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Una sola moltitudine Vol. I

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«Il nome di Fernando Pessoa esige di venir incluso nella lista dei grandi artisti mondiali nati nel corso degli Anni Ottanta: Stravinskij, Picasso, Joyce, Braque, Chlebnikov, Le Corbusier». Così ha scritto Roman Jakobson. Ma se, nel caso degli autori citati, l’opera è più che nota, nel caso di Pessoa le scoperte e le sorprese sembrano non finire mai: dopo la sua morte (1935), fino a oggi, dal baule prodigioso dei suoi manoscritti sono continuati a uscire testi che rendono sempre più intricato e vertiginoso il mondo di questo scrittore, di cui si può dire – ed è una pura constatazione – che più che uno scrittore fu un’intera letteratura. Si immagini infatti un Paese (il Portogallo) che vive per vent’anni (dal 1914 al 1935) un’età dell’oro della letteratura: poeti, saggisti, prosatori, dalle fisionomie inconfondibili e a volte incompatibili, tutti però di altissima qualità, vi operano insieme, si incontrano, si scontrano. Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Álvaro de Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono «una sola moltitudine», perché nascevano tutti dall’invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l’anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona, dove aveva l’incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori ‘inventati’ da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori. «Sii plurale come l’universo!» sembra essere stato l’imperativo unico di Pessoa. Nato con una «tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione», Pessoa ha spinto quella pratica della dissociazione che è all’origine di tutta la letteratura moderna, ma anche del pensiero (e Pessoa si trova al temibile crocicchio delle due forme), alle sue conseguenze più estreme e paradossali, trascinandoci «fra anime e stelle, attraverso la Foresta delle Paure», in un luogo misterioso (Pessoa stesso) dove «in ogni angolo c’è un altare a un dio differente». Ma le Odi sontuosamente pletoriche di Álvaro de Campos come le criptiche liriche rosacrociane di Pessoa ortonimo come le angosce statiche di Bernardo Soares dipendono tutte da uno stesso punto occulto: la certezza che la vita non basta, e che quella mancanza è traversata da una lama metafisica: «manca sempre una cosa, un bicchiere, una brezza, una frase / e la vita duole quanto più la si gode e quanto più la si inventa». Con implacata lucidità, Pessoa ha voluto inventarla sino all’estremo limite. Ironico fino in fondo (le sue ultime parole furono: «Datemi i miei occhiali»), accennò una volta anche all’utilità pratica del suo invisibile delirio: «Trasformandomi così, come minimo in un folle che sogna ad alta voce, come massimo non in un solo scrittore, ma in tutta una letteratura, anche se ciò non servisse che a divertirmi, il che sarebbe per me già tanto, contribuisco forse a ingrandire l’universo, perché colui che, morendo, ha lasciato scritto un solo verso bello ha reso i cieli e la terra più ricchi e più emotivamente misterioso il fatto che esistano stelle e gente».

445 pages, Paperback

First published January 1, 1979

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About the author

Fernando Pessoa

1,252 books6,371 followers
Fernando António Nogueira Pessoa was a poet and writer.

It is sometimes said that the four greatest Portuguese poets of modern times are Fernando Pessoa. The statement is possible since Pessoa, whose name means ‘person’ in Portuguese, had three alter egos who wrote in styles completely different from his own. In fact Pessoa wrote under dozens of names, but Alberto Caeiro, Ricardo Reis and Álvaro de Campos were – their creator claimed – full-fledged individuals who wrote things that he himself would never or could never write. He dubbed them ‘heteronyms’ rather than pseudonyms, since they were not false names but “other names”, belonging to distinct literary personalities. Not only were their styles different; they thought differently, they had different religious and political views, different aesthetic sensibilities, different social temperaments. And each produced a large body of poetry. Álvaro de Campos and Ricardo Reis also signed dozens of pages of prose.

The critic Harold Bloom referred to him in the book The Western Canon as the most representative poet of the twentieth century, along with Pablo Neruda.

