Spoon River è un luogo immaginario, perso nell’America del Nord.
Dal suo cimitero adagiato sulla collina, gli abitanti ormai sepolti sotto una lapide tratteggiano in poche righe le loro esistenze, là lungo le sponde del fiume, poche parole dense e ficcanti che delineano con esattezza le parentele, i sogni, le aspirazioni, le attività, i successi o gli insuccessi professionali, la passione politica, le colpe, i delitti, la malattia, gli amori e i tradimenti, tutti quegli eventi che danno forma ad una esistenza.
Dopo aver letto ogni singolo frammento pare proprio di possedere e conoscere l’intero percorso delle loro vite.
Sono morti, spogliati dal corpo che parlano come voci che provengono da un altro luogo.
Guardano retroattivamente le loro esistenze, ora la morte li ha resi onniscienti, una onniscienza che in vita è prerogativa soltanto di Dio o di un mago o di un bugiardo, in maniera lucida e con un impietoso senso etico si ergono a giudici accorti di colpe o meriti altrui e personali, operando post mortem quella quadratura di conti che ci è negata in vita, noi troppo occupati a cercare di vivere ma con gli occhi e il cuore sempre offuscati.
Stupefacente constatare che su circa 373 epitaffi, solo una decina, e a voler largheggiare, inneggiano ad una vita soddisfatta e piena e che si desidererebbe vivere una seconda volta, i restanti epitaffi sono frammenti di vite dolenti, tormentate, malriuscite, andate come non doveva andare (è dunque così difficile vivere?)
Queste epigrafi tombali a ben vedere non sono capolavori della letteratura, leggo che sono poesie anche per lettori non specialisti e credo sia vero perché si offrono pressoché senza metrica e di facile approccio (pur celando alcuni riferimenti di cronaca del tempo che a conoscerli illuminano il percorso di lettura), sono brevi ritratti a metà strada tra poesia e prosa, versi che ad ogni istante stanno lì per lì per diventare prosa ma rimangono indecisi sulla forma da assumere se trasformarsi in mini-racconti o rimanere epitaffi di sepoltura.
Leggo pure che Edgard Lee Master è stato un autore abbastanza prolifico, rimasto famoso quasi esclusivamente per questa sua antologia che ebbe una larghissima diffusione fuori dai confini degli Stati Uniti, in Italia scoperto da Pavese, tradotto per noi da Fernanda Pivano ed entusiasticamente sponsorizzato da Montale, ai quali dobbiamo un doveroso ringraziamento.
Quella che segue è una limitata scelta degli epitaffi che ho prediletto e che soprattutto mi paiono emblematici di tutta la raccolta:
Johnnie Sayre
Papà, non saprai mai
l'angoscia che mi strinse il cuore
per la mia disobbedienza, quando sentii
la ruota spietata della locomotiva
affondarmi nella carne urlante della gamba.
Mentre mi portavano dalla vedova Morris
vidi ancora nella valle la scuola
che marinavo per saltare di nascosto sui treni.
Pregai di vivere fino a chiederti perdono-
e poi le tue lacrime, le tue rotte parole di conforto!
Dalla consolazione di quell'ora ho ricavato una felicità infinita.
Sei stato saggio a incidere per me:
«Strappato al male a venire».
ALBERT SCHIRDING
Jonas Keene si riteneva sfortunato
perché i suoi figli erano tutti falliti.
Ma io conosco una sorte peggiore:
essere un fallito quando i tuoi figli hanno successo.
Allevai una nidiata di aquile
che finirono per volare via, lasciandomi
come una cornacchia sul ramo abbandonato.
Poi, per l'ambizione di farmi chiamare onorevole,
e per conquistarmi così l'ammirazione dei figli,
mi candidai sovrintendente alle scuole della contea,
spendendo i miei risparmi per farcela-e fui sconfitto.
Quell'autunno mia figlia ricevette a Parigi il primo premio
per un quadro intitolato Il vecchio mulino-
(il vecchio mulino ad acqua prima che Henry Wilkin
ci mettesse il vapore).
L'idea che non ero degno di lei mi uccise.
FRANKLIN JONES
Se avessi vissuto ancora un anno
avrei potuto finire la mia macchina volante,
e sarei diventato ricco e famoso.
Per questo motivo ha agito bene l'artigiano
che ha tentato di scolpire una colomba per me
e l'ha fatta che assomiglia a una gallina.
Che cos'è mai la vita
se non uscire da un guscio d'uovo
e correre intorno all'aia,
fino al giorno del colpo d'accetta?
Salvo che l'uomo
ha il cervello di un angelo
e vede la scure fin dal primo momento!
IL GIUDICE SOMERS
Come mai, ditemi,
io, il più dotto degli avvocati,
che conoscevo Blackstone e Coke
quasi a memoria, che feci la più bella arringa
mai sentita in tribunale, e scrissi
una difesa che, meritò l'elogio del giudice Breese-
come mai, ditemi,
mi trovo qui senza un segno dimenticato,
mentre Chase Henry, l'ubriacone del villaggio,
ha un blocco di marmo, sormontato da un'urna,
su cui la Natura, in vena d'ironia
ha seminato un'erbaccia in fiore?
KNOWL HOHEIMER
Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge.
Quando sentii la pallottola entrarmi nei cuore
mi augurai di esser rimasto a casa e finito in prigione
per quel furto dei porci di Curl Trenary,
invece di fuggire e arruolarmi.
Mille volte meglio il penitenziario
che avere addosso questa statua di marmo alata,
e il piedistallo di granito
con le parole "Pro Patria".
Tanto, che vogliono dire?