È la vecchia storia del ferroviere anarchico che venne giù dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Quarant’anni fa, più o meno. Quelli che allora c’erano, ciascuno a suo modo, credono di saperla. Be’, non la sanno. In nessuno di quei modi. Figurarsi quelli che non c’erano. Figurarsi una ragazza di vent’anni, di quelle che fanno le domande. Anch’io credevo di saperla. Poi ho ricominciato daccapo. Adriano Sofri
Adriano Sofri (Trieste, 1º agosto 1942) è un saggista, giornalista e scrittore italiano ex leader di Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere – dopo un lungo iter giudiziario – quale mandante, assieme a Giorgio Pietrostefani, dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. Sofri è stato scarcerato (dal 2005 scontava la pena in regime di detenzione domiciliare a causa di problemi di salute) nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, ridotta a 15 anni per effetto dei benefici di legge. Pur assumendosi la corresponsabilità morale dell'omicidio, a causa della campagna di stampa diretta contro il commissario portata avanti assieme agli altri membri di Lotta Continua, Sofri si è sempre proclamato innocente per quanto riguarda l'accusa penale, così come affermato anche dai coimputati, a eccezione del reo confesso Marino. Scrive su Il Foglio e i suoi interventi sono ripresi anche da una pagina Facebook intitolata Conversazione con Adriano Sofri.
Tre uomini uniti da un unico destino: Giuseppe Pinelli, Luigi Calabresi, Adriano Sofri. Alla luce della lettura della versione di Adriano Sofri sulle dinamiche della morte di Giuseppe Pinelli ho dovuto in parte rivedere il mio approccio al libro scritto da Mario Calabresi Spingendo al notte più in là ultimato qualche giorno fa.
Le considerazioni sono di duplice natura, innanzitutto natura tecnica: meno convinta che Giuseppe Pinelli si sia suicidato o sia morto per un malore appoggiato alla balaustra della finestra, come definisce la sentenza che indaga sulla sua morte. I dubbi si sono alzati come spie di fumo nebulose che affumicano e rendono più lontana la verità. Effettivamente in una stanza angusta come era quella della Prefettura in cui si svolse l’interrogatorio, ingombra di una scrivania, di sedie, con 5 persone presenti (tranne il commissario Calabresi che in quel momento era fuori) risulta improbabile immaginare che Pinelli abbia potuto avvicinarsi veloce alla finestra, aprire uno dei due battenti socchiusi e con un balzo felino saltare una ringhiera di circa 90 cm senza che nessuno riuscisse ad avere la prontezza di trattenerlo.
L’altra considerazione che mi scaturisce è invece tutta dal punto di vista umano. L’umanità che avevo trovato nel libro di Mario Calabresi contrapposta all’arido tecnicismo del libro di Adriano Sofri che con una meticolosità più precisa di un giudice ha studiato gli atti rigo per rigo, ogni più piccola sillaba riguardo l’affair Pinelli. Un atto dovuto a se stesso consapevolmente o inconsapevolmente per sottrarsi ad una parte di quella condanna che come un macigno gli grava sul capo, riabilitarsi e disabilitare, mettendo in luce ancora peggiore, la figura di colui che per una sentenza del tribunale italiano venne messo a morte proprio per un suo ordine.
