A Caserta le cose cambiano, si evolvono. E così, il contrabbando di sigarette cede il passo alla vendita della cocaina e la camorra organizza un sistema in franchising per potenziare lo smercio della droga. A Caserta ci sono degli architetti che si lagnano perché in tanti vogliono ristrutturare il proprio locale alla maniera neoborbonica. A Caserta ci sono quelli ottimisti che da un giorno all'altro si sono trovati sommersi dai rifiuti e si sono avviliti e ci sono quei casertani che, pessimisti cronici, stanchi di tutto questo andazzo, hanno deciso di prendere un treno per il Nord e non tornare mai più e una volta lontani si sono resi conto che alcune tipologie di rifiuti che impestavano Caserta partivano proprio da quelle città del Nord, in apparenza linde, ottimiste, pulite. E che in tanti, durante il fine settimana, dal Nord scendevano giù a Caserta per comprare droga a basso prezzo, arricchendo cosi i clan, gli stessi che magari investivano i proventi nel settore rifiuti. E allora quei casertani emigrati si sono resi conto con stupore che Caserta è ovunque e complessa è la sua antropologia.
Antonio Pascale, nato a Napoli nel 1966 ma cresciuto a Caserta, ha pubblicato La città distratta (l’Ancora del mediterraneo 1999, Einaudi 2001), un affresco della vita nella città di Caserta, con cui ha vinto l'edizione 2000 del premio Sandro Onofri; La manutenzione degli affetti (Einaudi 2003), con cui ha vinto molti premi letterari e Passa la bellezza (Einaudi 2005). Ha curato l'edizione 2005 dell'antologia Best Off, un'antologia dei migliori testi pubblicati su riviste letterarie italiane (minimum fax 2005). Il racconto "Io sarò stato" fa parte dell'antologia La qualità dell'aria (minimum fax 2004). Sempre per Einaudi ha pubblicato i romanzi Scienza e sentimento (2008), Questo terribile intricato mondo (2008), Tre terzi (2009), Lavoro da morire (2009). Per la collana Contromano Laterza sono usciti Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro (2006) e Qui dobbiamo fare qualcosa, sì ma cosa? (2009). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax il saggio Questo è il paese che non amo. Trent'anni nell’Italia senza stile.
Gli stereotipi sono presentati in quanto tali e smantellati solo quando è giusto, non per il semplice gusto di farlo. È toccante e dà numerosi spunti di riflessione nonostante il tono distaccato
Il testo è di difficile definizione e in ciò racchiude tutto il suo interesse, eppure si può fornire un'iniziale - seppure parziale - definizione di quanto si potrà leggere in questo libro: è una descrizione della città di Caserta.
Il testo è diviso in vari capitoli, mai troppo lunghi, in cui l'occhio dell'autore si concentra su di un aspetto della città: la rappresentazione di un luogo diventa l'occasione per narrare alcune piccole porzioni di vita, atte a rappresentare lo spirito casertano. Pascale, così facendo, crea un libro fatto di epifanie, in cui immagini, racconti, oggetti, luoghi mutano in simboli della vita provinciale italiana.
Il senso che attraversa l'intero scritto è quello dell'inedia, dell'indifferenza: il tempo scorre senza che gli abitanti di Caserta possano mai essere davvero protagonisti della propria città, ma sono tutti costretti a far passare il tempo in mille discorsi, in azioni ripetitive, nel traffico, in gesti superficiali. C'è un'ostinazione alla superficie che cela una profonda pigrizia: ci si chiude in una filosofia spicciola e nichilistica dove ogni azione è inutile, come se tutto fosse già segnato da un Destino al di là di noi. Eppure ogni casertano sa quali possano essere le possibili cause dei problemi, eppure nessun casertano fa qualcosa per migliorare le cose.
Ma Caserta diventa simbolo dell'intera Italia, ormai piegata in se stessa, incapace ad agire e tristemente rassegnata al proprio degrado, sia urbano che morale. La violenza della camorra che si intravede tra i comportamenti di Caserta non è che l'ennesimo simbolo dell'inedia nostrana: la camorra fa la voce grossa perché noi già da tempo abbiamo abbassato la testa, addirittura considerandola una risorsa perché ci rifornisce di tutti quei vizi illegali che movimentano le feste borghesi.
Il testo è scritto magistralmente e solo un'ottima penna poteva sostenere un'operazione del genere: la scrittura prende molte espressioni dall'oralità, per imitare una conoscenza diffusa, e quindi non frutto di indagini sociologiche. Allo stesso tempo, l'oralità permette l'uso di un linguaggio più figurato, quasi poetico, che cattura il lettore per la sua bellezza. Per quanto esiguo, il testo richiede al lettore una certa lentezza: infatti, ogni immagine va decodificata, capita, assorbita anche nella sua bellezza ritmica e sonora.
Il testo, come viene segnalato in una nota finale, è la riscrittura di un testo già apparso nel 1999. Pascale, trattando il suo testo come se fosse una città, crea degli incisi che vanno ad ampliare alcuni passaggi, ma non sempre questi incisi si amalgamano perfettamente con il testo: sono delle divagazione, delle storture, come può capitare di incontrarle in una metropoli, mentre si va a zonzo. Per quanto interessanti, forse queste aggiunte possono risultare un po' pesanti a un lettore che vada alla ricerca di un maggiore movimento narrativo.
E' un grande esperimento di scrittura, ma forse proprio per questo sarà di difficile lettura ad un lettore che vada alla ricerca di una storia, di un intreccio, di personaggi e azioni. Qui si mostra lo spirito della Provincia Italiana, forse in maniera più efficace di tanti saggi.
Ho molto apprezzato come il libro parla sì di criminalità e della cultura criminale che inevitabilmente aleggia in città come Caserta, ma trova anche spazio e tempo per parlare della vita quotidiana, nella sua banalità rassomigliante alla vita quotidiana di tante cittadine e paesini del meridione.