta pensi che il credito è finito
In un reparto di terapia intensiva puoi essere un "cetriolo" (sott’aceto) o un "pesce rosso". Sei un cetriolo se sei in coma, non hai coscienza e solo le macchine ti tengono in vita. Sei un pesce rosso se sei in grado di capire ma non puoi comunicare, magari a causa di una tracheotomia. Muovi la bocca ma nessuno ti può sentire, cerchi di comunicare ma nessuno ti può capire. In ogni caso, anche se tu non lo sai, difficilmente riuscirai ad uscire dall'acquario. Tutti i medici, le “facce verdi" lo sanno, anche se non possono dirtelo, anche se cercano quotidianamente il miracolo.
Due uomini, coetanei, si guardano, come attraverso il vetro di un acquario. Da una parte Pierluigi, pesce rosso, vita di successo, matrimonio felice, una figlia adolescente che ama. Dall’altra parte Luca, faccia verde, una vita poco soddisfacente, separato, senza figli, senza entusiasmi, senza riconoscimenti.
Con un ritmo alternato Pierluigi e Luca raccontano la loro vita individuale e la loro vicenda comune da due punti di vista diversi ma convergenti.
Da una parte i pensieri, le speranze e le sensazioni di Pierluigi, che lentamente comprende il dissolversi della sua vita negli occhi del medico e dei suoi familiari. E dalla parte di Luca l’empatia per Pierluigi e nel contempo il disgusto per l'opportunismo dei colleghi medici che, incuranti dei pazienti, pensano solamente alla carriera.
Una visione abbastanza desolata, quella di Venturino, che è mitigata solamente da questa complicità senza parole tra i due coetanei.
In questa battaglia per la vita ci immedesimiamo nell'angoscia di Pierluigi di dover lasciare a metà quello che riteneva importante e di aver rincorso cose che ora appaiono inutili.
“La maggior parte degli uomini non conosce il valore della vita. Giocano, ecco cosa fanno. Giocano, credendo che il tempo per giocare sia infinito. Giocano con le persone, con il lavoro, coi sentimenti. Adesso l'ho capito bene, adesso che il gioco è finito, adesso che non ho più tempo per giocare, ho capito che non era per niente un gioco."
Di cosa parla il libro? Della vita, delle lotte che facciamo quotidianamente e del loro significato.
"La maggiore tristezza che la morte porta con sé è proprio questa. Cioè che tutto, malgrado l'assenza, malgrado il dolore, malgrado il radicale cambiamento – cosa c'è di più radicale della scomparsa di un uomo? –, tutto continua con la sua solita cadenza. Certo, nel cuore di qualcuno ci sarà qualcosa di diverso, ma, almeno per la maggioranza di coloro che sono qui, non abbastanza per non ricominciare a lavorare, per non mangiare, per non fare i propri bisogni, per non divertirsi, per non ubriacarsi, per non proseguire con il proprio tran tran"
Ma parla anche del rapporto medico-paziente, dell’interesse esclusivo di molti medici alla carriera, dei compromessi che i medici devono accettare nella corsia di un ospedale.
Ho purtroppo dovuto accudire un parente nella sala rianimazione, qualche tempo fa e ho trovato tale esperienza ottimamente e dolorosamente rappresentata nel libro. Lo choc iniziale della situazione, l'angoscia, il dramma del colloquio con i medici sfuggenti, le speranze, l’entusiasmo per ogni minimo accenno di miglioramento, la desolazione per ogni peggioramento, il dolore per il doversi, dopo tanti sforzi, arrendere.
Tutti noi viviamo un po' come struzzi, con la testa sotto la sabbia. Ma "lo struzzo è felice; ed è felice perché non sa. Nascondere la testa sotto terra non risolverà sicuramente i problemi. Ma lo struzzo se ne frega. Perché i problemi, se non li vedi, non ci sono. O meglio ci sono lo stesso, ma ti risparmi l'angoscia della consapevolezza". Forse, se non emulassimo gli struzzi, non riusciremmo a vivere...
Decisamente emozionante il romanzo, perché ci impone delle importanti riflessioni. E che ripropone il tema del trattamento dei malati terminali e del diritto di una morte dignitosa.