Le persone sono come dei prisma, con tante facce che possono cambiare a seconda di chi le guarda. Luigi Calabresi è e rimane per suo figlio Mario che a due anni ne divenne orfano un uomo dolce un padre affettuoso, un marito stimato e amato. Ma quando quello stesso uomo riveste l’uniforme di un Commissario che deve indagare su stragi efferate come quella di Piazza Fontana trovandosi sul campo con la bomba ancora fumante e vedere quasi in tempo reale il sangue scorrere sul pavimento, forse in un uomo può avvenire uno sdoppiamento, perché per trovare qualcosa con cui paragonare Piazza Fontana bisogna risalire indietro addirittura alla Seconda Guerra Mondiale. Il lavoro che facciamo ogni giorno può trasformarci e renderci insensibili, l’animo esacerbarsi e i modi farsi bruschi, aggressivi, a volte conta più il risultato che il modo. E la pista anarchica si attagliava perfettamente alla figura di un ferroviere anarchico, come uno smoking cade a pennello su un manichino in una vetrina di lusso. Certamente siamo nel 1972, mille anni luce da oggi, il garantismo qualcosa ancora di là da venire, le cautele verso gli indiziati con le maglie larghe larghissime, l’omertà della questura, gli espedienti polizieschi (i cosidetti saltafosso) per fare cantare l’indiziato strumento nelle mani di chi conduce l’interrogatorio. Tante verità tanti tasselli, tante versioni e le la verità che resta sempre più una chimera che sbiadisce, sempre più lontana dagli eventi che vuole chiarire e dagli individui. Ma un omicidio di un commissario non potrà mai rendere giustizia di un altro possibile omicidio.
Allora, conoscevo poco e apprezzavo meno Adriano Sofri giornalista. Troppo verboso, uno di quelli che si specchiano mentre indossano un aggettivo nuovo. Penso di non essere riuscito a finire un suo articolo senza averlo iniziato almeno tre volte. Colpa mia, mi annoio e mi distraggo facilmente. Adriano Sofri scrittore, be', cambia poco. Ma me lo potevo immaginare: questo libro altro non è che un articolo di giornale molto lungo. Non sopporto le frasi a effetto, le virgole gettate a caso per épater le bourgeois e talvolta le prolétaire, il sincero compiacimento per la propria scrittura. Sofri, in questo, è maestro, ad iniziare dal titolo in cui si scorda il verbo. Ma se nel titolo un giochino del genere ci può stare, nel testo diventa un po' noioso. Non che usi sempre tali artifizi, ma sempre più di quanto sia sopportabile. Questo per ciò che concerne lo stile. Quanto all'argomento, Sofri ricostruisce la notte che Pinelli cadde (si lanciò? venne lanciato?) dalla finestra della questura di Milano. E non solo: racconta il clima di quei giorni e di quegli anni, e quel che ne viene fuori non è un bel quadretto. Lui compreso. Ecco, lui compreso. Ora, io non sono in grado di giudicare i pentimenti e le scuse di nessuno, però leggendo questo libro un'idea me la sono fatta: Sofri mi sembra uno di quelli che approfittano dell'occasione di raccontare i propri vizi per riempirsi di virtù. Signora mia, non ci crederà, ma il mio più grande difetto è la sincerità. Ecco, il sapore che mi hanno lasciato queste pagine è quello di un'enorme autoassoluzione. Chiedere scusa per continuare a pontificare. Sbagliare e spiegare perché si è sbagliato. E chiedere ancora scusa, perché così ci si copre le spalle da possibili accuse: io? io ho chiesto scusa!. E le proprie colpe, poi, diluite con quelle degli altri. Noi di Lotta Continua eravamo monellini, ma pure la polizia, i giudici, i carabinieri, i servizi segreti, la Diccì... e persino il Piccì!.
E infine è insopportabile l'espediente di raccontare i fatti di quei giorni a una ragazza di vent'anni, una di quelle che fanno le domande. Troppa spocchia, caro Sofri, troppe pretese di essere ancora un maestro. La ragazza di vent'anni, se è una di quelle che fanno le domande, girerà a destra e a manca tra libri, siti, blog, giornali e quant'altro. Di un vecchio trombone, spero, ne farà volentieri a meno.
Per ragioni personali, oggi, qui a Milano, sono dovuto andare in una questura di zona. Io ero al pian terreno, mentre aspettavo mi sono ricordato di dover commentare il romanzo di Sofri. Che parla di Pinelli. Che proprio in una questura di Milano è volato dal quarto piano a causa di quello che diventerà un 'malore attivo' la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 mentre veniva interrogato dopo la bomba di Piazza Fontana - "no, no, era tranquillissimo, non era nemmeno un interrogatorio, era una conversazione, un'atmosfera in cui stavamo quasi conversando", parole di Calabresi.
