recensione con premessa
(avvertenza: la seguente premessa non riguarda direttamente il libro; chi la vuole saltare non perderà niente, se non la mia avvincente prosa).
sono una golosa impenitente. adoro le lasagne, il tiramisù. i maccheroncini pasticciati, la polenta, la cioccolata, il gelato, la frutta, i tortellini, tutte le peggio cose. Per trovare qualcosa che non mi piace dovreste addentrarvi nei torvi reparti dei cibi salutisti. Il risultato è ovvio: fallimento totale della prova costume, delusione da cui in genere mi consola un piatto di strozzapreti con le canocchie.
Tuttavia.
Perché c'è un tuttavia.
Se davanti a me c'è una teglia di lasagne fatte da mia mamma, o un tiramisù fatto con la ricetta di famiglia (che un amico gentile ha definito "il miglior tiramisù che abbia mai mangiato"), l'unico limite che mi pongo è dato dalla decenza, così se il mio super io si distrae un attimo posso mangiare l'intera teglia di lasagne o l'intera coppa di tiramisù senza la minima remora.
Ma se ho per le mani uno di quei barattoli di gelato che si comprano al supermercato, quelli da mezzo chilo che sono perfetti quando cominciano a sciogliersi un pochino ai bordi, e, un cucchiaino dopo l'altro, sciogliendosi sempre di più, arrivano alla fine con grande stupore del proprietario del cucchiaino, che mai mai mai avrebbe voluto mangiare tanto, in quei casi lì dopo la maialata provo un gran senso di colpa, materializzato in una sensazione fastidiosa in bocca, la sensazione della patina di grasso lasciata dal gelato.
Per questo c'è una facile spiegazione: i cibi di alta qualità, fatti in casa come Iddio comanda, per quanto possano essere calorici ed eccessivi non avranno mai quel surplus di grasso industriale che si trova, appunto, nei cibi industriali. Che non sono necessariamente malvagi, anzi spesso sono più che decorosi, ma dopo un certo quantitativo ti ricordano inesorabilmente le loro umili origini.
FINE DELLA PREMESSA, ADESSO SI PARLA DEL LIBRO
Ho letto questo libro in pochi giorni, con una rapidità per me inconsueta, dovuta alla perfetta scorrevolezza della scrittura. Si va avanti che è un piacere, cinquanta pagine durante la pausa pranzo, un centinaio prima di dormire, sempre con il gusto di scoprire che cosa succederà, e si arriva alla fine in un attimo. Che bella lettura!
Però, dopo l'abbuffata, arriva la sensazione fastidiosa.
Sì, è una bella storia, anzi, le belle storie sono due o tre, intrecciate intorno al protagonista narratore: ma, arrivata la fine, spuntano le domandine impertinenti che - come la patina di grasso del gelato industriale - erano rimaste nascoste fino a quel momento: ma può mai nascere un legame così profondo fra due persone che non solo non si sono mai viste, non solo sono divise da una quarantina di anni di età, ma si sono solo sentite al telefono una decina di volte? E la storia con l'amante che se n'è andato ma non poi del tutto ma forse ci amiamo ancora ma devi lasciarmi i miei spazi ma ti sarò sempre legato ma devo vedermi con altri, ce la dovevamo proprio sorbire? Non è stata già scritta qualche centinaio di volte, suscitando giustificatissimo fastidio?
E il rapporto con il vecchio padre? Egoista e geniale, malato e vitale, forte e debole, anaffettivo e affettuoso? Per l'amor del cielo!
Sono stata cattiva: il libro è migliore di come l'ho descritto, se non altro perché è scritto bene. Però la colloocazione del narratore ben al di sopra delle righe di una emotività adulta, la sua perenne prossimità alle lacrime, la sua incapacità di prendere le distanze (è l'amante fuggiasco, molto più lucido di lui, a suggerirgli che qualche cosa non torna) lo rendono stucchevole in più di una pagina. Avrei preferito qualche lacrima in meno e un po' di spazio in più all'aspetto misterioso della vicenda. Ma si sa, io sono un cuore di pietra.