Nascosto in un'ambulanza da tre giorni, Giusva tiene l'indice sul grilletto di un fucile da cecchino. Molti sono i conti da saldare. L'uomo da uccidere è Andrea Bellini, biondo, capelli lunghi, un metro e novanta, trench lungo fino ai piedi e gli immancabili Ray-Ban. Da anni è a capo del più temuto servizio d'ordine del movimento a Milano, una banda di quartiere che ha scelto la strada della politicizzazione e della militanza, con l'idea di non essere "servi di nessuno" e le immagini del Mucchio selvaggio di Peckinpah nella testa... Romanzo di dura e metallica epica quotidiana, "La banda Bellini" restituisce il sapore e la disillusione degli anni poco dopo il '68, quando "quelli del Casoretto" pensarono di opporsi agli eserciti che dominavano la città. Racconto orale onesto e spietato che diventa grande letteratura, storia nella storia che si fa narrazione collettiva, squarcio su una memoria irrisolta e inquieta
Milano fine anni '60, inizia, sull'onda dello sconquasso che percorre tutto il mondo giovanile occidentale, la corsa sfrenata verso l'implosione edoniostico-consumistica degli anni '80. Le manifestazioni, gli scontri di piazza con gli "sbirri", gli espropri proletari, le occupazioni, i primi morti in piazza, le droghe che si affacciano sulla scena. Una considerazione pessimistica? Non corretta? Puo' darsi, ma quello che fu essenzialmente un moto di ribellione borghese, di studenti (borghesi), intellettuali (borghesi), universitari (borghesi), con qualche sparuto addentellato tra le frange proletarie (piu' come copertura paternalistico-volontaristica), porto' si a un'evoluzione dei costumi sociali, ma quando la posta in gioco fu davvero elevata, l'ordine dei padri (borghesi), venne ristabilito e blindato. In questo contesto la "banda del Casoretto" di Milano, giovani di periferia (verrebbe da dire periferici), pittorescamente politicizzati, ben rappresentano questa spinta vitalistica, travolgente quanto improduttiva, capace di stravolgere le vite di molti (anche in peggio), ma incapace di modificare i veri rapporti di forza. Piu' dal punto di vista letterario, la scrittura e' ricca e originale, senza quasi mai cedimenti e lungaggini, senza dubbio una piacevole lettura.
Bello. Per me non c'è molto altro da dire. Un vivido spaccato del panorama antagonista tra il 68 e il 77 tra utopie esaltanti e brutale violenza. La prosa di Philopat è veloce, entusiasmante e molto pop e riesce a restituirci perfettamente l'atmosfera del periodo senza retorica e senza ipocrisia. Se non fosse che i network italiani cercano in ogni modo di esorcizzare gli ideali di quegli anni, questo romanzo sarebbe materiale per una perfetta serie televisiva. Ma purtroppo, per il senso comune è meno problematico creare storie su mafie e bande criminali piuttosto che raccontare di un periodo come quello della grande contestazione.
Ένα ανεκτίμητο κείμενο - μαρτυρία για την ιστορία (ή μάλλον την προϊστορία) της ιταλικής αυτονομίας των 70s. O Philopat (σημαντική φιγούρα της μιλανέζικης underground σκηνής) αναλαμβάνει να μεταγράψει σε ενα κείμενο - χείμαρρο (χωρίς στίξη!) τις αναμνήσεις του Andrea Bellini, μιας αμφιλεγόμενης μορφής του κινήματος. Ο Bellini και η παρέα του από τις φτωχογειτονιες του Μιλάνο, χωρίς να προδώσει ποτέ τις προλεταριακές ρίζες του, βίωσε την μετάλλαξη του ιταλικού ριζοσπαστισμού στην διάρκεια των "μολυβένιων χρόνων" από τη σκοπιά όχι των διαβασμένων φοιτητών αλλά των λυσσασμένων "περιθωριακών νεολαίων" που διασταύρωσαν την αυτόνομη πορεία τους με διάφορα γκρουπούσκουλα της περιόδου. Αρκετά επαναλαμβανόμενο, τραχύ και με έναν αυθόρμητο, λαϊκό σεξισμό, θα κουράσει ή και θα εκνευρίσει τους αναγνώστες που αδιαφορούν για τα βίαια ιταλικά 70s, αλλά θα ανταμείψει όσους με τον έναν ή τον άλλο τρόπο ιχνηλατούν αυτήν την τραχειά δεκαετία της κοινωνικής σύγκρουσης. Χωρίς να δίνει απαντήσεις αλλά και χωρίς δάκρυα, ηττοπάθεια και μεμψιμοιρία, το κείμενο καταθέτει μια γνήσια και ντόμπρα εκδοχή των γεγονότων από τη σκοπιά όσων πέρασαν περισσότερο χρόνο στο πεζοδρόμιο παρά πάνω από τα βιβλία. Μπόλικη αδρεναλίνη και έξυπνη επιλογή επίμετρων για την δεύτερη έκδοση της ελληνικής μετάφρασης.