Nella lettura ho trovato quello che cercavo, le recensioni su anobii mi avevano fornito indicazioni piuttosto esatte. Con un tono apparentemente cinico, o direi piuttosto realistico, e attraverso una serie di azzeccate metafore acquatiche, si racconta della malattia come una zona a metà tra la vita e la morte, il rapporto tra i malati e gli operatori viene sviscerato sotto i tanti punti di vista, le sensazioni del malato esposte in modo disincantato, vengono restituiti spaccati di vita quotidiana che visti dall’interno dell’ospedale risultano completamente diversi dal consueto, insomma attraverso un racconto semplice ma coinvolgente si ha una precisa fotografia di tutto quel mondo a parte che ruota attorno al malato in terapia intensiva. Nel corso della lettura, la patina di cinismo si assottiglia viepiù per lasciare intravedere le riflessioni più profonde e toccanti. Libri che affrontano - o tentano di affrontare - l’argomento, ce ne sono tanti, ma riuscirci senza essere eccessivamente superficiali o senza eccessiva pomposità, credo che sia veramente difficile. Qui si sente subito che chi parla conosce l’argomento.
Avere qualcosa da dire e saperlo dire sono due cose differenti; e un lettore lo sa. Come si combinino questi aspetti cambia da romanzo a romanzo: abbiamo chi non ha niente da dire, e non si cura particolarmente di dissimularlo, chi nasconde la vacuità di contenuti attraverso un linguaggio sontuoso, e se si è fortunati si trova anche chi è un maestro in entrambe le arti. Infine ci sono quelli che non hanno una scrittura perfetta, anzi, ma non riesci a lasciare, perché hanno qualcosa da comunicarti. Nonostante tutte le mancanze, sei contento che l'autore (e l'editor che ha investito in loro) abbia deciso di dare alle stampe il romanzo che stai leggendo, perché ha la sua utilità. Marco Venturino rientra in quest'ultima categoria. In un corso di scrittura creativa Cosa sognano i pesci rossi avrebbe fatto una magra figura: le due voci protagoniste si assomigliano troppo, il linguaggio passa nel giro di poche righe da scurrile a essere adatto ad un verbale dei carabinieri, e le poetesse femministe che frequentano questo genere di corsi odierebbero come sono dipinti i personaggi femminili. Tutto vero. Ma se si lascia questo ingombrante involucro per addentrarsi nei contenuti si potrebbero avere delle sorprese. Non solo che la sopraccitata dualità funziona - i punti di vista del paziente e del medico anestesista si completano a vicenda - ma anche come l'ambientazione ospedaliera sia analizzata con molta lucidità. Venturino - anch'egli medico nei reparti di Terapia Intensiva - non idealizza la realtà, non l'abbelisce per il pubblico: il povero Pierluigi è circondato da persone incompetenti, o semplicemente grette. Anche il medico che l'assiste, Luca, ha parecchi lati oscuri, pur essendo in linea di massima un personaggio positivo. Potremmo quasi dire che quest'ultimo "ha perso la fede" nel suo mestiere, a causa della meschinità imperante e delle tragedie della vita del reparto. Un personaggio decisamente incisivo e realistico. Tirando le somme, gli amanti della bella scrittura dovrebbero stare lontani da Cosa sognano i pesci rossi; chi invece alla forma preferisce la sostanza dovrebbe prendere in considerazione questo romanzo.
La lettura di questo libro la debbo al suggerimento di un conoscente. E per questo lo ringrazio, perché è davvero un bellissimo libro.
Mi è piaciuto tutto. Il tipo di scrittura, diretta e precisa; la storia, cruda e umanissima; ed anche quella miriade di considerazioni che, al chiudere il romanzo dopo aver letto l’ultima pagina, mi sono venute spontanee. Di solito evito di raccontare le trame, perché, come ho già detto, ciascuno ha il diritto di scoprire da solo quello che accade in quell’universo meraviglioso che sono le pagine di un romanzo ben scritto. Ma, in questo caso, non svelo niente di fondamentale se vi dico che il protagonista, Pierluigi Tunesi, a seguito di un’operazione inutile e malriuscita, si ritrova in un reparto di terapia intensiva, privato della possibilità di parlare a causa della tracheotomia. Un pesce rosso, appunto. A capitoli alterni, il “numero 7”, poiché solo questo è diventato da quando giace in quel letto d’ospedale, ci racconta la vita vista dal lato di chi non ha più la possibilità di essere padrone non dico del proprio destino, ma neppure dei più semplici bisogni quotidiani del proprio corpo.
