Addio
(recensione del 25 gennaio 2017)
Coinvolgente e disincantato, “Assandira” è tra i romanzi più noti di Giulio Angioni. Vi si racconta la vicenda di un anziano pastore il cui figlio, dopo l’esperienza dell’emigrazione in Nord Europa, ritorna in Sardegna con una bella e intraprendente danese e l’entusiasmante progetto di aprire un agriturismo tra le terre e l’ovile di famiglia.
La coppia, allettata dall’idea di fare soldi, costringe il vecchio a prendere parte alla messinscena ben orchestrata a uso e consumo dei turisti, disposti a pagare profumatamente pur di vivere, seppure per il tempo di un breve soggiorno, alla maniera dei pastori antichi. Capanne di frasche a forma di nuraghe, canto a tenore e ballo tondo, abbigliamento arcaico degno del miglior folklore, immagini banditesche, pecora a cappotto e rituali pastorali…: tutta una mascherata!
“Sembrare. Assandira era tutto un sembrare. E sembrare era tutto.”
L’uomo si ritrova così, suo malgrado, dopo una vita di duro (e vero) lavoro appresso alle greggi, a vestire per finta i panni del pastore; deve persino indossare cose sorpassate, come i gambali e la berritta, l’antico copricapo sardo che forse nemmeno suo nonno aveva mai messo in testa.
Con uno stile degno di un grande narratore, l’autore ben evidenzia il disagio di chi è incapace di adattarsi a compromessi dettati da certe logiche, così come punta il dito contro l’esotica e paradossale immagine della nostra isola che viene spesso diffusa con troppa leggerezza. Temi che fanno molto riflettere. Non svelo altro, se non che l’epilogo, dopo tanti (amari) sorrisi strappati dalla narrazione, sarà drammatico.
Giulio Angioni se n’è andato due settimane fa. Faceva parte a pieno titolo di quel gruppo di scrittori sardi contemporanei il cui successo editoriale ha oltrepassato i confini isolani; era anzitutto un antropologo e i suoi studi accademici sono conosciuti anche nelle università europee. Ho appreso con sincero dolore la notizia della sua scomparsa. Così, per sentirne ancora “la voce”, ho letto questo romanzo, dopo aver apprezzato in passato altre sue opere; altre ne leggerò in futuro.
Addio, Professore. Grazie per le emozioni che mi hanno regalato i suoi libri. Grazie per la menzione assegnata a un mio racconto dalla Giuria del Premio Letterario Gramsci (edizione 2010-2011) di cui lei faceva parte e grazie pure per le nostre "conversazioni" su Anobii, per le quali mi sentivo onorata, a proposito del suo romanzo "Doppio cielo" che ho tanto amato.
Mi resta il grande rimpianto di non averla mai incontrata di persona, ma anche la piccola consolazione che potrò sempre ritrovarla tra le pagine dei libri che ci ha lasciato.