Italia del Sud, fine anni Cinquanta. Una grande azienda settentrionale ha deciso di impiantare una nuova fabbrica nel cuore del Mezzogiorno. Ora deve selezionare il personale adatto, e per questo ha incaricato uno psicologo che sottoponga i candidati a una "valutazione psicotecnica". Nel suo diario, lo psicologo registra l'esito del suo lavoro, che si fa via via più coinvolto e commosso, fino a trasformarsi in una vera e propria partecipazione al dramma dei disperati che si aggrappano al miraggio del posto di lavoro per liberare se stessi e le loro famiglie dalla miseria. E lui che, invece, per dovere professionale, deve decidere il destino di ognuno di loro
Ottiero Lucioli Ottieri della Ciaja, noto comunemente come Ottiero Ottieri, è stato uno scrittore, sociologo e traduttore italiano. Nato a Roma nel 1924, ha cominciato a scrivere a quattordici anni, sulla terrazza di un alberghetto a Villabassa, descrivendo le Dolomiti. Per un certo periodo si dedicò alla letteratura greca traducendo (e pubblicando giovanissimo presso l’editore Capriotti), l’Agamennone di Eschilo, preceduto di un saggio introduttivo. Dopo la laurea ha seguito un corso di perfezionamento in letteratura inglese. Nel 1948 si trasferì a Milano. Fa l’analisi con Cesare Musatti, frequenta la sede del PSI e collabora all’“Avanti”, psicoanalisi e politica sono gli strumenti per entrare nella vita. Viene assunto dalla casa editrice Mondadori. Fra le opere principali: Memorie dell'incoscienza, 1954; Tempi stretti, 1957; Donnarumma all'assalto, 1959; L'impagliatore di sedie, 1964; I divini mondani, 1968; Il campo di concentrazione, 1972; Di chi è la colpa, 1979; Il divertimento, 1984; Improvvisa la vita, 1987; Una tragedia milanese, 1998.
Ottiero Ottieri non fu l’unico intellettuale del suo tempo a interessarsi di fabbrica e operai, come Olivetti non fu l’unico industriale ad assumere intellettuali (ma certo fu il più illuminato, e l’unico del suo tempo a cercare una via diversa): Ottieri fu però, probabilmente, quello che alla fabbrica dedicò più tempo, sporcandosi le mani, per così dire, andando a lavorare alla Olivetti di Pozzuoli, piantando quindi giornali e case editrici. E tra tutti gli scrittori dell’epoca è forse quello più desideroso di raccontare il rapporto fra l’uomo e l’industria, rapporto non solo individuale, rapporto psicologico collettivo.
Pubblicità firmata Nivola-Pintori-Sinisgalli
Come raggiungere la classe operaia per vie diverse dal partito? La fabbrica è un mondo chiuso nel quale non si entra e non si esce facilmente: è possibile aprire questo mondo al mondo? Difficile che a scriverne siano gli operai o gli impiegati, diventando artisti – e difficile capirne qualcosa per gli artisti che ne vivono fuori.
La fabbrica al centro di questo libro è la nuova Olivetti di Pozzuoli (inaugurata il 23 aprile 1955): edifici modernissimi e razionali a un passo dal mare e sotto il cielo azzurro del golfo di Napoli, una zona economicamente sottosviluppata nella sua prima fase di trasformazione moderna, con nuove possibilità occupazionali, l’avvio di un tentativo di trasformazione epocale. Il giovane protagonista è addetto alle assunzioni, e si trova davanti un compito complesso: selezionare quarantamila domande per poche centinaia di posti. Più che vagliare le capacità e le competenze di un gruppo di operai, si trova a dover sottoporre a esame psicotecnico un popolo intero. Popolo che è sia classe operaia che società del Mezzogiorno italiano. Davanti al giovane selezionatore settentrionale si presenta la massa di chi aspira a essere assunto, ciascuno con problemi personali, ciascuno con condizioni particolari di vita, situazioni che non rientrano nei parametri di chi ha preparato i test attitudinali in base a schemi psicologici rigidamente prefissati, gli esperti di relazioni umane studiate in un 'altrove' che non assomiglia per niente a questo 'dove' che è il Mezzogiorno d’Italia negli anni Cinquanta.
