Di questo non ho trovato l’e-book, quindi ho dovuto ordinarlo in libreria e aspettare che arrivasse, sopportando l’irritazione di possedere in cartaceo solo il quarto volume di una serie. Ma nel frattempo si è innamorato degli Elfi anche mio marito, che non ama gli e-book, quindi ho ricomprato anche i primi tre volumi in cartaceo, e mettendoli in fila sullo scaffale ho scoperto con fastidio che sono di tre formati differenti. Sgradevolissimo, ma cercherò di sopravvivere.
Il contenuto del libro, invece, me lo sono goduta fino in fondo. Comincia come un’Odissea: la Telemachia dei primi capitoli è affidata a Chiara, la figlia-scarafaggio brutta e non amata che scopre i suoi poteri e la forza dell’affetto; continua con le peregrinazioni nel paese degli Orchi di Rankstrail, il cui ritorno a casa assume un andamento a spirale che costituisce il tema di fondo di tutta la storia; vede infine, dopo il ritorno a casa, non la lotta contro i Proci, ma un’apertura infinita sulla storia.
Mi tengo stretti al cuore alcuni temi che mi toccano profondamente:
- la gentilezza e la misericordia sono contagiose;
- nella tristezza e nella disperazione annegano la magia, il coraggio, perfino la potenza divina. Solo se sai sorridere ed essere grato di ciò che sembra - e non è - scontato (il sole, l’acqua, la possibilità di respirare) puoi trovare forze e aiuto.
- bisogna imparare a perdonare se stessi
- i nemici di oggi sono i vicini di casa di domani
- l’amore della terza età ha poche parole e molta dolcezza.
Insomma, è uno di quei libri felici che ti fanno sentire orfano quando finiscono, che vorresti rileggere all’infinito. Non assegno la quinta stellina solo per lo stile, alquanto ripetitivo, e per l’impressione di stesura frettolosa che mi ha lasciato quest’ultimo volume (anacoluti, parole rimaste nella penna). Fastidiosa anche l’abbondanza di errori di battitura: come se l’editore si fosse limitato a fotografare il testo battuto a tutto vapore dall’autrice, mentre un piccolo lavoro di editing sarebbe stato assai opportuno. Ma ce ne fossero.
Rilettura di giugno 2022.
Una volta di più, il mio commento non fa riferimento solo a questo volume, ma all'intera serie dell'Ultimo Elfo: così si appaga anche il mio amore per i libri lunghi, dalla vasta architettura articolata e complessa, perché se entro in una bella storia - che è come dire in un mondo - mi piace restarci a lungo. E qui c'è di bello che la complessa architettura tiene; che il quarto volume riprende, spiega, amplia e porta a compimento le premesse gettate nei volumi precedenti; che il fantasy si rivela, una volta di più, trasparente metafora per parlare di argomenti difficili e scomodi; che i personaggi hanno una loro vitalità, spesso scorbutica, irosa, impaziente o inetta, improbabile, anti-eroica, proprio come le persone vere; che il messaggio di fondo è potentemente morale.
Non tutto è perfetto: a una rilettura non-stop dei quattro volumi, salta ancora più chiaramente agli occhi lo stile ripetitivo, che ha, certo, il duplice scopo di integrare nella narrazione il riassunto delle puntate precedenti e di suggerire, col ricorso a clausole fisse quanto gli epiteti omerici, continuità, ritualità e riconoscimento dei personaggi (la "piccola Regina stracciona" come il "piè veloce Achille"), ma che ottiene invece il perverso effetto di evocare una composizione computerizzata più che creativa, o ancor peggio il desiderio di allungare il brodo: proprio l'ultima cosa di cui ci sarebbe bisogno, data la ricchezza, l'intensità, la densità dei temi trattati.
Ma nonostante questi difetti, nonostante l'insufficiente lavoro di editing, questa serie rimane tra i miei libri più amati.