Assieme a lui, in un duetto riuscitissimo, ascoltiamo anche la voce di Luca Gaboardi, medico anestesista, che segue le sorti di Pierluigi, ben consapevole che non vi sono per lui speranze di salvezza di alcun tipo. Gaboardi dipinge per noi un quadro assai reale della professione medica e della vita ospedaliera, senza falsi pudori e senza remore. Chiunque abbia passato un periodo anche breve in una qualsiasi struttura sanitaria si renderà conto che le cose stanno esattamente come Marco Venturino, l’autore, ce le descrive. Ed infatti, è egli stesso medico anestesista.
E’ inevitabile, seguendo l’agonia di Pierluigi e le lucide analisi di Luca, che ciascuno si interroghi un poco sulla propria vita, perché se da un lato il libro va inteso come denuncia di una situazione non certo ottimale, almeno dal punto di vista umano, dell’assistenza ai malati, gravi e non, dall’altro spinge anche a riconsiderare il modo con cui ogni giorno ci poniamo di fronte alle altre persone in genere. Anche al di fuori di un letto di ospedale, infatti, possiamo diventare o far diventare la gente con cui veniamo a contatto dei “pesci rossi”.
Un libro da leggere e da rileggere. Lo consiglio vivamente.
L’ho letto in poche ore. Non si può fare altrimenti. Tutta la medicina d’urgenza (anche la psichiatria) chiama coloro che vi lavorano a confrontarsi con tematiche estremamente cariche di contenuto emotivo, che abbisognano di una buona capacità di introspezione e di elaborazione personale per poter essere sufficientemente integrate e divenire di conseguenza un agire. Gli strumenti a disposizione? Istituzionali: quasi niente: l’équipe, se funziona, Personali? La famiglia? Sé stessi finché si può. Questo romanzo è un pugno dritto in faccia. Ne renderei obbligatoria la sua lettura ai corsi per infermieri e medici. Utopia lo so già. Ad ogni modo invece di tanti bla bla inutili relativi all’eutanasia, all’accanimento terapeutico, alla dignità e ai diritti dei pazienti, consiglio vivamente la lettura di questo libro. Nel frattempo preghiamo e speriamo di non essere mai noi il paziente del racconto.
L'autore ha trasferito nelle pagine la sua pluriennale esperienza di medico rianimatore, raccontando in modo magistrale le giornate in una terapia intensiva, alternando la voce narrante del medico con quella di un paziente in bilico tra la vita e la morte (tracheostomizzato e quindi muto come un pesce). Intorno alle due voci narranti si muove il mondo di fuori, o almeno quello che fuori ha una vita, contrapposta alla vita dentro la rianimazione, scandita dai riti, procedure, abitudini e interrotta solo da qualche emergenza improvvisa. A chi è dentro restano i ricordi, le speranze, la rabbia, le nostalgie e i due protagonisti non sono poi così diversi, trovandosi entrambi, più per necessità che per scelta, a nuotare dentro l'acquario senza riuscire ad uscirne. Il testo, localizzato dove l'elevata specializzazione e l'evoluzione tecnologica rendono il paziente più un oggetto di cure che un soggetto con emozioni e pensieri propri, è una pietra miliare nel cammino della "umanizzazione delle cure". Un romanzo non troppo consolatorio e rassicurante, che forse può essere capito fino in fondo solo da chi ha vissuto, come operatore, paziente o familiare, l'esperienza estrema della Terapia Intensiva. Un libro che dovrebbe essere letto e discusso nelle facoltà di medicina, scienze infermieristiche e delle altre professioni sanitarie, per ricordare a tutti i futuri operatori che quando non riescono a vedere l'umanità dell'altro rischiano soprattutto di perdere la propria
Da una parte le "facce verdi", dall'altra i "pesci rossi". Due storie estremamente umane che si intrecciano alternandosi vicendevolmente tra i capitoli. Da leggere per entrare in un mondo, quello della terapia intensiva, di cui non sapevo nulla.
"Cosa sognano i pesci rossi" è un romanzo del 2006, di Marco Venturino, direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano, prestato per questa volta all'arte difficile dello scrittore, che poi si replicherà in altri due romanzi, tra cui "Si è fatto tutto il possibile".
