Moise Levi ha solo ventitré anni la mattina di fine estate in cui lascia Fossano portandosi dietro un carretto di stracci. Vuole andare a Torino a far fortuna, e non può immaginare che quello sia solo l'inizio di una lunga storia. Perché Moise possiede un fiuto eccezionale per gli affari e per i sentimenti: darà il via a una florida ditta di commerci nel ramo tessile, e avrà due mogli, sei figli e un'infinità di nipoti sparpagliati ai quattro angoli del mondo. Dopo la grande guerra mondiale e quel "brutto spettacolo" della marcia su Roma, finalmente la vita di tutti ha ripreso il suo corso. Meno male che nel 1924 a quel "brutto muso di Mussolini" gli è preso un colpo secco, altrimenti la storia di nonno Moise e della sua discendenza sarebbe stata molto diversa. Invece la famiglia Levi - con i suoi amori e i suoi affanni, i suoi commerci e le sue tribolazioni, le grandi cene di Pasqua e i lunghi silenzi delle stanze chiuse - diventa sempre più numerosa nella casa di via Maria Vittoria, costruita proprio lì dove una volta c'era il ghetto e adesso non c'è più. Elena Loewenthal non ha riscritto la Storia all'incontrario: ha provato piuttosto a mettere la vita al centro, dove la morte ha cancellato tutto. Ha lasciato scorrere la quotidianità dell'esistenza, con la sua allegria e la sua insensatezza, per vedere come le gioie e le fatiche di ogni giorno possano fondersi "in una cosa sola che non è troppo distante dalla felicità".
L’ho mollato dopo il 15% (da Kindle). Una noia mortale, mi è sembrato solo il resoconto della vita del Nonni Moisin che non ho nemmeno capito se è una storia vera della famiglia della Lowenthal o no. Fatto sta che i personaggi non sono delineati per niente, manco il personaggio principale ossia il nonno ha un minimo di profondità. Avevo l’impressione di perdere tempo a continuare a leggere. So che non mi avrebbe dato nulla.
Non male ma non mi ha entusiasmato - titolo e copertina molto belli - , probabilmente avevo aspettative più alte dopo aver letto Una giornata al Monte dei pegni .
L'ho trovato noioso, ripetitivo e inutile. I personaggi non hanno un minimo di delineazione, nemmeno il protagonista: è solo un susseguirsi di fatti senza capo nè coda. Ho trovato anche eccessivo l'utilizzo continuo del dialetto piemontese: io lo capisco, ma altri?
Sono rimasta con il dubbio di cosa sia veramente successo alle varie figlie/figli/nipoti di nonno Moise, e a lui stesso, dato che la storia raccontata nelle pagine può tranquillamente essere di fantasia. Ma io che leggo non so che cosa sia vero, e che cosa sia invece fantasia. Questa è stata una cosa che mi ha dato piuttosto fastidio.
Ben scritto, le prime pagine mi sono piacute. Poi però non sono riuscito ad appassionarmi ai tanti, troppi personaggi di questa saga familiare permeata di ebraismo, in cui volutamente si mescolano realtà e fantasia (la qual cosa non mi garba affatto). Ritengo che le frasi in dialetto piemontese siano state usate in eccesso.