E poi, a metà del libro entra in scena Antonio Donnarumma, il classico disoccupato appartenente al sottoproletariato meridionale, che si rifiuta di seguire come tutti gli altri la trafila del colloquio di lavoro con il selezionatore, non presenta domanda scritta, pretende il lavoro, se lo aspetta per diritto, perché lui ha bisogno di faticare punto e basta.
La fabbrica, la grande fabbrica nuova fiammante, si presenta come il benessere a portata di mano, il benessere sicuro, per chi non è ancora pronto a cogliere la necessità di una trasformazione profonda dello stesso modo di pensare e agire. La gente del sud non sembra pronta alle esigenze del suo nuovo sviluppo industriale, e il giovane selezionatore si trova di fronte a un dramma che la sua comprensione e la sua pietas non riesce a risolvere. Dramma per certi versi doppio, perché a quello che altrove è ormai venuto ampiamente a galla, il rapporto uomo-fabbrica, alienazione-tirannia del lavoro industriale, si somma quello dell’arretratezza epocale del sud italiano. L’utopia di Adriano Olivetti non si realizzò al nord del nostro paese, men che meno nel sud raccontato da Ottieri.
Ottiero Ottieri in fabbrica. All’assalto?
C’è chi definisce ‘Donnarumma’ romanzo-reportage perché l’intento sociologico di Ottieri è forte e si traduce in brani di scrittura quasi saggistica. Ma, secondo me, l’escamotage del diario tenuto dal giovane selezionatore funziona bene, mischiando con intelligenza più materiali (lettere, brani di giornali...) e rende queste pagine romanzo puro.
Ho trovato particolarmente affascinante e penetrante lo sguardo di Ottieri sul Meridione, ancora più che sulla fabbrica, la sua vita, i suoi effetti e le sue dinamiche. Forse perché la mia esperienza di vita mi ha portato più a contatto col Sud che con la Fabbrica.
Leggere questo libro è stato come rivedere quei bei film in bianco e nero dei primi anni Sessanta, o della fine degli anni Cinquanta: dove il nero era nero e il bianco bianco, ma non mancava tutta la gamma dei grigi - film lucidi e tesi, chiari e sfumati, avvincenti e emozionanti, scolpiti nel nitrato d'argento. Per esempio, ho pensato molto a "Mani sulla città" e a "Twelve Angry Men - La parola ai giurati".
Forse perché quei magnifici film, con il loro splendido 'colore', sembrano riportare a un'epoca passata, e quindi, magari, anche a temi del passato: eppure, rimangono estremamente attuali, sembrano non invecchiare mai, ci accompagnano per tutta la vita. Una bellissima sensazione.
”La classe operaia va in paradiso”, regia di Elio Petri, 1971. L’anno dopo è stato premiato con il Grand Prix al Festival di Cannes. Nel manifesto Salvo Randone e il protagonista, l’immenso Gian Maria Volonté.
”Non sono direttore. Sono un impiegato addetto all’ufficio del personale del nuovo stabilimento meccanico costruito a Santa Maria da una grande Società del Nord. I miei compiti riguarderanno specialmente le assunzioni di operai: esse vengono fatte con l’ausilio della psicotecnica, la scienza dei test, e non l’intervista di selezione.” Si presenta così Ottiero Ottieri nelle prime pagine di Donnarumma all’assalto, assunto all’Olivetti di Ivrea nel 1953 e inviato al nuovo stabilimento di Pozzuoli in cui resta dal 1955, anno dell’inaugurazione, al 1957. È uno degli intellettuali di cui si circonda Adriano Olivetti per realizzare la sua visione di un capitalismo dal volto umano e di un nuovo modello industriale di cui lo stabilimento di Pozzuoli è una delle espressioni. Lo stabilimento, progettato dall’architetto Luigi Cosenza, è immerso nel verde che i lavoratori possono vedere attraverso ampie vetrate, è dotato di biblioteca e mensa a cui hanno accesso indistintamente dirigenti, ingegneri, tecnici e operai e nelle vicinanze sorgono le abitazioni erette per i lavoratori. Sono gli anni della ricostruzione e dell’inizio del boom economico, anni in cui era viva la questione meridionale e il Sud rappresentava un grosso serbatoio di manodopera, soprattutto non qualificata che, dalla metà degli anni ’50, vedeva accentuate le disuguaglianze di reddito per l’estensione delle gabbie salariali. È in questo contesto che nasce lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli e Ottiero Ottieri ne coglie e scrive le contraddizioni