Breve lettura in cui l'autore attraverso le parole dei personaggi denuncia le ingiustizie subìte a causa del disastro ambientale del Vajont.
"Il 9 ottobre 1963 alle 22,45 duemila persone entravano nel nulla per ambizioni e interessi altrui.
Sono passati più di quarant’anni da quella notte e il ricordo dei morti e della disfatta è ancora sospeso sulla valle. E anche se le foglie di quaranta autunni hanno reso più soffice camminare sul dolore, permane sempre in queste zone il fruscio della morte. Cos’è cambiato nei paesi colpiti dall’artiglio durante questo non breve pezzo di tempo? Molto, se pensiamo che i bambini nati allora, o subito dopo la catastrofe, oggi hanno quaranta primavere, e poco sanno, se non per sentito dire, di quella storia. Nulla se osserviamo la montagna seduta per sempre nel luogo in cui doveva starci l’acqua della diga più alta del mondo. Prima ancora, laggiù, in fondo alla valle, scorreva il tormentato Vajont. Nei brevi tratti in cui diventava mite, faceva muovere mulini e segherie. La tragedia continua ancora, lenta come i granelli della clessidra, ma sempre presente. Negli occhi di chi si è salvato rimane congelato il muto stupore, l’ombra malinconica del rimpianto, la coscienza di aver perduto qualcosa che nessun miracolo potrà restituirci."