In questo racconto in cui l'osservazione minuziosa e apparentemente equidistante della crescita di due bambine restituisce i tratti di una quotidianità normale e al tempo stesso terribile, l'autrice sembra dirci che nelle banalità di ogni giorno alberga l'orrore, vi si insinua in modo indolore e strisciante.
Ecco, dunque, una famiglia «laboriosamente intenta a viversi addosso», i cui rituali hanno il sapore di una micidiale e inevitabile orchestrazione. Viene osservato al rallentatore il "fenomeno casalingo" e la curiosità per un mondo esterno che appare pericoloso nella sua follia. Una follia, comunque, destinanta ad essere riassorbita dalla macchina perfetta della famiglia, che tutto vorrebbe stritolare senza crisi di rigetto. Dalle sacrali cerimonie del vivere quotidiano, dalla meccanica del superiore disegno biologico nasceranno assoggettamenti, incomprensioni e orrori la cui origine rimarrà inacessibile al marasma del ricordo, in cui realtà e irrealtà finiscono per confondersi come in questo romanzo.
Mio unico incontro con Alice Ceresa che andrebbe bissato, è scrittrice interessante e scrive in modo interessante. Scrive con italiano che ha qualcosa di appreso, come se lei fosse un’emigrata in terra straniera. La terra straniera è la nostra, questa Italia: la terra di provenienza non lontana, la Svizzera. Nella quale Svizzera Alice è vissuta e cresciuta in modo dolcemente scisso: La mia vita privata si svolgeva in italiano, la mia vita sociale (giochi, asilo infantile e prime classi elementari) in tedesco. A tedesco e italiano s’è anche aggiunto il francese, lingua della quale Ceresa era altrettanto pratica. Ma alla fine la scelta cadde sulla nostra lingua, l’italiano, al quale rimase un “un inconscio fondo germanico”: è stato notato che il suo italiano, proprio come il tedesco, si costruisce con un uso frequente del gerundio, ma anche con l’inversione nella posizione di soggetto e verbo, articoli collocati in modo anomalo, avverbi, digressioni, neologismi.
Diane Arbus: Child with a toy hand grenade in Central park, N.Y.C.,1962.
Ma è forse anche l’approccio alla narrazione che in Bambine fa pensare a qualcosa di straniero: l’ineguaglianza tra donne e uomini, il nucleo familiare (e Ceresa sembra condividere pienamente il pensiero di Tolstoj che nelle righe iniziali di Anna Karenina scriveva Le famiglie felici sono tutte uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo proprio: in sintesi, il “disastro di crescere”) sono raccontati con una penna che si fa bisturi, che scrive sotto una luce fredda e imparziale come quella di una camera operatoria. Ma poi, penna e bisturi si fanno piccone. E si scatena la “tramontana esistenziale”. E quindi, sì, il mix è piuttosto unico: una prosa asciutta, scarna, spoglia, tagliente, quasi scientifica, che si assapora raffinata, lavorata, cesellata, che riesce nell’intento di scavare, di demolire in modo micidiale. Il tutto legato insieme da un’ironia altrettanto micidiale, che qui e là si fa sarcasmo.
Felice Casorati: Le due bambine, 1912.
L’istituzione famigliare è al centro di questa novella: per Ceresa è l’orrore portato nel quotidiano, è la follia della normalità, è, appunto, e specie se si nasce di sesso femminile, il "disastro di crescere". Partendo da un quadro generale, una sorta di mappa della città, l’obiettivo della Ceresa stringe fino ad arrivare alla casa della famiglia che ci racconta, padre, madre, le bambine. Un modo per tenere distanza tra il narratore e i soggetti del suo racconto. Un approccio che le permette di descrivere il mix di sentimenti e comportamenti che regna in una famiglia “normale”: una palette di amore e odio, tenerezza e prevaricazione (violenza). I personaggi rimangono senza nome, semplicemente: padre, madre, figlie, sorelle. Ceresa si tiene distante da qualsiasi caratterizzazione psicologica che annullerebbe l’effetto archetipo, di modelli e prototipi, in questo bizzarro, glaciale, chirurgico romanzo di formazione.
Bambine di Ceresa non ha e non vuole avere grazia: scritto come un osservazione scientifica – o come un processo verbale redatto da un impiegato letterato – disseca la infanzia e pubertà di due bambine delle quali così poco importa la individualità o intima natura che non hanno nome. Attorno ad esse, che sono personaggi principali soltanto perché messe sotto la lente di ingrandimento della osservatrice, vediamo, freddamente sempre, le evoluzioni dei personaggi adulti, quelli che decidono per loro: padre e madre – stilizzati anchessi in ciò che segna la natura del loro rapporto con le bambine, stereotipi di padre e madre che si esprimono attraverso azioni di coercizioni, imposizioni o, nei loro momenti più umani, litigi tra di loro. Le bambine non sono da meno: crudeli – prese in convulse ricerche di una qualche verità che sempre si appiattisce in convenzione – litigiose tra di loro – forse violente verso un fratellino neonato. La gelida voce narrante è quella che potrebbe avere una Joyce Carol Oates, deprivata di aggettivi, scenari, azioni e dialoghi. Il breve libro è presentato come un disegno rappresentato su un foglio: “Occorre disegnare, per cominciare, una piccola città.(…) In un interno respirano e si muovono i componenti di una piccola famiglia”. E da lì, in brevissimi capitoli, si presentano, unidimensionali, i quadri di una esistenza nella piattezza del quotidiano, nell'orrore del giorno dopo giorno. Mi ha stupita questa scrittura, ho pensato potesse essere quella di un Beckett se si interessasse alla famiglia. Mi stupisce la totale mancanza di complicità con il lettore: non cerca di sedurci, anzi, è neutra, oggettiva, secca, respingente; stupisce e provoca ammirazione.
