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I malcontenti

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"Ecco, intanto che scrivevo 'I malcontenti' mi è venuto da pensare che io stavo cercando di raccontare la storia della relazione tra due quasi trentenni che provano a entrare, come si dice, nel mondo, e che questo tentativo, che ha a che fare con un festival strampalato, viene raccontato da uno che abita sotto di loro, uno che di questo tentativo vede in un certo senso solo i riflessi, i raggi che partono da quell'appartamento e arrivano fino a lui in forma di suoni, confessioni, reticenze e richieste d'aiuto. E m'è tornata in mente la scena centrale di un film di Lubitsch, che è una scena in cui il protagonista maschile, innamorato di una donna misteriosamente scomparsa, invitato a pranzo da un amico, scopre che la moglie del suo amico è la donna di cui lui è innamorato. Questo pranzo viene raccontato da Lubitsch senza riprendere i protagonisti né la sala da viene raccontato dalla cucina, in modo perfettamente esaustivo, attraverso i commenti di cuoco, cameriere e maggiordomo sullo stato in cui tornano indietro le varie pietanze, e lo spettatore ha l'impressione di essere davanti a un triplo salto mortale molto ben eseguito. Ecco, intanto che scrivevo 'I malcontenti' mi è venuto da pensare che la relazione tra Nina e Giovanni, a esser capaci, bisognava raccontarla come quel pranzo di Lubitsch.

166 pages, Paperback

First published January 1, 2010

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About the author

Paolo Nori

107 books242 followers
Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l'attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L'Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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Displaying 1 - 13 of 13 reviews
Profile Image for zumurruddu.
139 reviews152 followers
March 6, 2018
L’ineffabile disperazione quotidiana

Innanzitutto devo dire che mi è simpatico Paolo Nori, sin da quando tanti anni fa lessi “Bassotuba non c’è”, di cui ancora non so dire perché mi è rimasta un’impressione così intensa, visto che non è che ricordi bene di cosa parla.
Poi lo stimo Paolo Nori, perché è un traduttore, anche, traduce dal russo, e uno che ha tradotto Erofeev e Gogol, chissà cosa è andato a frugare e rovistare, e cosa ha nell’anima.

Quando leggo i suoi libri (a chiamarli romanzi ci vuole una certa fantasia), ecco sono scritti in uno stile/non-stile talmente minimale, ma talmente minimale, che sembra sempre che non parli di niente, o sembra, che ne so, di stare a fare due chiacchiere con lui al bar, ma non come se fosse Paolo Nori e tu, tipo, lo intervisti, no, come se foste due vecchi amici che parlano del più e del meno e anche di niente o di tutto. E c’è sempre un momento in cui penso, sì, vabe’, un libro così avrei potuto scriverlo anch’io.
E però non è vero che non parla di niente, perché invece riesce a catturare con le sue parole quella fatica quotidiana, quell’ineffabile disperazione delle nostre generazioni, noi che siamo nati dagli anni sessanta in poi, quel senso di inutilità, di inadeguatezza, di mancanza di senso, di ricerca disperata di senso. E ci riesce facendoti sembrare che non parla di niente. Mica è da tutti.

[...] quelli che erano nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati. Quelli che eran nati negli anni trenta, e avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire. Quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro. Quelli che eran nati negli anni cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo cosí com’era stato fino ad allora non era piú adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.
Mi sembrava che noi, avevo detto, fossimo stata la prima generazione che, se ci davano un lavoro, non era perché c’era bisogno, ci facevano un favore.
Cioè era come se il mondo, che per i nostri genitori era stata una cosa da fare, da costruire, per noi fosse già fatto, preconfezionato, e l’unica cosa che potevamo fare era mettere delle crocette, come nei test.
E allora aveva anche senso, che proprio in quel periodo lí, negli anni ottanta, fossero comparsi in Italia i giochi elettronici, perché uno di vent’anni che passava sei o otto ore al giorno a giocare ai giochi elettronici, che negli anni cinquanta sarebbe stato un disadattato (Sei un delinquente, gli avrebbero detto i suoi genitori), a partire dagli anni ottanta andava benissimo, perché rispondeva al compito precipuo della sua generazione, di stare tranquillo e non rompere troppo i maroni.
Profile Image for Splendini.
29 reviews6 followers
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April 10, 2018
Paolo Nori deve essere una persona gentile e gradevole e io mi sono avvicinata al suo libro con convinzione.
Però io non posso proprio leggere uno che scrive ostinatamente e insistentemente in questo modo, paragrafo dopo paragrafo:

"Sembra che sia stato uno di quei giri che prendon le cose a un certo momento quando non ne posson piú di andar come vanno."