L'autore presenta il flusso di coscienza di Andrea Bellini, personaggio reale, protagonista della Milano anni Settanta. P. ne raccoglie la testimonianza orale e produce un testo che si immedesima in tale figura, arrivando a scrivere in prima persona come se egli fosse lo stesso Bellini.
Il testo è scritto in maniera particolare: è suddiviso in capitoli a loro volta suddivisi in paragrafi che, generalmente, ruotano intorno a un singolo evento. Questa suddivisione scandisce il tempo e fa da cronologia. Le frasi (principali, subordinate, incisi) sono distanziate da un trattino, quasi a mimare una pausa di respiro e non logico-sintattica. Il ritmo è incalzante, anche per via dell'uso del presente che fa immergere il lettore nella coscienza stessa di bellini.
Ma più che soffermarsi sui pensieri, questo testo si concentra sulla percezione: gli anni Settanta vengono eroticizzati, resi estremamente fisici: si parla di scontri fisici, desideri sessuali e affettivi, rapporti tra amici, estetica della forza collettiva. E' il racconto della nascita e della caduta di un servizio d'ordine, braccio armato dei collettivi col compito di proteggere le manifestazioni dalla violenza della polizia, oltre che di malmenare le forze fasciste presenti a Milano. Il Casoretto è il servizio d'ordine fondato da Bellini e compagni, che dalla sua travolgente figura prenderà anche il nome di "banda Bellini". Non è un'immersione nell'ideologia, bensì nell'estetica di quegli anni: una forza vitale e tumultuosa che cerca di esprimersi e realizzarsi attraverso l'uso della violenza, come forma di azione contro la ben peggiore violenza fascista. E' un modo non ipocrita di convivere col neofascismo, continuando la grande tradizione della Resistenza.
Il tutto ci viene narrato in presa diretta, nella fisicità degli scontri e nelle descrizioni delle divise dei vari gruppi, delle armi, dei metodi di combattimento. Bellini mette in scena la propria idea politica, senza troppi tentennamenti teorici e tale testo restituisce la bellezza di quella forma/azione, rendendola arte.
La violenza del Casoretto è studiata, razionale, che si fonda sulla strategia: il coraggio è necessario, ma non si cede mai al caos. E' un servizio d'ordine, appunto, e non si cede all'istinto animalesco: si colpisce senza il desiderio di distruggere. Ciononostante, Bellini non nasconde un certo narcisismo insito in un modo di vivere del genere: c'è una forza maschia che attrae, tant'è che la naturale conseguenza delle azioni sembra essere l'aumento del proprio prestigio nel mondo femminile. Erotica della violenza, affermazione del maschio che seduce la donna, nonostante quest'ultima sia impegnata nelle sue lotte di emancipazione.
Eppure, la parabola ascendente del Bellini è destinata ad arenarsi nel fatidico 1977: la lezione del '68 viene tradita e il discorso diventa edonista, focalizzandosi sul godimento. Le droghe e la violenza per la violenza contribuiscono a creare una nuova generazione sbandata, senza un fine, che non riesce altro che a creare situazioni di caos in cui tutto assume i connotati di un gioco pericoloso. La lotta sociale diventa una sorta di gioco avventuroso per dei ragazzi che si preparano ai gioiosi e vacui anni Ottanta.
Purtroppo, a tratti, il testo risulta ripetitivo: i continui scontri tra i vari collettivi, le eterne divisioni della sinistra, le varie donne del Bellini. Questo restituisce un po' del senso circolare di quegli anni, di un affannarsi che non sempre sembra arrivare a qualcosa, ma dal punto di vista narrativo può risultare pesante.
Aaaah, che boccata d'aria fresca questo racconto! Epica quotidiana dei servizi d'ordine (in questo caso, quello del Casoretto a Milano) degli anni Settanta. Le immagini che evoca sono potenti ed esaltanti, impagabile quella delle cinquanta persone della Banda Bellini schierate a difesa di un corteo, che si annunciano canticchiando il motivetto di Morricone "Scion Scion". Ma anche la descrizione dei "cucchini" (furti di Ray-Ban e altro dopo una robusta scazzottata) ai danni dei fascisti non è male. Il libro è interessante anche perchè, di fatto, nega l'equiparazione che viene spesso fatta tra i movimenti degli anni Settanta e la lotta armata, mostrando che anche le manifestazioni "violente" (le virgolette sono d'obbligo: ho imparato che la demarcazione tra "violenti" e "non-violenti" in piazza è molto meno netta di quanto si creda) di quei movimenti non avevano come esito nè necessario nè probabile la lotta armata, ma erano spesso dettate da esigenze difensive e/o egemoniche (che a volte voleva dire la stessa cosa, visto che toccava difendersi da altri servizi d'ordine). Il linguaggio "parlato" utilizzato da Philopat (quasi nessun segno di interpunzione classico) rende il racconto simile alla sbobinatura di una registrazione ma, dopo qualche affanno iniziale, ci si abitua e fila che è un piacere. Anzi, non poteva essere scritto in nessun altro modo.
