Isabella, destroy.
"Continuate a leggere toccandovi dove vi pare e se vi sentite veramente pronti alzate la testa al soffitto e guardate il mio corpo appeso dondolare. Vi amo."
Proprio nessuno avrebbe potuto prevedere che il libro comprato a fine 1996 l'avrei poi finito di leggere 27 anni dopo, nel futuro fantascientifico del presente 2024.
Come sono solito fare ne avevo letto 10-15 pagine appena comprato, per poi passare ad un limbo dove la lettura e' sempre imminente ma mai attuata, perche' come e' ovvio io i libri li compro ma non li leggo (non e' vero, ma quasi).
La particolarita' fu che affidai invece immediatamente il libro a una compagna di classe, che lo lesse tutto per davvero. Questa e' una cosa che ero solito fare, mi servivano delle sonde prima di affrontare io qualcosa. Nei tempi di internet, le mie sonde sono ovunque, a portata di mano, ma in quel periodo pre-virtuale avevo bisogno di spedirle io in esplorazione.
Mi ricordo di averle chiesto se il libro poi giungesse a un punto, se ci fosse qualcosa "alla fine". Mi interessava capire se il libro avesse uno sviluppo e uno scopo ulteriore rispetto all'esposizione di un certo stile estetico, che invece avevo gia' percepito fortemente nelle prime pagine (oltre all'idea di dover recuperare Sly, dei Massive Attack, per capire). Ma lei non mi disse molto di piu'. Mi fece intuire che qualcosa c'era, ma dovevo leggerlo. Cosa che evidentemente non successe.
Forse l'aspetto piu' debole del libro e' di essere molto uniforme. Esiste un piccolo arco narrativo, effettivamente, ma e' piu' una cosa che si trova tornando indietro, che andando avanti.
Per quanto mi riguarda l'impressione ai tempi delle prime pagine rimane molto simile a quella attuale, nel leggerlo tutto. Non e' cambiato il mio modo di vedere, ma e' cambiato il mio modo di considerare lo stile. Una volta io avevo un'idea molto precisa di come quello stile dovesse essere, di quello che fosse un criterio di purezza assoluta e poesia estetica, e questa cosa non e' cambiata. Io ero un filo tesissimo. Quello che e' cambiato e' la mia consapevolezza nel capire che quello stile e' impossibile.
Il punto e' che questo stile ideale che io perseguivo lo ritrovavo solo parzialmente. Frasi effettivamente molto belle ed efficaci, quasi travolgenti, insieme ad altre cose che non mi andavano bene. Cose anche "oggettivamente" sbagliate. Un mondo di mezzo che era mio ma anche no. E alla fine, ora, anche molto poco.
Almeno, oggi, faccio piu' attenzione a quel che nel libro e' scritto, piuttosto a quello che voglio vederci io.
La scrittura la trovo intima ma oggettiva. Riprendendo il simbolo dal finale del libro (che non e' uno spoiler nella maniera piu' assoluta) di una testa che esplode. Quella che e' una descrizione molto soggettiva, ma presentata come se fosse gia' fuori, attaccata alle cose. Come di fatto la visione onirica del reale. La realta' che viene vestita di colori e simboli, ma anche personaggi. Di eventi solo parzialmente verosimili, progressivamente sempre meno coerenti.
Per il resto, per tutto lo spirito trasgressivo, violento ed esplicito che il libro vorrebbe avere, oggi a me sembra invece molto tenero, delicato, privato. L'eccessiva enfasi sui nomi, sui marchi che incarna un po' lo spirito del tempo, del consumismo come flusso, io me lo ricordo per come era effettivamente. Quei marchi erano simboli, anche potenti, ma non erano ricevuti dall'alto e ingurgitati passivamente, imposti dalla pubblicita'. Al contrario, era tutta un'azione dal basso. Ognuno di noi trasformava e ibridava tutto quello che trovava. Ogni cosa era sempre altro. La "Doom Generation" non era caratterizzata da un senso fatalistico e passivo, che e' molto di piu' lo spirito attuale. Quello che era, invece, era una liberta' estrema. Del vero post-modernismo. Il senso nichilistico della stessa assenza di un limite, o di una regola. Eravamo gia' alla fine di un tempo normativo. E si reinventava tutto, anche se fatto solo di pezzi che venivano da prima.
Qualche anno dopo, mi ritrovai su una sedia di plastica rigida, insieme ad altre 10 persone (scarse) in una saletta di una mostra di cinema, a guardare un cortometraggio. Io ero li per tutto il resto, di questa cosa non sapevo nulla, ma in questo caso l'attrice principale era Isabella Santacroce. Non so quale delle due cose che ha fatto sia quella che ho visto io, pero' era molto simile a un videoclip stile Marilyn Manson. Molto simile a come ve lo potreste immaginare, ma me lo ricordo anche particolarmente affascinante. Io in quel momento ero convinto di conoscere Isabella Santacroce, avendo letto 10 pagine di un suo libro. Vedere il suo nome nei credits iniziali fu un'illuminazione.
"Questa e' cosa mia! Solo io la conosco!" Ti guardo io, in un modo unico.
Si, come no.