Il salone di parrucchiere di Zaytshik è il punto di ritrovo di un piccolo quartiere di Tel Aviv, non solo per la vedova Leale, la manicure che ama Zaytshik, ma anche per i suoi vicini, quasi tutti sopravvissuti alla Shoah. È qui che dopo anni di silenzio cominciano timidamente a raccontare la loro storia. Anche in questo suo nuovo romanzo, premiato da Vad Uashem con il premio Buchman, Lizzie Doron ci parla con lieve umorismo e calda compassione di un dolore che non può passare, della ricerca di un po' di felicità, del tenace aggrapparsi a una vita che a molti non sembra più degna di essere vissuta.
Il romanzo forse più conosciuto di Lizzie Doron, scrittrice israeliana nota per la sua capacità di esplorare il tema del post-Shoah (inteso come rappresentazione degli effetti del trauma nella vita dei sopravvissuti e dei loro successori, i cosiddetti testimoni di “seconda” e “terza” generazione), è anche quello che mi ha detto meno. L’ho trovato meno incisivo degli altri (forse perché non strettamente autobiografico?). La protagonista, Lèale, sopravvista da ragazzina al genocidio grazie all’azione di una donna polacca, che l’ha fatta passare per cristiana, divenuta donna, si stabilisce a Tel Aviv, si sposa con Srulik e ha un figlio, Eytan, ma “perde” entrambi, il primo perché muore, il secondo perché si stabilisce negli Stati Uniti dove sposa una donna americana: vive così nella solitudine e nella tristezza più assoluta. Il suo unico affetto lo riverserà su Zaytshik, proprietario di un salone di parrucchiere nel quale Lèale inizierà a lavorare come estetista, ma perderà anche lui, e sarà buio profondo, infinito. E’ attorno alla vita dei personaggi che animano il quartiere del salone di Zaytshik che si costruisce il romanzo, personaggi a loro volta un po’ persi, talvolta grotteschi, anch’essi quasi tutti sopravvissuti, come Lèale e Zaytshik, alla tragedia della Shoah. A dire il vero, di Shoah, almeno direttamente, si parla meno che negli altri romanzi, quindi, molto più che negli altri, bisogna essere in grado di afferrare subito come, dietro al silenzio, alle follie, alle stranezze di questi personaggi un po’ timidi, timorosi, strampalati, ci sia un dramma del genere. E spesso non è facile. Ad ogni modo, questi personaggi e la stessa Lèale, rispetto agli altri di “Perché non sei venuta prima della guerra?” e di “C’era una volta una famiglia”, mi sono arrivati meno, li ho trovati delle figure meno credibili, troppo eccessive. Eppure. Eppure “Giornate tranquille” è l’unico romanzo di Lizzie Doron ad aver ricevuto il prestigioso premio Buchmann del Museo Yad Vashem di Gerusalemme, un’istituzione nel campo della Shoah, che io stessa ho visitato con occhi spalancati e il cuore gonfio. In tutta franchezza, poi, questa volta, la copertina della Giuntina a mio avviso è davvero terribile. Ad ogni modo Lizzie Doron resta un’autrice da scoprire e da leggere.
Lizzie Doron zeichnet den Alltag von Leale nach, die zusammen mit vielen weiteren Überlebenden der Shoa in einem Tel Aviver Viertel lebt. Eine bedrückende und traurige Erzählung voller Verluste und Schmerz über das Vergangene, aber gleichzeitig auch eine Geschichte über das Leben und den Alltag in Israel. Ein großartiges Buch - Absolute Leseempfehlung!
Come si fa ad andare avanti quando si e' sopravvissuti ai campi di sterminio? E se in quegli stessi campi hanno ucciso i vostri figli, i vostri genitori, il marito o la moglie? Quando tornando a casa trovi la tua casa occupata da altra gente, quando non hai piu' niente se non la vita, che inspiegabilmente ti e' stata risparmiata mentre a molti altri e' stata tolta? Vai avanti quasi per inerzia, cercando "giornate tranquille", facendo finta che ci sia ancora una normalita' che e' solo apparente, perche' Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più. (Jean Améry)
Ein intensives und beeindruckendes, teilweise bedrückendes, dabei immer warmherziges Buch, das ruhig und bedächtig die persönliche Geschichte von Leale und darüber hinaus von Erinnern, Überleben und Tod erzählt.
Lizzie Doron zeichnet Menschen, die auf den ersten Blick skurril erscheinen, auf den Zweiten merkt man aber, dass es tief traumatisierte Menschen sind, die ihr Leben versuchen in "normalen" Bahnen zu gestalten. Ein wunderbarer, feinfühliger Roman über das Menschsein.