Siamo nel periodo caldo degli anni di piombo, tra la fine degli anni '60 e quasi tutti i '70, periodo di forti tensioni, delle stragi, delle contestazioni studentesche del '68, della strategia della tensione, degli scontri tra i Rossi ed i Neri ecc... Periodo interessante e con questo libro volevo iniziare una serie di letture proprio su questo periodo storico travagliato, ma questo romanzo non mi ha soddisfatto/entusiasmato granchè. Di avvenimenti storici se ne parla troppo poco o solo accennati, per il resto è un minestrone acido di scontri di piazza, bastoni, chiavi inglesi, alcool a fiumi, sigarette ecc... La stile narrativo è particolare, almeno all'inizio mi era piaciuto, ma poi pian piano mi ha stufato. La scrittura è, come quello (della compagnia di amici) che parla parla parla e racconta di tutto e di più (palle o non palle, non si sa), in puro slang milanese.
Un racconto dall’interno di uno spaccato della storia italiana ancora ad oggi attualissimo: il ‘68 e i movimenti studenteschi. Un punto di vista molto interessante in grado di far immergere totalmente il lettore nella storia. Belle le descrizioni, gli scontri di piazza, le assemblee, i fervori giovanili dell’epoca.
Da leggere. E non solo per gli appassionati. Io, personalmente, ci ho riflettuto molto e ho imparato altrettanto.
Ps: Bello leggere di un periodo in cui le idee nascevano da dentro, dal dibattito e dal confronto comune. E non dalle storie dei social network.
Ricevuto in regalo da un ex filarino promosso a ragazzo prediletto, sulle prime mi lascia perplessa: pensavo che la banda Bellini fosse tipo quella della Magliana e di malavitosi inutilmente violenti non ne sentivo affatto il bisogno. Scopro invece una storia di cui non sapevo niente dentro la Storia controculturale e politica degli anni settanta, che mi riaccende un vivace interesse per la militanza, i cortei, gli scontri di piazza. Aspettavo da tempo di leggere Philopat, il cui stile mi ricorda Enrico Brizzi in Bastogne: pulp, nervoso, esasperato da brevi periodi conclusi e ripresi da interlinee continue, e tuttavia efficace nel restituire i pensieri del protagonista (il materiale è romanzato, ma i contenuti sono frutto dei racconti orali di Andrea Bellini), il clima concitato e urgente di quegli anni di lotte senza tregua, della liberazione sessuale, dei legami fortissimi con i compagni del movimento. La storia che racconta le vicende del leggendario servizio d'ordine del Casoretto si interseca con quella del decennio più violento e politicamente cruento della storia recente: gli attentati, gli scontri con polizia e fascisti, i manifestanti uccisi, i collettivi e i movimenti militanti, una generazione che non si riconosce più nel partito, nella fabbrica e nelle lotte operaie. E sceglie un'altra strada. Le donne, non c'è da sorprendersi, non ne escono bene: amanti di una notte e semplici passatempi per vanterie o rompipalle borghesi e pedanti, più raramente compagne di lotta e nella vita; in ogni caso, impossibili da comprendere. Per Bellini è difficile comprendere il fermento femminista intorno all'autocoscienza, al separatismo e alle rivendicazioni sociali, ma è anche questo, dopotutto, l'aspetto interessante: assumere il punto di vista di un antifascista che non riesce a capire in quale misura le battaglie delle donne stessere cambiando il mondo e quale potenziale avrebbe potuto liberare la condivisione di un percorso. Non a caso, le femministe che incontra lo accusano di brandire bastoni e chiavi inglesi per l'incapacità tutta maschile di capire la forza del dialogo e delle relazioni come strumento di lotta. Spassoso, feroce, una storia corale e singolare al tempo stesso, narrata da una voce autenticamente punk, lontana dalla retorica e dalle melliflue menzogne delle veline ufficiali. Un piccolo tesoro che non avrei mai scoperto.
la prima cosa che ti rimane dentro è l'adrenalina: tutte le pagine ne sono imbevute, e ci si ritrova a leggerle con la stessa urgenza con cui questa storia è stata vissuta, tanto che ti sembra quasi di viverle quelle pagine. poi però resta un retrogusto amaro, via via che il romanzo (romanzo? biografia? come sempre nel caso di philopat le due cose sfumano l'una nell'altra, ed è questo forse che lo rende così speciale, diverso dal resto degli scrittori italiani) finisce, che non passa neanche quando il libro viene chiuso.
L'inizio non convince molto ma quando il racconto prende il volo non puoi più smettere. Ho conosciuto il mitico Bellini "dopo": erano i primi '80 io non avevo ancora 18 anni e l'energia dirompente di Andrea poteva incantare o renderlo letteralmente impossibile da reggere nelle serate a casa di una carissima comune amica: il testo gli rende assolutamente merito, sembra di averlo accanto a raccontare le sue epiche avventure. Un grande affabulatore che ama profondamente la vita. Splendido il passaggio dell'innamoramento con "la Livia".
Una volta che superi lo scoglio della forma in cui è scritto (al cui confronto Ellroy è un verboso abusatore di subordinate) ti trovi immerso in un ritmo ipnotico che scandisce, secco come il picchiare dei sanpietrini sui caschi della celere, un pezzo di storia dell'Autonomia milanese degli anni Settanta.