Se dovessimo dunque giudicare l'opera da un punto di vista prettamente letterario, potremmo dire che abbia un valore piuttosto scarso, la scrittura a volte è ridondante, prolissa dove non dovrebbe esserlo, i tempi di molti paragrafi sono lunghi all'inverosimile senza lasciare pause, le digressioni a volte annoiano un poco; ma i libri non si giudicano solo dall'aspetto della forma, della scrittura in sé, a volte, è quello che si ha da dire che è più importante del dire stesso, e qui il dottor Venturino non sbaglia.
La vicenda che si narra è questa: all'amministratore delegato di una importante azienda, uomo di successo a cui la vita ha dato tutto, viene diagnosticato un tumore in metastasi avanzata. Inoperabile per i più, troverà un chirurgo arrivista e famoso che tenterà dove nessuno si azzarderebbe a mettere bisturi. L'operazione va storta e l'operato si ritroverà in terapia intensiva. Tra quest'uomo ormai menomato, incapace di comunicare, in attesa della morte, e il medico di terapia intensiva che deve prendersi cura di lui, comincia un rapporto tormentato e umanissimo che l'autore descrive nei dettagli più personali.
I due protagonisti vivono le vicende del microcosmo ospedaliero, un mondo che brulica di una vita di cui essi sono solo spettatori e mai attori poiché non appartiene fino in fondo a nessuno dei due. Luca il dottore, l'uomo verde, stanco e disincantato, che beve la notte, pur disprezzando il suo lavoro e la maggior parte dei suoi colleghi, non ha il coraggio di opporsi e di migliorare la sua vita; Pierluigi il ricoverato, il pesce rosso, immobile e ormai incapace di parlare, vede la sua dimensione umana sgretolarsi inesorabilmente giorno dopo giorno e non può far altro che osservare qualche raggio di vita che filtra tra le pareti della terapia intensiva attraverso le persone che vi lavorano, proprio come un pesce rosso vede il mondo esterno unicamente attraverso il filtro della sua boccia di vetro.
L'obiettivo principale dell'autore che ha suddiviso il romanzo in capitoli, uno raccontato in prima persona dal malato, l'altro dal medico è quello di far prendere coscienza ai lettori, di volere aprire le porte a questa realtà poco conosciuta, il carico di sofferenze, di dubbi, di paure e di domande che si riversa nella mente di coloro che stanno male e di coloro che sono chiamati a prestare le proprie cure, di come il destino possa toglierci in un attimo tutto ciò che possediamo.
Il romanzo costituisce sicuramente un'occasione di crescita interiore per chiunque vi si accosti, una lettura che non si può dire piacevole, per il carico di dolore che porta, ma che per certi versi va fatta, per prendere coscienza di un mondo sconosciuto ai più, ma reale e di tutti i giorni; utile per cercare di capire anche gli animi di chi lavora negli ospedali.
La rianimazione raccontata attraverso gli occhi di un medico anestesista rianimatore, ma anche da un uomo in bilico tra la vita e la morte. Si parla di pesci rossi ovvero i pazienti della terapia intensiva, pazienti spogliati di tutta la loro dignità. Una storia drammatica e dura che deve essere letta.
Leggere questo libro fino all'ultima pagina non è facile: il racconto è realistico, asciutto, privo di elementi romanzati, solo crude verità sbattute in faccia. Il doppio punto di vista, quello di Tunesi, paziente in terapia intensiva e di Gaboardi, medico del reparto ti travolge negli accadimenti, nelle sensazioni, nei pensieri e nei ricordi. Le parti più difficili sono quelle in cui si raccontano le dinamiche "del dietro le quinte" di un ospedale, fatto anche di persone non per forza valorose in quanto dottori. Lettura dolorosa ma che consiglio fortemente.
Un capolavoro! Ho trovato questo libro davvero toccante! Ben scritto e, soprattutto per chi conosce e vive l'ambiente e il reparto descritto, sarà un libro imperdibile.
“ Adesso siamo qui, con la nostra vita, i nostri affetti, le nostre ansie, le nostre noie, con il bello e con il brutto, ma siamo qui con questa vita che conosciamo e che più o meno abbiamo cercato di modellare a nostro uso e consumo e un attimo dopo non ci siamo più”.