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Profile Image for Vittorio Ducoli.
581 reviews84 followers
October 19, 2015
Ecco i nostri occhiali

Per chi, come me, è affascinato dalla letteratura del primo novecento, quella che dovette fare i conti con la grande crisi dei valori borghesi ottocenteschi, che si trovò nel bel mezzo della più grande tragedia che l'umanità avesse mai vissuto (sino ad allora), che nel giro di un trentennio rivoluzionò per sempre il modo di scrivere, questo volume Adelphi rappresenta una lettura imprescindibile, una pietra miliare, che permette di scoprire e di approfondire una delle più grandi personalità letterarie di quel periodo che, a lungo sconosciuta o sottovalutata, merita sicuramente di stare a fianco di Musil, Kafka, Proust, Joyce.
Oggi molti sono i volumi che ci presentano scritti di Pessoa, ma Una sola moltitudine, che si compone di due volumi, ha una funzione oserei dire didattica rispetto alla complessità della figura di Pessoa, perché – anche grazie allo splendido saggio di Antonio Tabucchi posto in prefazione – entra nel vivo di quello che è il tratto peculiare della letteratura di Pessoa, ovvero il fatto che lo scrittore si è avvalso, nei suoi scritti, di una serie di eteronimi. Per chi non conoscesse questo autore è necessario spiegare: sia nelle (relativamente poche) opere pubblicate in vita, sia nella miriade di scritti trovati nel baule dello scrittore dopo la sua morte, e pubblicati a partire dal 1942, egli spesso non si è avvalso del suo nome, ma di quello di molti altri letterati da lui inventati. Non si tratta però, come solitamente accade, di pseudonimi volti per qualche motivo a celare l'identità dell'autore, ma di vere e proprie diverse personalità del Pessoa scrittore, dotate ciascuna di una precisa personalità letteraria nonché (almeno i più importanti) di una precisa biografia: sono quindi degli eteronimi, delle vere e proprie altre personalità attraverso le quali Pessoa è riuscito ad esprimere non solo tutte le sfaccettature della sua scrittura, ma anche ad enfatizzare ed a moltiplicare quasi all'infinito, a far divenire corale il suo aristocratico disgusto per la quotidianità e la sua coscienza di vivere in un mondo in disfacimento. Gli eteronimi sono infatti a mio avviso necessari a Pessoa per poter sopportare – attribuendoli ad altri – i messaggi disperati che le loro poesie e i loro scritti lanciano, per delimitare entro ambiti psicologicamente accettabili – quelli gestiti dal Pessoa ortonimo – la coscienza della propria inutilità di uomo ed intellettuale nei confronti delle dinamiche, spesso assurde e stupide, del reale. E' in questo senso che – secondo me – si devono interpretare alcuni tratti del rapporto tra Pessoa e i suoi eteronimi apparentemente assurdi, quali la lettera che Pessoa scrive e spedisce ad uno di essi o le polemiche culturali tra i diversi eteronimi (ovviamente scritte da lui): Pessoa ha bisogno che l'Ultimatum sia scritto da Álvaro de Campos, che il Libro dell'inquietudine sia di Bernardo Soares, perché il peso delle cose che ha da dire non è sopportabile da una persona sola.
Può sembrare paradossale che uno dei più radicali innovatori della letteratura del '900, uno dei più lucidi analisti della crisi epocale in cui il mondo si trovava si sia incarnato in uno dei paesi più arretrati e culturalmente isolati d'Europa nella figura di un impiegato di concetto, di tendenze politiche nettamente reazionarie, che sino alla morte ha tradotto in inglese lettere commerciali passando giornate scandite da una monotonia e uno squallore drammaticamente esposti nelle pagine di diario che Una sola moltitudine ci regala. Eppure questo paradosso è solo apparente. Innanzitutto l'impiegato Pessoa conosce almeno tre lingue, è fortemente impregnato di cultura anglosassone, è in contatto con alcune delle figure chiave delle avanguardie europee delle quali è profondo conoscitore, è un animatore culturale cui si devono la fondazione di riviste letterarie (che in genere non andavano oltre i due numeri) il cui ruolo era comunque in parte già riconosciuto lui vivente. Il suo è un reazionarismo non gretto, ma l'approdo (sbagliato, a mio avviso) di una coscienza intellettuale profondamente aristocratica (nel senso della coscienza della propria superiorità) rispetto alla banalità, alla grettezza (quella sì) della società borghese portoghese, che (quante analogie con l'Italia…) non ha mai fatto una vera rivoluzione, limitandosi ad assumere il potere per compromesso, e ad esprimere culturalmente valori ormai altrove già superati dalla storia. In superficie si potrebbero trovare analogie tra l'atteggiamento politico di Pessoa e quello di D'Annunzio ma, come accennato anche da Tabucchi, gli esiti culturali del primo sono ben diversi dall'estetismo fanfarone e francamente provinciale del vate de noantri.