diventando quasi l’elemento terzo tra la massa operaia che si va concentrando ma non è ancora classe e la visione industriale e umanistica di Olivetti. Il romanzo è scritto in prima persona dal dottore detto anche pizzicologo, alias dell’autore stesso, sotto forma di diario, con la scansione ripetuta dei giorni della settimana a esaltare quasi la ripetitività del lavoro industriale. Il tono della narrazione sempre pacato, tipico di un resoconto meditato, dà spazio e fa emergere riflessioni e analisi sociologiche, che colgono e approfondiscono nodi e contraddizioni e che sono di particolare interesse ancora oggi. Il compito del dottore dell’ufficio del personale è quello di selezionare il lavoratore adatto utilizzando una procedura oggettiva basata su test psicometrici; qualche centinaio di assunzioni su una massa imponente di richiedenti lavoro poco o nulla qualificati, dove ”Il colloquio e gli esami psicotecnici alzano una rete protettiva fra noi e loro, tra la fabbrica e il paese; sono anche la nostra difesa dalla disoccupazione. Questa rende immorale la psicotecnica che potrebbe essere neutra, e invece si colora del luogo dove si svolge. Selezione scientifica e disoccupazione si negano. La selezione potrebbe anche avere valore umano, se la domanda e l’offerta di lavoro stessero in equilibrio” I ritratti degli aspiranti sottoposti a colloquio e dei lavoratori assunti sono tratteggiati con umanità ed empatia, ma la selezione scientifica del personale, con l’attenzione alle attitudini e al benessere psicofisico del lavoratore, stride con le modalità di erogazione della prestazione, basata sull’esaltazione del cottimo e la parcellizzazione alienante del lavoro: ”Questa è la loro fatica: essa nemmeno si vede, poiché la regolarità, chiusa nel cottimo, sembra un moto facile e perpetuo. Un lavoro difficilissimo e stupido. Subito si riconosce, simbolo della grande serie, il cui protagonista è l’operaio specializzato, l’uomo di passaggio fra l’artigianato e l’automazione, manovale ma specializzato, monotono ma abile, intercambiabile come i pezzi che produce, eppure carico di una attenzione, di una responsabilità da tecnico insostituibile. Ecco la contraddizione per cui abbiamo paura del macchinismo industriale, e ne proviamo fascino: esso scompone, frammenta la personalità umana nello stesso momento che pone il proletariato nella condizione del suo più alto impegno morale. […] Alcuni individui si adagiano felici e preferiscono la monotonia automatica; altri no, secondo il temperamento. Il compito degli psicotecnici consiste nell’individuare i primi per le macchine di serie, le ‘catene’ ecc., e tenerne lontani i secondi. Se vale questa diagnosi psicologica, cioè questa diversità di temperamenti, essa rende la scelta inesorabile, diabolica; per i riconosciuti adatti - adatti per sempre? - alla monotonia, che speranza c’é?” Donnarumma all’assalto è un ottimo esempio di letteratura industriale e l’inizio della non lunga parabola della moderna industrializzazione del Sud che potrebbe considerarsi conclusa con La dismissione di Ermanno Rea sulla chiusura dell’ILVA di Bagnoli.
Conoscevo Ottieri come sceneggiatore, non come scrittore. Mi sono trovato per caso ad acquistare questo libro a una recente fiera, parlandone direttamente con l'editore. Il romanzo è ambientato alla fine degli anni '50 nella storica sede della Olivetti di Pozzuoli (Santa Maria nel libro), dove io ho lavorato per 10 anni dall'inizio degli anni 2000. L'esperienza dell'autore è quella di un addetto alle Risorse Umane trasferito nella nuova sede aperta nel Sud Italia alle prese con richieste di assunzione regolari e "irregolari". Ne viene fuori un ritratto sociologico della situazione meridionale agli albori del boom economico tragicamente ancora attuale in alcune dinamiche. Ottieri alterna il registro inevitabilmente comico di alcune situazioni con quello più serio del tema di base trattato. La scrittura è fluida e la caratterizzazione di alcuni personaggi è ben riuscita e non scade mai nella macchietta. Quello che ovviamente mi è rimasto impresso è la descrizione dei paesaggi e del comprensorio stesso, con i suoi palazzi, le fontane, le colonne, la portineria: un continuo tuffo al cuore che ha accompagnato l'intera lettura.