Trama: Il romanzo ruota intorno a due personaggi:
1) Pierluigi Tunesi, detto anche “ il pesce rosso “ è un amministratore delegato di un’importante azienda di Milano. A seguito di un’operazione mal riuscita, volta all’asportazione di un tumore al polmone, si ritrova ricoverato nel reparto di Rianimazione dell’ospedale ***;
2) Luca Gaboardi, detto “ la faccia verde”, medico anestesista responsabile del reparto dove è ricoverato il Tunesi.
Nel giro di pochi giorni Tunesi ha visto se stesso trasformarsi, da uomo potente e rispettato che era, in un pesce rosso. Diventa così il numero sette della camera tre: un paziente bisognoso di tutto, incapace di parlare e di dare sfogo a quel dolore atroce che prova costantemente. Le sue giornate sono scandite da continue riflessioni sulla propria vita prima di quell’avvenimento.
Il medico Gaboardi, invece, ci parla dei suoi fallimenti, simili a quelli di tanti suoi colleghi. Ci parla del suo matrimonio fallito a causa di svariati tradimenti dettati dal dolore di essere perennemente a contatto con la morte; ci parla di come si svolgono le giornate in quel reparto; ci parla delle speranze sui volti dei famigliari dei pazienti. Ci parla di dolore, di noia, di rabbia, di astio, ma anche di piccole gioie, di piccoli progressi e talvolta, anche di felicità.
I due protagonisti si alternano capitolo dopo capitolo raccontando le loro sensazioni e le loro emozioni.
Malgrado il racconto ruoti - per la maggior parte- intorno al tema della morte, si fa leggere con assoluta leggerezza. Scritto in maniera abbastanza scurrile anche se con troppi termini tecnici ( L’autore del romanzo è niente po po di meno che un medico anestesista dello IEO di Milano).
Cosa ho imparato da questo romanzo? Le lancette scorrono. Non disponiamo di un tempo illimitato. La morte è una puttana, nel vero senso dispregiativo della parola. È vigliacca. Oggi ci siamo, ma domani?
Siamo conviti che certe cose, certi fatti, certi avvenimenti a noi non possano mai toccarci da vicino. Anche Tunesi lo pensava. Poi si è ritrovato con un tubo nella trachea, tenuto in vita da una macchina.
È un libro deprimente? NO.
Al di là tema è un libro che secondo me andrebbe letto proprio perché induce il lettore a riflettere su quella che è la VITA.
Ci vuole coraggio, per un medico, per scrivere un libro così reale. Si legge in fretta ed é breve, ma non per questo é leggero. Narra la storia di un medico che lavora in terapia intensiva e di un suo paziente, il Tunesi, che staziona lì a causa di un intervento improprio e mal riuscito. É un libro che trasuda umanità. Pone l’accento sulle tante sfaccettature del medico, come la vanità e l’ego, la superbia, l’abitudine al dolore altrui, l’indifferenza ma anche la speranza insita nella natura umana di non arrendersi di fronte al dolore e alla morte, fino all’ultimo, riassunto conciso del Giuramento di Ippocrate. Non ho mai frequentato reparti di terapia intensiva, ma da “mestierante” sono stata a stretto contatto con la morte per alcuni mesi. Forse é per questo motivo che “Cosa sognano i pesci rossi” mi ha colpita così tanto: mi sono trovata nei panni del Gaboardi e ne compreso intimamente i pensieri, nonostante spesso espressi in modo crudo. Mi hanno commosso invece i capitoli narrati in prima persona dal Tunesi, il “caso disperato”, simile a molti dei pazienti che ho incrociato nell’esercizio, per cui ho provato molto empatia.
“Cosa sognano i pesci rossi” è un pugno nello stomaco, un attorcigliarsi di budelle che ti tiene sveglio la notte. Sono un’infermiera da 5 anni ormai, e da 3 lavoro su pazienti sottoposti a trapianto d’organo. Non ho mai messo piede in rianimazione nè oso immaginare cosa voglia dire dover lavorare con pazienti assistiti da macchine. Ma, nonostante questo, la storia di Pierluigi mi ha divorato l’anima e il cuore. Ho sentito tutto, la sofferenza, le paure, il coraggio, il volersi attaccare a tutti i costi alla vita, il valore dell’amore e della famiglia, il lavoro difficile che si svolge in questi contesti, i pro e i contro di ognuno di essi. È una bella presa di consapevolezza, non solo del mio lavoro, ma di cosa vuol dire vivere davvero. So che avró bisogno della mia psicologa, per accettare ció che ho letto. Consigliatissimo.