"Mi ero incantato a guardare l’orchestra del liscio che c’era di fianco che eran degli anni, che non vedevo un’orchestra di liscio, e in quegli anni, si vede, eran cambiate"

"Ecco, per me, in quel periodo lí, avere una persona che quando mi vedeva era contenta di vedermi, avere una persona che era contenta di vedermi veramente, era per me la cosa piú bella che mi potesse succedere. Ma a parte la bambina di quattro anni, che con tutto che era la bambina di quattro anni viveva da un’altra parte, in un altro mondo, in un’altra famiglia, con un altro ordine, con degli altri colori, con delle altre idee, con delle altre abitudini, con un altro dialetto, con un’altra alimentazione e con degli altri mezzi di locomozione, a parte la bambina di quattro anni, io, se mi toglievano le telefonate e la radio si sarebbe potuto dire tranquillamente che ero solo al mondo, e se qualche volta aprendo la porta di casa sembrava che fossi di buonumore, dipendeva da una di quelle cose lí, la bambina di quattro anni, il telefono, oppure la radio, ma era poi raro."

"Il giorno che avevo saputo del festival, io mi ricordo che ero tornato a casa con un sentimento nel petto che non saprei descrivere in altro modo che: La fine di tutto, e che il disordine della mia casa mi aveva accolto come per dirmi che era proprio cosí, era la fine di tutto, e avevo fatto quei sette metri di corridoio e poi ero entrato non nella mia camera, nella camera di una bambina di quattro anni, e mi ero buttato non sul mio letto, sul letto di una bambina di quattro anni e, coricato di schiena sul letto di una bambina di quattro anni, avevo guardato una finestra che non guardavo mai, da quel punto di vista, e da lí mi era sembrato chiarissimo che quello che c’era oltre la finestra era il cielo dell’aeroporto, e quello che c’era al di qua della finestra era il disastro della mia vita."

Tutti quei troncamenti finali dei verbi mi hanno fatto saltare i nervi già alla quinta pagina.
Tutti quegli anacoluti e quelle reiterazioni - che il primo dici, ma che finezza, il secondo appena dopo ti chiedi, ancora?, e il terzo già non ne puoi più - mi hanno fatto venire voglia di urlare.
E tutte quelle frasi ripetitive cosparse di virgole e scritte come se stesse discutendo con qualcuno o raccontando una cosa al bar mi hanno fatto pensare che stavo leggendo brani di un blog uno dopo l'altro piuttosto che un libro. E io non volevo leggere il blog di Paolo Nori, ma il suo libro.
136 reviews2 followers
August 24, 2020
Lettura molto piacevole, direi intrigante : all'inizio sembra che Nori stia parlando di cose così, minime, ma col passare delle pagine quella leggerezza diventa significativa, importante, con dei tratti addirittura commoventi.
Lo scrittore apre piccole finestre nella quotidianità dei suoi personaggi che aprono grandi orizzonti di riflessione.
Stile unico e inimitabile.
Profile Image for Ettore1207.
402 reviews
August 3, 2017
Difficile recensire un libro di Nori. Trama assente, stile assolutamente insufficiente se giudicato con il metro canonico. Eppure... eppure è bello, ti prende con un gran fascino, ti ammalia, incominci e non smetteresti più. Quattro stelle e non cinque perchè un po' inferiore ai primi di Nori.

Prima che il treno partisse, il controllore aveva trovato una ragazza ucraína senza biglietto, o con il biglietto non timbrato, non si era capito bene.
Nella carrozza, come succede in questi casi, si era manifestata un’istintiva simpatia per quella ragazza che magari non aveva soldi, che poi in fondo cos’erano i cinque euro che costava il biglietto, e un’istintiva antipatia per il controllore e per il suo rigore incomprensibile e cieco.
Era anche una bella ragazza, e il controllore non me lo ricordo ma non credo che fosse un gran bel controllore. E la ragazza si era giustificata, in un italiano discreto, col fatto che le avevano spiegato male in biglietteria, o che aveva capito male lei, e si era rifiutata di pagare la multa e di far vedere i documenti, e alla minaccia del controllore di chiamare la forza pubblica, la ragazza aveva reagito dicendo: Lei chiami chi vuole, non è colpa mia, è colpa della vostra lingua di merda.
Questa espressione, la vostra lingua di merda, aveva spento tutti i rumori della carrozza e aveva determinato, nei passeggeri, la fine della benché minima simpatia per la ragazza ucraína.
E a me era venuto in mente che noi, la lingua che parliamo, è come il nostro cielo; noi siamo tutti dentro la stessa lingua, cosí come siam tutti sotto lo stesso cielo, e sputare sulla lingua è come sputare nel cielo, ti ricade in faccia.
Profile Image for Enza Reina.
63 reviews8 followers
July 14, 2019
E sì, alla fine era la prima volta che leggevo un libro di Paolo Nori. Anni tra blog, letture pubbliche e varie ma non mi ero mai avvicinata a un suo testo completo. Non so nemmeno come si colloca esattamente nella sua carriera. E ho trovato un libro delicato, che mi ha tenuto compagnia in un weekend, con le riflessioni semplici ma così vere di chi guarda da lontano quelli "che la vita la sanno prendere per i manici", con le uscite surreali di "una bambina di quattro anni"che sembrano degli haiku.
Consigliato. Una caramella balsamica senza pretese che però dopo ti fa respirare meglio.
Profile Image for Arf.
154 reviews8 followers
April 5, 2022
Nori si fa sempre leggere nonostante la mancanza di una trama di fondo e questo è il suo più grande pregio; rispetto ai primi lavori mi ha coinvolto di meno ma una lettura la merita comunque.
Profile Image for Pitichi.
611 reviews28 followers
April 1, 2016
Finalmente!