Questo romanzo non è su Calabresi e neanche su Sofri. Non è né un atto di accusa e né un mea culpa. È un romanzo sul caso Pinelli supportato da testimonianze, atti e sentenze giudiziarie. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni, perché la verità ufficiale ancora si nasconde.
"A che punto siamo? Siamo ancora fermi al 1975, alla sentenza del giudice D’Ambrosio", queste le parole della figlia di Pinelli, Silvia, parole del 2020.
Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia ed è uscito morto. Lo dice Oscar Luigi Scalfaro, allora ministro degli interni, a Enrico Deaglio nell'agosto del 1985, riferendosi all'uccisione di Salvatore Marino, 25 anni, calciatore dilettante sospettato di mafia e di concorso nell'omicidio di Beppe Montana, stimato funzionario della Squadra Mobile di Palermo. Con la morte di Pinelli non c'entra nulla, ma Sofri riporta il fatto per paragonare le reazioni, i contesti, e soprattutto per spiegare come il senso di giustizia e verità sia faticoso da appagare, per chi deve confrontarsi con la pubblica opinione. Scalfaro prese dei provvedimenti punitivi nei confronti dei responsabili della morte di Marino, e fu oggetto di contestazioni feroci in un contesto in cui la mafia mieteva vittime tra le forze dell'ordine senza pietà, come se questo potesse giustificare l'azione di poliziotti che torturano fino alla morte un sospettato, seppure sospettato con fondamento. Scrive Sofri: Ci sono poliziotti coraggiosi, protagonisti di una lotta strenua e spesso impari contro la ferocia mafiosa, consapevoli di mettere a un rischio estremo la propria vita. Hanno appena visto assassinare con tracotanza uno di loro, uno dei più esposti dei loro. Sono persuasi della colpevolezza del loro prigioniero, e che possono cavarne i nomi degli assassini in servizio. La loro brutale tortura ha tutte le attenuanti immaginabili, solo che non si possono immaginare attenuanti alla tortura. Portiamo questo ragionamento al dicembre 1969, all'ufficio del Commissario Calabresi e dei suoi che hanno appena visto lo scempio della bomba di Piazza Fontana e la attribuiscono (sbagliando, ma si saprà molto dopo) agli anarchici. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro per trovare il nesso. La differenza sta (oltre che nel fatto che l'anarchico non venne torturato) nelle reazioni di chi avrebbe dovuto chiarire le circostanze della morte di Pinelli e invece si adopera a creare una "verità" altra, più comoda per lo stato, più comoda nel "contesto" (non a caso viene ripetuta spesso questa parola: Il contesto è il rifugio dei farabutti, che lo invocano a giustificazione delle malefatte. Ma è anche il criterio irrinunciabile all'intelligenza delle cose) della lotta al terrorismo appena cominciata. Vale naturalmente anche per l'omicidio Calabresi, nulla lo può giustificare. Ma questo evento non può cancellare quanto di sbagliato è stato fatto prima da lui e dalla sua squadra. Nessuno può dire cosa sia successo davvero quella notte, ma ci sono prove documentate delle menzogne, dei ripensamenti, delle superficialità con le quali è stata trattata e archiviata l'inchiesta. E anche questa è una cosa inaccettabile, ancor più perché Pinelli era innocente. Di mio ci posso mettere una riflessione che mi è venuta leggendo di questi fatti: spiace vedere come l'opinione pubblica (e sono consapevole di farne parte) a volte sembri ragionare per fazioni (uno colpevole = tutti colpevoli; uno eroe = tutti eroi), e passare a seconda degli eventi in difesa di una o dell'altra, senza ragionare sui casi specifici, sui "perché", sui "come", e lasciandosi trasportare da chi attraverso la violenza pilota questi eventi ottenendo certe reazioni e spostando l'attenzione di tutti da una cosa all'altra. Sembra banale ricordarlo, ma forse non lo è poi tanto: anche Pinelli aveva moglie e figlie. Anche loro sono cresciute senza padre, e senza sapere, mai, come e perché se ne sia andato. E non hanno mai avuto il conforto della giustizia, perché l'omicidio di Calabresi non ha reso giustizia a Pinelli anzi, come disse sua moglie Licia, ha allontanato ancora di più la possibilità di conoscere la verità.