Scritto nel 1959, a valle dell'esperienza di Ottieri in Olivetti, descrive un mondo lontano in cui la disoccupazione era vissuta dal popolo non con rassegnazione ma con - violento - senso di privazione. Ottima scrittura, con un piglio che si fa interno ed esterno alla storia nell'unire la partecipazione emotiva del protagonista alle più distaccate osservazioni di sociologia del lavoro.
«Vi nasce un mondo unitario, caduto nell’alto delle sue forme, ma per affondare nella terra e nello spirito di questo paese. Questo paese è come una miniera umana; […]. Noi siamo venuti a scoprire un nuovo, difficile oro, sepolto dalla natura e dalla storia»
Si inizia da qui, dalle ultime parole della premessa della voce narrante, così piene di aspettativa positivistica da sembrare false; sicuramente rivelatorie. La fabbrica che nasce a Pozzuoli-Santamaria è struttura calata dall’alto che per attecchire deve affrontare le difficoltà di una realtà già di per sé magmatica, fluida e in alcuni aspetti oscura …
La psicotecnica è lo strumento attraverso il quale il protagonista cercherà di cogliere l’oro: trovare gli nel popolo meridionale le risorse umane utili alla prosperità della fabbrica. I test psicotecnici, quindi: la loro descrizione dei test viene condotta in modo asettico, forse celatamente ironico, quasi l’autore non credesse nella loro efficacia. La procedura il più delle volte fallisce; i candidati spesso non superano lo scoglio dei test e dei successivi colloqui venendo ricacciati nel limbo di coloro che premono per entrare, rimossi, confinati nella zona franca della portineria. Da lì incombono sempre, imperterriti, statue di sale.
La presenza della fabbrica diventa, suo malgrado e in tono un po’ messianico, la via per supplire alla lontananza dello stato. Il distacco geografico e non delle istituzioni ne fa un baluardo, lasciato solo davanti all’impazzare dei venti. Da una parte questo sembra costituire la sua forza ma l’assenza di progettualità intorno a lei la rende precaria; una di quelle scenografie teatrali, che alla bisogna si può sbaraccare.
Altra criticità del sistema, contraddizione insanabile e attorno alla quale Ottieri edifica il suo romanzo: in una fabbrica olivettiana, a misura d’uomo, si cercano uomini-macchina, «le macchine li coprono»; a scegliere questi uomini specializzati oltre i limiti è comunque un uomo, sensibile, come ognuno, ai problemi di chi gli siede davanti. Umano, anche se spiacevole, anche se vorremmo rimuoverlo freudianamente, è Donnarumma. Il personaggio del titolo compare a metà romanzo a significare una cesura: d’ora in poi il lavoro del «pizzicologo» declina verso il fallimento e quei casi difficili, che egli vedeva solo nel chiuso del suo studio, travalicano e toccano la sua sfera privata: Dattilo si apposta sotto casa sua e importuna sua moglie; egli stesso tende un agguato alla sorella di un operaia, destinata a sposarsi, per far sì che ella possa prenderne il posto.
Donnarumma, oltre a diventare il simbolo catalizzatore della forza disgregatrice della misera, sembra svolgere il ruolo del rimosso, dell’emarginato, totalmente incompatibile con le convenzioni e le regole che il protocollo industriale impone. Donnarumma all’assalto è romanzo che inquadra, amaro, la situazione dell’industrialismo nel Sud degli anni ’50: in quel «labirinto umano» anche l’idea umanistica dell’industria olivettiana, di per sé rivoluzionaria, non è destinata ad attecchire in profondità.