Anche il fatto che il fiore di Pessoa sbocci in un angolo appartato di Europa come il Portogallo non deve stupire: a parte il fatto che comunque questo angolo appartato è stato storicamente uno dei fulcri del contraddittorio sviluppo della civiltà occidentale, è forse proprio da qui, da una terra dove persino la tragedia della guerra giunge in seconda battuta, che una personalità come quella di Pessoa ha avuto modo di esercitare con distacco il suo scandaglio analitico ed a tratti irridente (sì, ci sono anche tratti ironici e sarcastici nella poetica di Pessoa e dei suoi compari) sul tumultuoso mondo delle avanguardie europee e di raccontarci con modi del tutto originali una crisi che nel suo paese assumeva tratti peculiari ma che era di un intero modello sociale e culturale.
Una sola moltitudine ci permette di affrontare questa complessa personalità umana e letteraria presentandoci una molteplicità di scritti, suddivisi in base all'autore. Questo primo volume, in particolare, riporta scritti di Fernando Pessoa ortonimo e di due tra gli eteronimi più importanti, Bernardo Soares e Álvaro de Campos.
Mentre di questi ultimi (ovviamente…) sono presentati solo testi letterari, del Pessoa ortonimo troviamo anche appunti sparsi, pagine di diario e lettere.
Le pagine di diario, relative a poche giornate dell'inizio del 1913 (Pessoa è venticinquenne), testimoniano in maniera spietata la solitudine di questo giovane, la sua disperata capacità di esprimere, con notazioni quasi stenografiche, lo squallore del suo lavoro quotidiano ma anche il distacco con cui guarda ai rapporti umani e finanche alla sua attività letteraria: Pessoa annota, quasi mai commenta, mai esprime un sentimento o un'emozione.
Molto importanti per addentrarci nella personalità dell'autore sono le lettere: il volume ne riporta parecchie, alcune del tutto private: tra queste molto divertenti quelle indirizzate a Ophélia Queiroz, la sola donna con cui abbia avuto una relazione sentimentale, peraltro breve, ed in cui si scopre un Pessoa scherzoso, che non rinuncia neppure con l'amata a servirsi dei suoi eteronimi, ma che ripiomba nella fredda capacità analitica, in funzione visibilmente difensiva, nel momento in cui la relazione sta per finire.
Sicuramente le lettere più importanti nell'economia del volume sono le due indirizzate ad Adolfo Casais Monteiro, un critico letterario cui Pessoa spiega la genesi e le motivazioni dell'eteronimia. Anche gli appunti sparsi, che contengono piccole annotazioni personali, frammenti di testi non pubblicati, aforismi e pensieri, e che in gran parte sono riferiti agli anni di gioventù dell'autore, ci permettono di addentrarci nella personalità di questo grande solitario e nella sua coscienza della propria inadeguatezza.
L'ampia selezione di poesie che segue è esplicativa del percorso intellettuale del Pessoa ortonimo, dai sentori simbolisti di Chuva Oblíqua all'esoterismo di Sulla tomba di Christian Rosencreutz. Sono poesie, alcune brevissime, da leggere e rileggere con attenzione, perché aprono mondi di riflessione. Accanto a temi di carattere intensamente intimista ci sono veri e propri manifesti intellettuali ed anche poesie crudamente realiste come la splendida Prendemmo la città dopo un intenso bombardamento.
Seguono alcune pagine scelte dal Libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, l'eteronimo più simile a Pessoa, che egli incontra in una trattoria del Rossio e che gli consegna questo manoscritto. Essendo il Libro dell'inquietudine disponibile come edizione singola, rimando a recensioni di quell'opera.
Quasi metà del volume è dedicata ad Álvaro de Campos, l'eteronimo più utilizzato da Pessoa, quello cui affida il compito di essere rappresentante ed inventore di avanguardie letterarie. La sezione è aperta dalle note che altri eteronimi scrivono sulla poesia di Campos, tra le quali quella critica e riduttiva di Ricardo Reis, eteronimo classicista, seguite da una nota e due lettere scritte da Campos stesso (quanto si divertiva Pessoa a fare queste cose?).
Seguono una serie di poesie di Campos, dalla vigorosa e futurista Ode marittima alla splendida Tabaccheria, nella quale anche il vitalissimo Campos si arrende (come dice Tabucchi) al fallimento del ruolo dell'intellettuale rispetto alle dinamiche storico-sociali, fallimento condensato negli splendidi versi