che ci sarà di nuovo in questa storia raccontata mille volte e mai conosciuta davvero, mi chiedevo: e di nuovo ho trovato molti particolari che non conoscevo, oltre alla mancanza di sicurezze dell'autore, che all'epoca del fatto lasciò che su lotta continua si scrivessero parole dure e definitive su calabresi. di nuovo - non nel concetto ma nella forza del concetto stesso - c'è l'evidenza provata e ripetuta delle menzogne della polizia, talmente palese da risultare oscena. e poi la scrittura di sofri. a questo proposito ho trovato in rete una recensione che mi trova completamente concorde: perché un libro, è banale dirlo, non è solo ciò che racconta ma anche come lo racconta. --------------------------- C’è una caratteristica, di tutti i libri di Adriano Sofri, che mi colpisce sempre, già dalle prime pagine, e mi fa andare avanti fino alle fine. È la qualità altissima della scrittura. Anche in questo nuovo libro, che pure si districa tra sentenze, verbali di interrogatori, dichiarazioni e ritrattazioni, ci sono momenti in cui la scrittura dell’autore ritorna a prendere il sopravvento e a rendere la narrazione di un’efficacia rara, rarissima nel panorama attuale della prosa italiana. Credo che molta di questa eccellenza venga dall’uso calibrato delle “sentenze”, da una punteggiatura sempre millimetrica, da un lessico che è preciso e accuratissimo senza essere mai artefatto. E da questa eccellenza deriva poi una chiarezza quasi esemplare nei momenti in cui la ricostruzione storica diviene riflessione sulle ragioni di quella storia e delle sue conseguenze. Riporto un brano, in cui si sente quanto anche i contenuti e l’analisi storica di Sofri dipendano da questa sua particolare qualità di scrittura:
"Le parole sono indulgenti, permettono un’oltranza infinita, al riparo dal passaggio al fatto. Le parole non sono pietre. Ma sono anche esigenti, e perfino esose, e a furia di sentirsi pronunciare e scandire e gridare presentano un loro conto. Le pietre non sono parole - ti rinfacciano a quel punto. E da lì in poi qualcuno non resta più al di qua del riparo, passa la linea che le separa dai loro fatti. <…> E chi oltrepassa quella linea, può essere semplicemente uno manesco, uno che ha avuto un’infanzia cupa, uno più frustrato o più fanatico; ma può anche essere uno dei migliori, uno che si constringe a fare quello che tutti proclamano doveroso fare, tenendosene al di qua, per viltà o pusillanimità o qualche altra debolezza."
Era solo per fare un esempio, insomma.
Poi il libro di Sofri dice anche tante cose (nessuna però di quelle che avevano provocato il breve scandalo delle anticipazioni: il che è per lo meno curioso). Ricostruisce un clima, un «contesto» (discute anche, in modo assolutamente persuasivo, sulla necessità o meno del contesto), una vicenda; e lo fa con la partecipazione di chi ebbe un suo ruolo in quella stagione italiana, ma anche con il piglio affabile di chi si rivolge a «una ragazza di vent’anni, di quelle che fanno le domande». Non propone nuove soluzioni, ma ricostruisce nel dettaglio una storia, importante anche se alcuni di noi non erano nemmeno nati, nel 1969. A tratti annoia anche un po’, perché fatti e persone di quegli anni sono sbiaditi nel tempo (non ho più vent’anni da molto tempo e non sono mai stato una ragazza, forse per questo) e si contorcono in verbali e controverbali non agevolissimi da seguire e decifrare. Ma resta questa straordinaria qualità dello stile e della prosa: era negli altri suoi libri ed è anche in questo. E, per il tipo di lettore che sono io, mi è difficile pensare a una qualità maggiore e più importante di questa.
