Qualcuno ricorderà il dilemma giornalìstico lanciato sulle pagine di "Repubblica" da Pietro Citati secondo il quale il sapore dei pomodori non è più quello di una volta. Quale fondo di verità abbiano simili discorsi se lo chiede Antonio Pascale che, oltre a essere una delle voci sicure della narrativa italiana contemporanea, è anche agronomo. E da scienziato si misura con gli interrogativi e i timori della scienza che la grande discussione bioetica di questi ultimi anni ha portato tra di noi. Lo fa attraverso una riflessione originale e pragmatica, che parte dal dato quotidiano, per poi spingersi, con ironia e piedi in terra, attraverso le ossessioni, i timori, i luoghi comuni legati al mondo della scienza così come viene comunemente percepito.
Antonio Pascale, nato a Napoli nel 1966 ma cresciuto a Caserta, ha pubblicato La città distratta (l’Ancora del mediterraneo 1999, Einaudi 2001), un affresco della vita nella città di Caserta, con cui ha vinto l'edizione 2000 del premio Sandro Onofri; La manutenzione degli affetti (Einaudi 2003), con cui ha vinto molti premi letterari e Passa la bellezza (Einaudi 2005). Ha curato l'edizione 2005 dell'antologia Best Off, un'antologia dei migliori testi pubblicati su riviste letterarie italiane (minimum fax 2005). Il racconto "Io sarò stato" fa parte dell'antologia La qualità dell'aria (minimum fax 2004). Sempre per Einaudi ha pubblicato i romanzi Scienza e sentimento (2008), Questo terribile intricato mondo (2008), Tre terzi (2009), Lavoro da morire (2009). Per la collana Contromano Laterza sono usciti Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro (2006) e Qui dobbiamo fare qualcosa, sì ma cosa? (2009). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax il saggio Questo è il paese che non amo. Trent'anni nell’Italia senza stile.
Pascale fa l'en plein e delude su entrambi i fronti. Per un verso confonde la "scienza" con l'economia e piuttosto che spiegare approfonditamente perché i pomodori di oggi sono effettivamente meglio di quelli di un tempo, si limita a osservare che le attuali tecniche di coltivazione consentono una maggiore diffusione e la miglior sostenibilità possibile del prodotto agricolo. Per altro verso confonde il "sentimento" indistintamente con l'amore per la letteratura, la poesia, i bei tempi andati, la fede. E così, quando etichetta quelli schierati a sostegno del "sentimento" come una categoria di persone che guarda ai processi biologici con una sorta di fideismo irrazionale e antiprogressista, li chiama, udite bene, "letterati" o "letterati puri". No, non ci siamo proprio.
Lo dico subito: ho letto questo saggio per essere rassicurato. Dovete sapere che ho una sorella che da qualche anno a questa parte, con l'indole di quelli che hanno visto la luce e sono in missione per conto di dio, si è convertita al naturale. Da quando poi è diventata mamma, si è aggiunta la preoccupazione per il figlio ad aggravare la situazione. Quindi non manca pranzo di famiglia nel quale non ci si prenda un po' in giro (io), o non si discuta delle sorti apocalittiche del mondo e dell'individuo se non inizierà a mangiare naturale (lei). Si mangia molta verdura con poco condimento. Si leggono TUTTE le etichette. La chimica è Il Male. Io faccio il brillante, mi prendo gioco dei decrescisti, scredito i carlinpetrini. Ma la verità è che mi sento in colpa. Non sarà che non mi sto impegnando abbastanza? Badate bene, sono sempre stato cautamente ecologista e mediamente moralizzatore. AH! La differenziata! I mezzi pubblici! La bici! L'auto a metano! Eppure, quando trovi qualcuno più puro di te, ti vengono i dubbi.
Questo libricino di Pascale ha il pregio di avere un approccio laico ad un problema che è forse ancora più attuale adesso rispetto a quando è stato pubblicato, nel 2008. Il titolo profetico di uno dei capitoli è addirittura "Tutto il potere ai tecnici?". Ma insomma il punto è: lui, ogni volta che qualcuno (un intellettuale, un volontario di Greenpeace, mia sorella) dice qualcosa di antiscientifico per sostenere una tesi del tipo "eh, i vecchi sapori di una volta...", lui, dicevo, gli si rovina la giornata. La risposta a questo tipo di nostalgia, ma anche a certe paure che sanno un po' di premodernità, è cercare di trovare una sintesi tra tecnica e cultura umanistica. Scienza e sentimento, appunto. Però tifando per la scienza. Trattandosi laicamente di dare un metodo, più che dare delle risposte nette, il risultato è piacevole da leggere, ma non rassicurante come speravo. - Del resto il mio inconscio cercava qualcosa che mi permettesse di dire " tutte cazzate!" e uscire tra gli applausi del pubblico pagante. Ma le biowashball non capitano tutti i giorni e se non altro, chi le sostiene, è animato da intenzioni nobili (le mie, invece, sarebbero pigrizia e incapacità di sacrificio). - Diciamo che alla fine aiuta a smontare alcuni luoghi comuni e a guardare le cose con un po' di senso critico in più, senza farsi abbagliare da certe narrazioni (approccio che si potrebbe trasferire su qualsiasi altro argomento che si scontra con l'ambiente, che sia la TAV o il nucleare).
Domenica, tra i pici al ragù senza soffritto e la torta senza burro e con lo zucchero di canna, lo consiglio a mia sorella, poi vi dico.