In quale programma scolastico di letteratura italiana compaiono questo libro e questo autore? Eppure Ottieri è un intellettuale che ha attraversato la seconda metà del ‘900 incrociando i grandi della nostra letteratura (Calvino, Vittorini) che lo apprezzavano, e Mondadori gli ha dedicato un volume della collana “I Meridiani”. E in quale programma scolastico compare l’esperienza della Olivetti di Pozzuoli, fabbrica anomala per concezione e bellezza, tanto da essere oggi un sito visitabile nelle giornate FAI? Questo è il libro di uno scrittore dimenticato, che parla di un’esperienza industriale dimenticata. Ottieri ha una forza espressiva sorprendente, scava nelle contraddizioni dell’organizzazione scientifica del lavoro che si contrappone alla brutale esigenza di campare. Donnarumma e altri come lui non ragionano, non dialogano, non hanno alternative e non ne vogliono ascoltare. Donnarumma e altri disperati sono disposti a qualunque lavoro e cozzano con le logiche industriali che richiedono un numero finito di operai specializzati. Donnarumma e gli altri sono parte della medesima comunità di cui sono parte gli operai e i vigilanti all’ingresso, dismessa la divisa tutti abitano nel medesimo paese, mangiano le medesime pietanze, sono cugini e parenti tra loro. La fabbrica è un progetto che porta con sé un ideale, ma si inserisce in un territorio nel quale la storia è entrata nella pelle delle persone e il cambiamento non è facile. Il protagonista della storia, che è anche narratore in prima persona, cerca il conforto delle procedure, del proprio ruolo, della scientificità del proprio lavoro di selezionatore. Ma la vita all’esterno e all’interno della fabbrica preme. Le persone sono fatte di carne e sentimenti, difficile non farsi toccare dalle emozioni, giudicare asetticamente chi merita un lavoro e chi ne sarà escluso, con la pretesa che questo possa essere accettabile e accettato da tutti. Finché il selezionatore non esaurirà il proprio lavoro, ma a quel punto sarà lui stesso a non accettare l’idea di lasciare quel luogo dove è stato artefice dei destini di molte famiglie, nel bene e nel male. Una storia importante, che meritava di essere raccontata e che merita di essere letta con attenzione e rispetto.
Titolo che avevo adocchiato da un po’ nel catalogo di utopia, che sta ripescando titoli da tempo dimenticati. Siamo a sud, dovrebbe essere l’olivetti a Pozzuoli. Il protagonista è un selezionatore del personale mandato da nord a gestire le assunzioni e il romanzo e il suo diario. Si alternano racconti di vita di fabbrica, la descrizione della situazione del mezzogiorno negli anni ‘50 con il Progressivo abbandono della campagna per un lavoro “stabile” e l’estrema povertà. Ma si trovano anche tantissime riflessioni sulla fabbrica e sul mondo del Lavoro e della selezione del personale che, benché siano state scritte a fine anno ‘50, risultano comunque molto attuali. Si parla di persone valutate come numeri, di sprofessionalizzazione, e anche di lavoro femminile (anche se questa è la parte forse più invecchiata). Il problema, nonostante mi sia piaciuto molto e mi abbia positivamente colpita, è che la narrazione è frammentaria e discontinua: la parte di riflessioni è spezzettata tra gli eventi e a volte ridondante, si fa fatica a seguire il filo a distanza di qualche decina di pagine. Nel complesso un bel romanzo, che merita una lettura molto attenta e concentrata.
A tratti mi veniva il pianto, altre volte un senso di forte rabbia, la maggior parte del tempo però sentivo tanta pena e ragionavo sulla vita e sul lavoro. Lettura incredibile ma da affrontare con impegno per davvero coglierne l’essenza
Di fronte alla vastità e alla complessità dei problemi veri, dal personale al mondiale passando per tutte le sfumature del locale, la reazione più prevedibile e probabilmente anche quella più sensata, è quella dell'impotenza, della propria inutilità. Raramente ho trovato una rappresentazione di questa condizione più azzeccata che non in questo "Donnarumma all'assalto" di Ottiero Ottieri (...non mi posso risparmiare la battuta sulla crudeltà dei genitori di questo scrittore, destinato a diventare una definizione della Settimana Enigmistica). Qui il problema è la disoccupazione, più precisamente la disoccupazione nel sud Italia. Il protagonista è quello che oggi si chiamerebbe uno psicologo del lavoro, incaricato di ispezionare le domande di lavoro, di condurre i test di valutazione e i colloqui per selezionare chi, tra migliaia di aspiranti, è meritevole di entrare nello stabilimento locale di una delle più famose industrie del nord. L'azienda (che alla fine è la Olivetti, dove Ottieri ha lavorato) si basa sul pensiero scientifico. La valutazione dei candidati si basa su test rigorosamente scientifici e criteri statistici, di una disciplina dal nome sinistro di "psicotecnica", anche per l'elevata precisione richiesta nei numerosi passaggi della produzione, in catena di montaggio tipicamente fordista, di calcolatrici. Ma l'azienda è anche una cattedrale nel deserto. Lo stabilimento meridionale deve selezionare pochissimi candidati tra migliaia di candidati disoccupati, che si arrangiano come possono, con situazioni familiari agghiaccianti e che emanano disperazione. Di fronte a questo, ogni pretesa scientifica crolla. Come valutare questa massa di uomini semi (se non a volte totalmente) analfabeti, che si barcamenano tra mille mestieri, consapevoli il rifiuto significa l'abisso della disoccupazione della massa? La psicotecnica sta stretta, e c'è quasi la necessità di concedere almeno la dignità di un colloquio, ma anche questo a che serve? L'azienda, anche volendo (e non ve lo devo dire io che non è il suo interesse), non può che svuotare questo oceano di gente se non con un cucchiaino. Attraverso l'oscuro Donnarumma, il disoccupato meno rassegnato al suo destino disperato, potrebbe anche arrivare lo spettro (come in Qualcosa era successo, di Buzzati) della violenza, della rivolta, o addirittura della rivoluzione. Ma che da questi spettri venga fuori qualcosa di buono, anche qui, sembra abbastanza improbabile.