Già dalla prima pagina si capisce che I malcontenti non somiglia ad alcun romanzo cui siamo abituati: il primo capitolo è contrassegnato da un numero (zero) e i successivi numeri (fino a 273) contraddistinguono altrettanti capitoli, paragrafi, frasi, senza una struttura logicamente organizzata.
Anche la punteggiatura sembra sparire o eccedere, senza rispettare le regole dell'ortografia: i dialoghi si mescolano al flusso degli eventi, i testi delle canzoni e le citazioni poetiche sono inserite tra i pensieri dell'io narrante, senza alcun ricorso alle virgolette, in un omogeneizzato di parole e voci cui solo il salto al nuovo paragrafo o capitolo dà un attimo di tregua, anche grafica, con il ricorso allo spazio bianco. Altrove, la punteggiatura abbonda: le virgole sostituiscono i punti fermi, rendendo inarrestabile la parola, affaticando gli occhi del lettore per richiedergli la massima attenzione. Ecco uno stile particolarissimo, unico, che nulla ha a che vedere con la narrativa italiana cui sono abituata. All'inizio ho storto il naso: cattura sicuramente, ma sembra pesante, pomposo, un artificio marcato ai danni del piacere della lettura; invece, dopo le prime pagine, si scopre un romanzo sobrio, privo di fronzoli e iperboli, davvero affascinante.
La trama è davvero ridotta all'essenziale: uno scrittore divorziato che vive solo (ogni tanto è allietato dalla comparsa della figlia di quattro anni) conosce una coppia di ragazzi che si è appena trasferita nel suo stesso condominio: Giovanni studia il teletrasporto ed è piuttosto pigro, mentre Nina ha energia da vendere e si lascia coinvolgere da Marcel nell'organizzazione del primo festival dei Malcontenti. La loro storia d'amore si dissolve piano e Bernardo, il protagonista, assiste alla progressiva resa attraverso l'accumulo di indizi marginali: un frigorifero mai acquistato, un letto vuoto, un'assenza che aleggia nell'aria.
Bernardo è tutt'altro che un eroe in cui potersi identificare, con la sua vita confusa, i costanti dubbi esistenziali e le infinite domande senza risposta; per contro, le sue riflessioni vengono giustapposte alle considerazioni della figlia, di soli quattro anni, che, con il suo sguardo ingenuo e delicato, conferisce alla realtà una nuova luce, risponde alle domande più difficili con la certezza dell'evidenza e si rivela molto più forte del padre.
Non si può dire che questo romanzo sia entusiasmante dal punto di vista narrativo, ma, anzi, sembra ancora più speciale grazie all'assenza di una vera e propria trama: si legge con gusto, con un piacere quasi fisico, che impregna le dita e le papille gustative, gli occhi e persino il naso.
Un libro impeccabile, senza nulla di distonico, senza imperfezioni alcune. Entra a pieno diritto in quella che considero essere la letteratura italiana di qualità, quella che andrebbe studiata a scuola, quella da amare, da sottolineare, da leggere ad alta voce e da ricordare. Ringrazio la mia buona stella che me lo ha fatto trovare, per caso, tra gli scaffali della biblioteca.

La mia recensione completa su http://librisucculenti.blogspot.it/20...
Profile Image for Hervé.
36 reviews4 followers
September 3, 2013
Siccome che le certezze son fatte per essere scardinate, e in particolare la mia sulla narrazione egoriferita di Nori, mentre uno legge la primissima riga de I Malcontenti - Questa è una storia che una storia del genere non mi era mai capitato di scriverla. - potrebbe pensare che: ve', stavolta Nori ha scritto una storia che non parla di sé.
Volevo rassicurare tutti. Non è così.
Profile Image for Giorgia Imbriani.
713 reviews11 followers
December 9, 2021
Bella l’idea di raccontare una storia parlando d’altro (in questo caso, perlopiù di se stessi), e bella l’idea di farlo come se si parlasse al telefono con un amico, con tutte le ripetizioni, le frasi sconnesse, gli “a proposito” del caso.
Profile Image for Cariatide ✨.
111 reviews32 followers
July 27, 2017
Era quello un periodo, non so come dire, mi ricordo una mattina, nel mio appartamento, pioveva, tanto, e si stava bene, c'era un silenzio, sembrava che nel condominio non ci fosse nessuno, sembrava quella poesia là di Moretti: Piove. E' mercoledì. dì. Sono a Cesena, ospite della mia sorella sposa, sposa da sei, sette mesi appena, ma senza sorella, e senza Cesena, e senza mercoledì e con dei fogli, della carta bianca da caricare sopra una stampante, e quegli sforzi lì sono bellissimi, sembra di essere un piccolo facchino, con dei pensieri bassi, a bassa voce.
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