E' la seconda volta in pochi giorni che mi capita in mano un libro che tratta un argomento che conosco poco, nonostante io abbia letto molto di quanto è stato scritto in merito al nazismo e alla Shoa, vale a dire il destino dei ragazzi e dei bambini, quasi tutti inesorabilmente orfani, emersi dall'orrore. Non sapevo quindi che quasi tutti questi bambini e ragazzi vennero attivamente cercati da organizzazioni ebraiche, che li trasportarono nel nuovo stato di Israele, dando loro una casa e una famiglia nei kibbuz. Le giovane Leale però non riesce ad adattarsi alla sua nuova vita, né nel kibbuz né dopo, non riesce mai ad uscire dalla buca nella quale ha trascorso gli anni della guerra, a capire il mondo, a osservare qualcosa al di fuori di se stessa. Persino le persone che dice di amare, non sono reali, perché ne ama la versione che si è costruita di loro. Non si renderà mai conto dell'omosessualità del parrucchiere che si prende cura di lei dopo la morte del marito, non accetterà il matrimonio del figlio con una donna diversa da quella che gli avrebbe scelto lei, persino della morte Lea ha una sua personale versione, persino la morte è per Lea un burattino da far muovere sullo sfondo delle storie fantastiche che lei stessa si racconta. Libro ben scritto, ma senza alcun barlume di speranza.
tenero, struggente,commovente..... non saprei come altro descrivere questo libro.....mi ha lasciato una stretta nello stomaco come poche volte..... assolutamente da consigliare!!
La copertina di questo libro è stata una vera e propria madeleine per me. Quand’ero piccolo, mia madre mi portava spesso con sé a farmi spuntare i capelli, a quei tempi ancora abbondanti e indomabili. La sua parrucchiera di paese aveva il salon all’interno di una sorta di casolare di campagna, e per arrivare nella stanza in cui operava bisognava passare attraverso una scura, dormiente cucina, dove accanto a un ampio camino non di rado i suoi familiari erano riuniti. Ricordo bene, a corredo dell'angusto spazio di lavoro, questa specie di mobile-credenza con due specchi illuminati, separati da alcuni scaffali di legno color cioccolato bordato di bordeaux (immagine un tantino fetish, a ripensarci), su cui svettavano tutti quei flaconcini di smalto dalle orride, attempate tonalità del tempo, nuance di rosso crepuscolari o rosa avvilenti. Non ho mai visto la parrucchiera usarli per le clienti, erano lì a prendere polvere, rinsecchiti e demodé, imbalsamato complemento d’arredo o fors’anche dettaglio scenografico, assieme a lavandini e sedie girevoli. Gli smalti che invece usava la manicure Lèale, io narrante del tenero, gustoso Giornate tranquille, non indugiavano a lungo all’interno delle confezioni. Anzi, insieme a un trattamento ad hoc che li accompagnava, riuscivano a schiudere cuori e ricordi delle clienti del salone di Zaytshik, impeccabile e imbrillantinato parrucchiere a Tel Aviv. Con una lingua semplice e svelta l’autrice israeliana Lizzie Doron intreccia vita e quotidianità di numerosi personaggi, che trovano come genuino e ideale palcoscenico delle loro esistenze, spesso dolorose e traumatizzate da un passato che non dorme mai, il brulicante negozio di Zaytshik. Sopravvissuti alla furia nazista, gli avventori del negozio, insieme ai pittoreschi abitanti del quartiere, intersecano a discorsi o episodi drammatici frizzanti elementi provincial-gossipari, degni del più emblematico, caleidoscopico salone di parrucchiere. E trovano comunque la forza per andare avanti, aiutandosi l’un l’altro, dando sempre una vigorosa rimestata allo smalto della loro vita, perché non cristallizzi mai.
In Leales kleinem Tel Aviver Kosmos, rund um den Friseursalon in dem sie arbeitet, leben viele auf den ersten Blick sehr skurrile Menschen. Sie alle haben etwas gemeinsam: Sie haben die Shoah überlebt. Sie haben durch die Shoah viel verloren: Familie, Heimat, Erinnerungen. In Israel, in Tel Aviv, in Sajtschiks Friseursalon suchen sie Zuflucht und geben sich Nähe. Doch gibt es so etwas wie ein neues Leben?