Una scrittura intensa, coinvolgente di chi ha conosciuto la realtà della vita in fabbrica seppur dalla parte dellascrivania. Gli anni '50 e il boom economico che vedono il sud Italia ancora arretrato e legato a vincoli di lavoro patriarcali. L'industria settentrionale (sappiamo trattarsi di Olivetti) apre uno stabilimento in un paese vicino al mare (Pozzuoli), la gente vuole lavorare, qualsiasi cosa "anche pulire i gabinetti". I test psicotecnici sono difficili, incomprensibili per chi a mala pena sa leggere ma la volontà non manca, si vuole faticare pur di avere uno stipendio, un ruolo ben definito nella società, un ruolo produttivo perché la disoccupazione è brutta, "si lavora per mangiare". Un mondo apparentemente ostile e lontano dal bagaglio culturale dello psicologo inviato al sud per selezionare il personale ma che entrerà nelle sue viscere, la gente racconterà di sé, delle difficoltà, delle speranze, delle illusioni, dei progetti e sorgeranno dubbi, quesiti profondi sul suo ruolo di selezionatore di anime in nome della produzione razionale. A estremizzare il tutto la mina vagante Antonio Donnarumma, disoccupato cronico che se ne frega di domande d'assunzione, test attitudinali, Donnarumma che vuole semplicemente "faticare". E sarà la spina nel fianco del narratore, colui che più di tutti metterà in discussione i suoi metodi dettati dalla direzione, da un utopico sistema selettivo razionale e schiavizzante, dove il lavoro deve seguire fasi sempre uguali, perfezionate al cronometro, dove non c'è libertà di iniziativa, di trovare soluzioni più personalizzate. Il lavoro in fabbrica per certi versi è cambiato ma il senso di sottomissione e rispetto delle procedure aziendali no. Lo psicologo osservando gli operai intenti nel loro lavoro ripetitivo si chiede la natura dei loro pensieri e allora prova a lavorare al posto loro, ma i pensieri non saranno mai gli stessi per ragioni culturali in primis.
Ottiero Ottieri ha lavorato come selezionatore del personale della fabbrica Olivetti, e in questo romanzo ci racconta il suo lavoro, che se a prima vista potrebbe apparire come un banale lavoro di ufficio, scopriamo in realtà che si tratta molto più di questo. Ottieri ci svela le incertezze umanamente etiche nella scelta di un potenziale operaio, e nel dover necessariamente scartare qualcun altro. In particolare, qui si parla della fabbrica Olivetti che era stata aperta nel Mezzogiorno, a Pozzuoli, avversata da disoccupati disperati, da richiedere ogni giorno l' assunzione. In questo libro intuiamo le difficoltà tra il perseguimento di un fine aziendalistico a quello umanitario, nell'impossibilità di poter vertere nella stessa medesima direzione. Non si può assumere e accontentare tutti, e quindi, occorre una scrematura, una selezione, una scelta, volta ad escludere necessariamente qualcun'altro bisognoso di lavoro. Il dubbio più grande che Ottieri si pone è se fra test attitudinali e psicotecnici e se aldilà del giudizio personale, su ogni presunto candidato, la scelta effettuata sia stata effettivamente la migliore; e se in fin dei conti, abbia scelto veramente con metodo meritocratico, i futuri operai della Olivetti. La psicotecnica non è infallibile ci spiega Ottieri, e ci racconta la storia di tutti quegli uomini e donne che bersagliavano la portineria ogni giorno, al limite dello stalking pur di ottenere una mansione. I pedinamenti alla moglie di Ottieri, fino ad arrivare a gesti estremi e disperati come le minacce e a narrazioni strappalacrime, pur di impietosire il recluiter. Farei leggere questo libro a quei settentrionali che hanno le idee ancora offuscate da aberranti e offensivi luoghi comuni del "terrone pigro che non vuole lavorare", così da smentire le loro idee becere e campate in aria.