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di conquistarlo, anche se ha ragione.


Bellissimo e sferzante lo sberleffo dell'intellettuale pseudorivoluzionario che si acconcia alla carriera, espresso da Marinetti accademico, significativamente, a mio avviso, rivolto ad un intellettuale italiano.
Stranamente Tabucchi sceglie di porre il manifesto del vitalismo avanguardistico di Campos, attraverso il quale Pessoa/Campos lancia strali feroci, e a volte ingiusti, verso la cultura ufficiale e la politica del tempo (siamo nel 1917), in fondo al volume, quando secondo me sarebbe stato meglio anteporlo alle poesie di Campos, visto il suo contenuto programmatico.
Chiudo tessendo l'elogio del saggio Un baule pieno di gente di Antonio Tabucchi, che esalta il carattere didattico del volume fornendoci, oltre che un quadro generale della personalità poetica e umana di Pessoa, un atlante degli eteronimi, dei movimenti intellettuali del Portogallo dell'epoca (molti inventati da Pessoa stesso) e delle riviste alle quali collaborò o che animò in prima persona.
Sembra che Pessoa morente abbia chiesto datemi i miei occhiali: questo libro ci fornisce una lente potentissima per affinare la nostra coscienza interiore e del mondo che ci circonda.
Profile Image for Telarak Amuna.
219 reviews3 followers
November 23, 2025
Nei frammenti degli Appunti sparsi emerge molto bene la personalità di Pessoa e perciò sono di grande interesse per comprenderne le peculiarità: dagli intensi moti d’animo interni, spesso fortemente sfiduciati rispetto all’umanità e anche alla realtà (da cui deriva la tensione verso l’esoterismo e il misticismo, cioè verso trascendenze che nobilitano l’uomo rispetto al reale materiale e concreto), ma non sempre, perché in essa trova anche il fascino del vero, di ciò che non è finto, ma si dà nella propria essenza, la pluralità interiore spesso pure in dissidio, per cui si sdoppia in tanti autori, in tanti personaggi, che siano al contempo espressione non contraddittoria della sua anima (in quanto pieni del loro sentire e non inquinati dalle altre pulsioni) e voci con cui dialogare per ovviare al sentimento di solitudine intellettuale che lo attanaglia (e infatti della letteratura salva solo i gialli, genere di puro esercizio della ragione senza coinvolgimento “filosofico”). Emerge da questi frammenti chiaramente un’intelligenza vivace, libera dalle briglie, dai canoni e tesa unicamente ad assecondare qualsiasi moto la porti più vicina al vero, un vero essenziale, privo di orpelli o di cose che, a un’analisi serrata, non si rivelino abbastanza fondamentali (e allora proprio fingersi permette di uscire dagli schemi e muoversi più liberamente per trovare sé stessi (al plurale) e il vero in rapporto al sé.
Le Pagine di diario contribuiscono a delineare la figura di Pessoa, con un lavoro vissuto chiaramente in modo passivo e svogliato e tantissima energia e tempo passato discutendo di letteratura/cultura nei bar del Chiado, chiaramente la vera passione/ragione di vita dell’autore. Emerge anche una certa solitudine di fondo, che i vari rapporti intellettuali non scalfiscono.
In [Scrivere, vivere], le lettere permettono un ulteriore sguardo sull’interiorità di Pessoa, sulla sua psiche e sui sommovimenti del suo essere: uno sguardo che, a differenza degli appunti diaristici, è più strutturato e articolato. Capiamo così meglio l’attrazione che l’esoterismo suscita sul poeta, i motivi che lo spingono a moltiplicarsi in alter ego dalla voce diversa, la sua idea totale di letteratura come arte che davvero deve produrre un cambiamento radicale in chi la vive (produce o consuma) e anche il funzionamento della sua affettività, grazie alle lettere ad Ophelinha, dal tono molto più intimistico e “domestico”. Emerge anche una persona sostanzialmente sola, sola perché non avverte alcuna persona come davvero affine alla sua idea di vita/letteratura (chiaramente inscindibili ai suoi occhi). Nessuno per lui avverte l’esigenza di produrre una letteratura rivoluzionaria e di vivere una letteratura totale, che avvolga ogni aspetto della vita (che solo così filtrata merita di essere vissuta), tanto totale da necessitare di più voci, di più sguardi che la colpiscano da direzioni diverse. Una visione così radicale, nemica dei compromessi, porta inevitabilmente a