E' un libro duro, scritto da uno del mestiere. Descrive gli stati d'animo del malato terminale e del medico che lo assiste. E' un testo che pone domande e non dà risposte, non per tutti, vista la crudezza di certe scene. Stimola di sicuro molte riflessioni sul fine vita, sull'accanimento terapeutico, sul carrierismo, sulla solitudine, anche sull'amore. Chi è passato da una morte in famiglia si ritroverà in certi attimi convulsi e in certe domande angoscianti. Per me il culmine rimane la descrizione del medico come guardiano della vita, anche se a volte pare diventare il guardiano della morte piuttosto. Lo consiglio a chi ha il coraggio di affrontare tematiche importanti.
Nel suo essere a tratti lento o concitato riesce a rendere perfettamente quello che un paziente e un operatore della terapia intensiva sperimentano quotidianamente. La scrittura non è certamente esperta e la dialettica dei due personaggi è molto simile, rendendo evidente che è prodotta dalla stessa mano, ma questo romanzo merita a priori di essere letto. Se non altro come manifesto di una realtà che spesso si tende a pensare come quella “degli altri” e che a noi non toccherà mai ma che è più vicina e reale di quanto possiamo immaginare.
Un libro potente, con una scrittura schietta, senza peli sulla lingua, molto razionale e pieno di riflessioni. Il racconto segue due storie che si incrociano in ospedale, dove uno, Tunesi, è in terapia intensiva dopo un intervento rischioso al polmone, e l'altro, Gaboardi, è il medico rianimatore anestesista che è in servizio nel suo reparto. Il racconto ci fa immedesimare in entrambi i punti di vista, con le proprie riflessioni, i propri problemi, i pensieri che ognuno ha, che ognuno di noi ha. Molto consigliato con un tema delicato
Un libro scritto benissimo e di impatto. Per chi quelle giornate le vede dalla parte di chi si prende cura di persone intrappolate dentro un corpo è un pugno nello stomaco. Ho vissuto 10 anni di rianimazione con l idea che chiunque fosse li dentro a questo corp bisognoso e assente in realtà stesse solo aspettando il momento di risvegliarsi. Un bel bagaglio di vita
Un libro scritto benissimo e di impatto. Per chi quelle giornate le vede dalla parte di chi si prende cura di persone intrappolate dentro un corpo è un pugno nello stomaco. ho vissuto 10 anni di rianimazione con l'idea che chiunque fossi li in realta stesse solo aspettando il momento per risvegliarsi. Un bel bagaglio di vita
Romanzo veloce e scorrevole che affronta un grande argomento "la vita e il fine vita". Storia raccontanta da due punti di vista ma che guardano lo stesso oggetto. Medico e paziente affrontano i giorni di permenenza nella terapia intensiva, un ambiente che esiste ma di cui il mondo tende a mettere da parte perchè lì in quelle stanze esiste un limbo tra la vita e la morte
Un vero spaccato delle dinamiche e della vita in ospedale, che poteva essere scritto solo da una persona che ha vissuto tutto questo davvero. Profondo, crudo a volte, ma un libro che racconta la semplice verità. Merita veramente di essere letto.
Emozione allo stato pure, lacrime garantite e riflessioni esistenziali come da default. Ottimo libro, Marco Venturino ottimo scrittore di Torino in grado di farti vivere la filosofia di vita tramite storie semplici ma complesse, scorrevoli ma tortuose. Consiglio caldamente. Buona lettura !
Alti e bassi in questo libro che racconta la storia di un malato di cancro che finisce in terapia intensiva un capitolo dal lato del medico che lo cura e un capitolo dal lato del paziente che viene curato. Chissà se in quei momenti quelli che si pensa è davvero quello che l’autore ci racconta…
Un bellissimo viaggio nei pensieri dei due protagonisti: un medico ed un paziente del reparto di terapia intensiva. Un viaggio nelle emozioni e nel pensiero umano nel periodo della malattia.