Chi ha detto che il nero sia necessariamente il colore del delitto? Con Cinzia Tani i crimini più efferati si tingono di rosa. La giornalista romana, infatti, traccia 35 ritratti di donne che a partire dal 1600 sono salite agli onori della cronaca per aver compiuto alcuni tra i più atroci omicidi della moderna letteratura criminologica.
L’autrice da un lato descrive la personalità delle 35 protagoniste del saggio, analizzandone i lati psicologici e caratteriali e, dall’altro ricostruisce i fatti così come si sono presentati ai giudici dell’epoca, regalandoci una cronaca asciutta, scevra da qualsiasi forma di giudizio, lasciando così al lettore il compito di “giudicare” l’operato delle sue assassine. Quali sono le motivazioni che hanno spinto queste donne ad uccidere? Amori non corrisposti, gelosia, insoddisfazione, traumi infantili, sadismo e follia hanno spesso trasformato delle persone normali in spietate assassine.
La prima che incontriamo è la contessa ungherese Elizabeth Bathory, meglio conosciuta come la “Contessa sanguinaria”, accusata di aver assassinato centinaia di giovani donne. L’aristocratica, con l’aiuto di quattro fedeli servitori, faceva rapire belle giovani appartenenti alla classe contadina o famiglie della piccola nobiltà ungherese e magiara, per poi torturarle atrocemente nel proprio castello, anche durante rituali di magia nera. Non si conosce il numero esatto delle vittime della spietata contessa: nei suoi diari sono stati rinvenuti i nomi di oltre 600 ragazze che sicuramente sono state uccise dalla follia omicida della donna. Questo numero impressionante di vittime, rende Elizabeth Bathory la più efferata serial killer della storia.
Tra le tante storie non mancano quelle che vedono come protagoniste delle italiane. Tra le tante, la più famosa è sicuramente “la saponificatrice di Correggio”. Leonarda Cianciulli, questo il vero nome della donna, attirava nella sua tela delle conoscenti che non avevano legami sentimentali e che avrebbero voluto trasferirsi altrove perché insoddisfatte della vita nel piccolo paese della pianura Emiliana.
Tre sono le vittime accertate della “Saponificatrice” che si è guadagnata questo macabro appellativo in quanto, per far sparire i corpi delle sue vittime, ne bolliva i resti e li usava per realizzare saponette e biscotti da regalare ad amiche e conoscenti.
Un’ultima avvertenza, soprattutto per fidanzati e mariti: non fate leggere questo libro alle vostre donne, potrebbe dargli interessanti spunti di ispirazione!