Lizzie Doron verleiht der älteren Dame Leale, die auf ihr Leben und das der anderen Shoah-Überlebenden in ihrem Viertel zurückblickt, eine unglaublich traurige, schmerzerfüllte Stimme. Und dennoch findet sich zwischen den Zeilen so viel kleines Glück, so viel Festhalten am Leben und so viel fesselnde Poesie. Ich konnte „Ruhige Zeiten“ nur schwer aus der Hand legen. Es hat mich traurig und glücklich gemacht. Auch jetzt nach der Beendigung des Buches verbleibe ich noch in dieser ambivalenten Stimmung. Gibt es ein besseres Zeichen für ein Buch? Ein wertvolles schmales Büchlein, welches in der heutigen Zeit helfen kann, die empfindliche Identität der Israelis zu verstehen.
I really want to recommend this book. It made me both, laughing and crying. The story plays in Tel Aviv and is about Leale. She is jewish and survived like many other people in her neighborhood the Shoa. The book tells how each of them try to live their lifes with these traumatic memories. The author shows all the different aspects of their daily struggle. When reading you always feel the great respect and love Lizzie Doron has for each of her characters. The personal stories really touched my heart and gave me great insights of how survivors lived in the early days of Israel.
Piękna historia, bardzo cicha i prosto opisana a jednak sprawiła, że krzyczałam w głowie z całych sił. Płakałam i przytulałam ją przez 50 minut po przeczytaniu.
Le tragedie raccontate in questo breve libro sono molte, ma la peggiore di tutte è l'incapacità della protagonista di uscire davvero dalla buca nella quale ha vissuto durente l'Olocausto e di aprire gli occhi alla realtà, che non riesce ad affrontare. Mai. C'è un infinito dolore nelle storie narrate; in realtà dovrei dire suggerite perchè nessuna storia qui è davvero raccontata dato che Qui da noi, ognuno è una storia, una storia che nessuno vuole raccontare e nessuno vuole ascoltare. Eppure alla fine i trascorsi di ogni personaggio, anche se un pezzzo qui e un pezzo la, sono raccontati o comunque si riescono a intuire e, anche se il testo è privo di particolari, risulta raggelante lo stesso. Restano nel cuore un poco tutti, nella loro tragica umanità violata, ma si ricorda in particolare parucchiere Zaytshik, che non rivela mai se stesso a Lea perche lei non sopporterebbe la realtà, finendo vittima, di nuovo, di una violenza perpetrata inconsapevolmente proprio da chi lo amava ma non lo riconosceva. E' questa la tragedia vera di Lea: la sua incapacità di vedere, veramente, gli altri, anche chi crede di conoscere meglio. Così si nasconde dal dolore, ma anche dalla gioia. E' un bel libro fino quasi alla fine. Purtroppo quando la storia si sposta dagli abitanti del quartiere alla sola Lea il libro perde lucidità e interesse, avvitandosi sugli sproloqui e le lamentele della protagonista che sempre di più somiglia alla Tipica Mamma Ebrea che viene favoleggiata il libri e film. Alcune parti sono struggenti, ma altre sono davvero irritanti, rovinando un poco la lettura.
La storia dolorosa a drammatica di L��ale si intreccia indissolubilmente con le tante (troppe) storie a loro volta drammatiche e altrettanto dolorose, di alcuni vicini di casa, e clienti del salone di parrucchiere presso il quale lavora. Ognuno ha un passato (molti dei quali, ci tengo a precisare non hanno niente a che fare con la storia tragica degli ebrei),segnato da solitudini, abbandoni, di amarezze . "Un passato che nessuno vuole raccontare e nessuno vuole ascoltare" ci dice L��ale,( insomma il libro �� un chiacchierio continuo di pettegole). Queste storie tramandate da vicino a vicino(appunto, come affermavo poc'anzi), formano cos�� una trama ordita da un unico filo di dolore, senza che ci sia mai offerta la possibilit�� di intravedere una luce di speranza, di piccola e lieve gioia. E ti ritrovi con addosso un senso di angoscia inutile, fine a se stessa(basta leggere l'incipit per una maggiore comprensione e non posso scrivere il finale "dalla padella alla brace pi�� rovente).
Quella mattina il mio Srulik aveva fretta di andare al lavoro. Si infil�� una scarpa, prese in mano la seconda, e allora, all'improvviso, il suo cuore cess�� di battere. Dal letto si accasci�� sul pavimento freddo e mor�� con una scarpa in mano.
Tutti abbiamo bisogno di un angolo privato nella nostra vita.
Tranquillo come le giornate raccontate da Lea, la protagonista. Triste, come sono tutte le storie dei sopravvissuti alla Shoa; ma triste anche perché Lea non ha mai sorriso in vita sua, non è mai riuscita ad assaporare neanche il più breve attimo di felicità che il suo destino ogni tanto ha provato a darle.
Qui da noi, ognuno è una storia, una storia che nessuno vuole raccontare e nessuno vuole ascoltare.