"Nel 1969, una tua coetanea, una ragazza di vent'anni, non aveva mai assistito a una strage, e non ne aveva sentito parlare dagli adulti. L'Italia ne fu tramortita. Il colpo fu così insopportabile che si diffuse la tesi che si fosse trattato di una specie di incidente... Ci sono giorni in cui un intero paese resta senza respiro. Giorni in cui si dichiara una guerra, con l'euforia nelle piazze e il cuore stretto nelle case. Giorni come quello di Dallas, o l'11 settembre, in America. L'Italia li rivisse quando fu rapito Moro e trucidata la sua scorta, poi quando arrivò la sua prima lettera, infine quando fu trovato il suo cadavere. O quando fu colpito Falcone con i suoi, e sembrò schiacciata l'Italia per bene, e quando fu assassinato Borsellino, e sembrò il colpo di grazia. Il 12 dicembre fu un giorno -una sera- così. Si sentì che la vita non sarebbe stata più la stessa, che c'era stato un prima, e che cominciava un dopo. Mi servo di questi modi di dire usati, ragazza, benché sappia che quello sbigottimento non si può davvero comunicare." (Pagg 15-16) Nel '69 avevo vent'anni esatti. Potrei tranquillamente essere l'alter ego della "ragazza" a cui Sofri si rivolge. Libro non facile. Ostico, labirintico. Ed ho alle spalle centinaia di pagine di quotidiani e tomi (uno su tutti: "Pinelli, una finestra sulla strage" della Cederna) e telegiornali. Ai ventenni di oggi, e comunque a chi in quei giorni non c'era, non basterà una sola lettura.
La versione di Sofri della morte di Pinelli è un resoconto dettagliato, una perizia di parte, con l'obiettivo dichiarato di ribadire due concetti: a) non fu suicidio, non fu malore, e qualunque cosa sia successo Calabresi ne fu il responsabile b) la campagna mediatica contro Calabresi fu violenta nel linguaggio, oggi sarebbe inaccettabile, ma nel merito era fondata. Sofri sente tutta la responsabilità morale per quanto avvenne in seguito, ma ne respinge la responsabilità penale.
Detto da Oscar Luigi Scalfaro, Ministro degli Interni, Palermo 1985, a proposito della morte di Salvatore Marino, non ripercorro la vicenda leggete il libro. In breve: SM entrò vivo in una stanza di polizia e (come Pinelli, ma anche come Farid 6 novembre 2008 cfr. poscritto) ne uscì morto. Per me questa ricostruzione degli avvenimenti legati alla strage di Piazza Fontana é stata una lezione di storia. All'epoca dei fatti ero bambina e in seguito quando fui abbastanza grande da capire, gli eventi erano già diluiti nel tempo e la matassa troppo ingarbugliata per una chiara comprensione. Sofri ricostruisce in maniera estremamente documentata la vicenda della morte dell'anarchico Pinelli. L'agire dei protagonisti istituzionali, polizia e magistratura, sono dettagliatamente scandagliati, e purtroppo per tutti, esso ebbe conseguenze tragiche non solo per le vittime, ma per tutto l'apparato delegato alla gestione della giustizia. Come sempre degli scritti di Sofri amo molto la pacatezza con cui esprime le sue opinioni così come la grande capacità di introspezione personale e di elaborazione delle idee che ne consentono la loro formulazione. Anche in questo caso ho particolarmente apprezzato le pagine del libro dedicate all'esposizione delle motivazioni sull'uso delle parole, di quelle parole (Calabresi sarai suicidato) e di molte delle altre utilizzate su Lotta Continua, le quali hanno radici e una loro logica che Sofri ben dipana, senza per questo cercare giustificazioni o legittimazioni al dire di allora, ma piuttosto ci viene mostrato il percorso analitico effettuato, sociale e personale, che lo ha portato alla conclusione di essere corresponsabile dell' assassinio di Calabresi: "Io ho questo concetto della corresponsabilità: che se qualcuno traduce in atto quello che anch'io proclamo a voce alta non posso considerarmi innocente e tanto meno tradito. Ne sono corresponsabile. Solo di quello, del resto, e non di altro. Di nessun atto terroristico degli anni '70 mi sento corresponsabile. Dell'omicidio Calabresi si, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, "Calabresi sarai suicidato".