Ho comprato questo libro d’impulso, attratta sia dalla tematica “femminista” sia dal nome dell’autrice (già notami per il Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile), e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Ceresa adotta uno stile del tutto originale, impersonale e modellato sul registro del trattato filosofico, per raccontare il percorso di crescita parallelo di due sorelle. L’immagine della famiglia tradizionale che ne emerge è dissacrante, a tratti persino capace di strappare un sorriso, ma sempre attraversata da un sottofondo di inquietudine. Molto stimolante anche la riflessione sulla consapevolezza con cui i soggetti (specialmente quelli femminili…) osservano le proprie vite, resa attraverso una voce narrante sì esterna, ma in grado di riportare soltanto ciò che le protagoniste percepiscono o ricordano. Consiglio in particolare l’edizione Casagrande (2025), curata da Tatiana Crivelli, che – a differenza di quella Einaudi – restituisce il titolo originale e conserva la strutturazione in versi della cornice narrativa.
Meno interessante de La figlia prodiga, anche se Ceresa ha un suo punto di vista nel narrare la famiglia non solo estremamente originale, ma che è anche significativo dello spirito del suo tempo. Meno sperimentale e più leggibile dei precedenti romanzi.
4,5/5 Merci encore à Babelio pour son Masse critique de Janvier, grâce à cette opération, j'ai gagné ce livre (éditions de la Baconniere). Adresser un livre d'une auteure née à Bâle, puis ayant vécu au Tessin et en Italie, à une fille d'émigrés italiens comme moi, qui vit dans la ville de Bâle depuis 13 ans et qui a vécu également en Italie, c'est faire un couple parfait. Je n'avais jamais lu Alice Ceresa, et la lecture de Bambine me donne envie d'en lire encore. Son écriture et son style si particulier, si dangereusement histologique, que l'on pourrait imaginer l'auteure face à son microscope, ou scalpel en main et dictaphone dans l'autre pour décrire ces deux petites filles si communes et si particulières à la fois. Ce qui étonne dans ce style, c'est le détachement, et la pointe d'humour qui l'accompagne, dans les descriptions qui ont ce gout si autobiographique que de page en page, on cherche à savoir si l'auteure était l'ainée ou la cadette, puisque tous les champs restent ouverts et qu'aucune indication dans sa biographie n'aide à cela. Concernant ces personnages, ils sont comme caricaturés au possible, pour leur donner un impact plus grand, une généralisation de l'argument majeur, celui de l'étude de cette famille, classique, avec un père puissant, taiseux, une mère effacée, et dédiée aux choses de la maison, et les deux petites qui grandissent dans cet environnement. Leur apprentissage des choses avec toujours le tacite pouvoir du père, la soumission de la mère comme clé de lecture. Une mise en évidence de la société italienne, machiste, mais aussi matriarcale, et donc une nécessité pour les deux petites de trouver leur place, sans aucune aide extérieure, et là seules deux solutions, reproduire ou briser ce moule. Une étude très forte qui donne à réfléchir sur la difficulté de changer les mentalités enracinées dans des siècles d'acceptation. J'aurai encore plus apprécié la lecture de ce livre en italien. Une très belle découverte.
Thanks again to Babelio for its January Masse critique, thanks to this operation, I won this book (editions de la Baconniere). Addressing a book by an author born in Basel, then having lived in Ticino and Italy, to a daughter of Italian emigrants like me, who has lived in the city of Basel for 13 years and who has also lived in Italy, is a perfect match. I had never read Alice Ceresa, and reading Bambine makes me want to read more. Her writing and her style are so particular, so dangerously histological, that one could imagine the author in front of her microscope, or scalpel in hand and dictaphone in the other to describe these two little girls so common and so particular at the same time. What is surprising in this style is the detachment, and the touch of humor that accompanies it, in the descriptions that have such an autobiographical taste that from page to page, we try to find out if the author was the oldest or the youngest, since all the fields remain open and no indication in her biography helps. Regarding these characters, they are as caricatured as possible, to give them a greater impact, a generalization of the major argument, that of the study of this family, classic, with a powerful father, quiet, a mother self-effacing, and dedicated to the things of the house, and the two little ones who grow up in this environment. Their learning of the things with always the tacit power of the father, the submission of the mother as a key of reading. A highlight of the Italian society, macho, but also matriarchal, and therefore a need for the two little girls to find their place, without any external help, and there are only two solutions, reproduce or break this mold. A very strong study that makes you think about the difficulty of changing mentalities rooted in centuries of acceptance. I would have appreciated even more the reading of this book in Italian. A very nice discovery.
Come La morte del padre, Bambine rivela la scrittura particolarissima, unica, di Ceresa. Una scrittura, a mio avviso, non facile, ma capace di aprire sguardi inediti sulle storie. La cosa più paradossale è l'effetto che lo stile duro, contorto, quasi scientifico, di Ceresa genera nel lettore: il risultato è che la famiglia raccontata nel libro non risulta affatto asettica o sbiadita, ma più mostruosa e vera che mai.
— culla fra le braccia i suoi pargoli inesistenti, a essi parla e canta filastrocche con voce stridula, ne veglia il sonno scacciando sgarbatamente invisibili intrusi e talvolta ma non sempre si ricorda di allattarli. In tale ultimo caso libera un seno grosso e informe, orribile a vedersi, dopo di che scaraventa a terra schiamazzando bestemmie sempre nuove l’invisibile pargolo e procede danzando e ridendo acutamente a strapparsi di dosso quanti altri indumenti si trova —