Scritto quasi ottant’anni fa, Lettera al mio giudice merita ancora di essere letto per la sua straordinaria e lucida attualità e per il sottile, insidioso e anche perfido gioco che Simenon intesse per il lettore.
Il protagonista narratore è il medico quarantenne Charles Alavoine sul quale pende l’accusa di omicidio e che dal carcere scrive al giudice istruttore una lunga lettera-romanzo, ”Signor giudice, vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei. Durante le settimane dell’istruttoria abbiamo passato lunghe ore insieme: ma allora era troppo presto. Lei era un giudice, il mio giudice, e io avrei fatto la figura di chi cerca di scolparsi. Adesso sa che non si tratta di questo, vero?”
Charles Alavoine è di estrazione contadina ed è entrato tardivamente, con la professione, nel mondo borghese a cui appartiene il giudice, ”a quel che mi è sembrato di capire, lei ha su di me un vantaggio di almeno una generazione: suo padre era già magistrato mentre il mio lavorava ancora la terra.”
E a quel mondo borghese fatto di convenzioni, consuetudini, vizi, il medico non appartiene fino in fondo, soprattutto dopo aver conosciuto e amato a modo suo la giovane Martine. Martine rappresenterà il riscatto del medico, vedovo con due figlie, risposato, guidato per molto tempo dalla madre, ma anche la sua caduta.
Il gioco di Simenon, se così lo si può chiamare, prende forma sin dalle prime pagine, quando Charles Alavoine inizia la lettera al giudice mettendolo al suo livello, cercandone una complicità comprensiva e nel far questo ammicca anche alle possibili debolezze del magistrato, ”Mi scusi se gliene parlo. Sono cose che non mi riguardano. Ma lei non ha indagato sui dettagli più intimi della mia vita? E vuole che io non abbia avuto la tentazione di fare lo stesso? Cinque o sei volte, quasi sempre alla stessa ora, verso la fine dell’interrogatorio, lei ha ricevuto delle telefonate che la turbavano, la mettevano a disagio. Rispondeva a monosillabi, per quanto possibile. Consultava l’orologio, assumendo un’espressione distaccata.
«No... Fra un’ora, non prima... è impossibile... Sì… No... Non adesso...».
Una volta si è lasciato sfuggire, inavvertitamente: «No, tesoro...». Ed è arrossito, signor giudice. Ha guardato me, come se fossi stato l’unico che contava. Con gli altri due, o meglio con l’avvocato Gabriel, si è scusato superficialmente.«Perdoni l’interruzione, avvocato... Dov’eravamo rimasti?».
Tante cose le ho capite, e lei sa che le ho capite! Perché io, vede, ho comunque un immenso vantaggio su di lei: ho ucciso.”
La lucidità di Charles ci fa solidarizzare con lui, all’inizio, ma con l’avanzare della storia prevale lo sconcerto, prima, e la ripulsa, dopo, ma ormai il gioco è fatto: non traggano in inganno l’amante remissiva, la moglie austera e calcolatrice, la madre avvolgente, Charles non è una vittima.
A poco, a poco emerge il lato oscuro di Charles, il lato violento e incontenibile: Charles picchia Martine per ….. amore, ”Credevo che non sarebbe più successo, che in me la bestia non si sarebbe svegliata mai più. L’amavo, signor giudice: è una parola che vorrei gridarle a squarciagola.”, e dopo le chiede perdono, ma per …. amore, la uccide per preservare un’idea di purezza. Charles è in balia dei suoi fantasmi che più volte spera di poter ricacciare indietro, ”presto, prestissimo sarebbe venuto il giorno in cui non avremmo più dovuto farci tante domande e in cui i fantasmi si sarebbero dileguati.”
Più volte Charles ribadisce di non essere pazzo, fino alla fine ”Non sono pazzo. Sono soltanto un uomo, un uomo come gli altri, ma un uomo che ha amato e sa che cos’è l’amore.”, con l’ultimo tentativo di tirarci dentro e a leggere ottant’anni dopo sulla pagina della cronaca ”La picchiava senza pietà per «educarla», diceva lui. Per «darle una lezione» su come si dovesse comportare.” per noi valgono le parole di De Andrè: ”anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.