L’entusiasmo per “Donnarumma all’assalto”, la più complessa e intellettualmente onesta rappresentazione del lavoro industriale che abbia mai letto, dipende dall’inquietudine di queste settimane di smart working forzato?Non credo. Beata ignoranza: il piacere di incontrare per la prima volta Ottiero Ottieri in tarda età, alle soglie di una ennesima svolta nella digitalizzazione della società. Tanta roba negli anni del boom, davvero tanta. E una scrittura essenziale che coniuga razionalità e passione senza sacrificare la letteratura alla sociologia. Gli occhi azzurri di Adriano Olivetti e gli occhi degli uomini e delle donne che lavorano nella sua fabbrica meridionale. Non è un romanzo a tesi.
Come si fa a selezionare pochi operai per una fabbrica nel Sud Italia in un paese dove regna la disoccupazione? I lettori contemporanei di questo romanzo, soprattutto se meridionali, e ancor di più se provenienti dalla provincia, come me, non potranno fare a meno di fare dei paragoni tra quello che leggono, scritto negli anni '50, e il loro vissuto. Le differenze sono molte, così come le analogie, che sorprendono ancora di più ma che rivelano a posteriori i danni creati dalla mancata industrializzazione del Mezzogiorno negli anni nel boom economico.
Alle digressioni sociologiche dell'autore, che parte dalla sua esperienza personale in un ruolo analogo all'Olivetti di Pozzuoli, ho preferito le storie dei paesani di Santa Maria, struggenti nel loro assoluto bisogno di un impiego.
Sebbene scritto benissimo, il libro risulta di difficile lettura, per le continue considerazioni di natura politico-sociale e psicologica. Tuttavia, man mano che la lettura procede, ci si affeziona ai personaggi che descrive e ci si sorprende ad empatizzare con i turbamenti del portagonista. In altre parole, un libro che sembra in prima analisi un trattato di cirtica sociale si rivela alla fine un documento di grande umanità. A mio parere un piccolo gioiello, non facile, ma di grande efficacia.
Una trama inaspettatamente avvincente e politica. Da leggere insieme a l'uomo flessibile di Sennett. Mi aspettavo un finale tumultuoso e drammatico, invece tutto molto in linea con il carattere dei dipendenti della fabbrica. Curioso anche come Donnarumma appaia solo a metà della storia. Forse è sempre stato lì non menzionato.
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Un libro più importante che bello. PS: a mio modesto avviso, “La vita agra”, a cui spesso viene accostato nell’ambito della cosiddetta “letteratura industriale”, è di un’altra categoria.
Uno dei pochi romanzi industriali italiani, con Pozzuoli, la Olivetti e la situazione del lavoro al sud come sfondo. Stile pulito, attenzione rigorosa alle situazione e alle persone. Un buon libro.
Sinceramente l’ho trovato scritto male, sembra quasi un accozzaglia di situazioni sconclusionate. Non mi sono piaciute neanche personaggi. se non fosse stato per il fatto che ero obbligata a leggerlo per scuola lo avrei lasciato dopo le prime cinque pagine
“Ogni uomo possiede le sue virtù, accanto a qualsiasi difetto, ed è facile lasciarsi adescare dalle virtù; ecco un altro errore tecnico per un selezionatore: vedere, nell’ombra, una luce, e meravigliarsene quasi più di una luce totale. Per esempio, da certe intuizioni o frasi dei candidati scemi, lo psicologo può lasciarsi affascinare come se si sporgesse in un pozzo pieno di bagliori”.
All'inizio pensavo che questo libro non mi avrebbe preso, invece poi andando man mano avanti ho scoperto che Ottieri sa prenderti e sa catapultarti dentro il tempo della storia, le vicende e che leggendo inizi a fare collegamente su ciò che sai - il famoso bagaglio culturale - e ciò che stai leggendo ^.^