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Ci sono libri destinati a ricoprire il mondo con una coltre di parole. Ce ne sono altri che sollevano l'angolo del tappeto per vedere quanta polvere c'è sotto.
Il maschio che parla in questo romanzo è un poligamo recidivo e impenitente, ma anche un padre capace di tenerezza e di attenzione, un marito allegro e appassionato. Il sistema in apparenza è semplice, basta scomporre le giornate in segmenti, per cercare di vivere molteplici vite: frammenti di tempo, storie parallele, frazioni di felicità possibile. Per non parlare del sesso, che è un pensiero costante: un'ossessione e una consuetudine, un linguaggio, un modo per entrare in contatto con il mondo esterno. Più ancora della seduzione e della conquista, più dell'amore che in forme diverse è parte fondamentale di ciascuna relazione.
Ascoltando il suo racconto ci ritroviamo a ridere, sorridere e pensare, e mentre inorridiamo delle sue malefatte siamo costretti a riconoscere quanta verità ci sia nelle sue parole.
È questo La separazione del maschio, dunque: la speranza (vana?) di riuscire a tenere tutto insieme, di dare e prendere felicità e piacere eludendo - spudoratamente - il senso di colpa. Dove per maschio s'intende davvero, genericamente, il maschio di uomo all'apice dell'età riproduttiva. E per separazione s'intendono due cose: quella, letterale, dalla moglie, a cui sembra condurre fatalmente il percorso del romanzo; e quella, fisica e metaforica, che divide all'interno dello stesso uomo gli impulsi e i sentimenti. Per scoprire, amaramente, che la felice separazione è un'utopia, perché lo spirito non è all'altezza di tanto filosofico materialismo.
198 pages, Hardcover
First published October 7, 2008
Ma comprendo che la mancanza di senso di colpa è forse anche il risultato della mancanza di ossessione per l'ostentazione della rettitudine e dell'innocenza. Non ho mai perseguito quesi ideali, e nella sostanza non sono questi gli ideali e gli insegnamenti che sto cercando di trasmettere a Beatrice - del resto, come si potrebbero trasmettere degli insegnamenti su qualcosa in cui non si crede e che per questo motivo, nella sostanza, non si conosce. Da un certo di punto in poi, ho abbandonato il senso del giusto in favore della verità [...] .
In realtà, non avevo affatto più vite parallele, ma una, complessa e articolata, modulata in molti segmenti che non sempre comunicavano tra loro (alcuni segmenti non sapevano dell'esistenza di un altro segmento, per essere più precisi), in cui ero sempre me stesso. Una persona che aveva delle colpe ma non provava senso di colpa; una persona che si comportava in un modo che non sarebbe stato compreso se si fosse riuscita a guardare la totalità della sua vita. Ma ero io. Non so se bastava, ma di sicuro rendeva vero e concreto ogni segmento e l'insieme che ne veniva fuori. E funzionare