una certa solitudine e a una forte insoddisfazione per la sua irraggiungibilità; insoddisfazione che si avverte molto bene: la vita è tanto altro e non potrà mai essere interamente compresa nella letteratura, da un lato, dall’altro se non si vive più ampiamente, sperimentando la molteplicità che la vita racchiude in sé, è molto difficile fornire polpa alla letteratura. Come sempre, una visione totalizzante possiede grossi limiti; la nostra fortuna è che Pessoa ha comunque scritto e vissuto, subendo questi limiti più sulla sua pelle che sulla sua opera (in essa si indovinano nella scarsità di testi pubblicati in vita e nella mole ingente di materiale mai davvero “congedato” per la stampa/diffusione pubblica).
Nel primo blocco di Poesie c’è una prefazione di uno degli alter ego di Pessoa molto originale e piacevole nel suo mescolare ironia e verità; non verità totale, perché la prefazione può indirizzare il cervello di chi legge a una migliore, ma sicuramente monito a quei prefatori prolissi che mirano a sostituirsi al cervello dei lettori. Pioggia obliqua non ha un solo tema, non si concentra su un soggetto, ma punta alla resa di un reale che è al contempo fisico e psichico e che contamina il presente con il passato, la realtà con il sogno/il panorama mentale. Gli oggetti concreti sfumano allora nella rielaborazione mentale, nella loro forza suggestiva, nella loro capacità di innescare ricordi e pensieri in una simultaneità che è anche sensoriale (vista e udita nel frammento della chiesa, ad esempio, che genera associazioni di immagini curiose, come l’automobile) e che rende con efficacia il nostro modo di percepire/vivere/organizzare il reale, mai lineare, mai piano, ma sempre multistrato, complesso, adombrato dalla nostra esperienza, colorato dai ricordi, proiettato nelle aspettative e nei sogni (la nave in partenza, le vele); una visione del reale, insomma, che non è univoca, monolitica e statica, ma risulta da un costante dialogo tra numerosi elementi che ne disegnano e ridisegnano costantemente i contorni e il contenuto. Sui paesaggi di Impressioni del crepuscolo e della poesia successiva, quasi più psichici che fisici, aleggia un’aria di mistero, di rimando un po’ onirico a un altro/altrove/altroquando non ben definito. Pessoa rende bene quell’impressione che ogni tanto ci assale violenta che dietro quello che ci circonda ci sia molto di più, che dentro a noi ci sia molto di più di quello che coscientemente percepiamo, che la realtà sia come una punto di un iceberg (e infatti è carica di storia, di costruzioni culturali, di casualità, …). L’immensità di tutto ciò, che solo in parte riusciamo a percepire, che continua a sfuggirci, che sembra prometterci un senso molto più ampio e profondo alla nostra esistenza senza mai dischiudercelo, porta a una sorta di insoddisfatta nostalgia, a un doloroso anelito ad altro/oltre che non si riesce a raggiungere. In ciò Pessoa ricorda il Montale degli Ossi di seppia, soprattutto quando parla di anelli di errore, per il comune soffermarsi su un male di vivere antropologicamente radicato (il senso di incompletezza tipicamente umano, che da un lato ci ha spinti a progredire continuamente, a non “fermarci” come gli altri animali, dall’altro ci condanna a un'insoddisfazione di fondo, a un non accettare che sia tutto lì, sotto i nostri sensi, senza echi che rimandino ad altri piani, piani che motiverebbero tutto ciò che l’essere umano fa, perché è difficile accettare che l’essere umano, in verità, lo fa solo per sé, per stare bene nell’ora). In La morte… tutto è verità perché è tutto vero ciò che viviamo e percepiamo, vero per la nostra soggettività (e infatti la morte è non essere noto, ciò scomparire dalla percezione altrui) e niente, in questa esistenza, esiste in modo più vero delle altre cose (Pessoa o dei passi esistono allo stesso modo, cioè percepite da qualcuno) e non si può smarrire, perché tutto ciò che si fa è vero in quanto nostro prodotto genuino. Questo concetto di verità, naturalmente, scarta da quello più trascendentale (il vero platonico o qualsiasi altro vero religioso) e restituisce nobiltà e motivo di esistere a tutto ciò che esiste per il semplice fatto di esistere. In Autopsicografia l’autore definisce finto il dolore del poeta perché reso letterariamente, cioè con un travestimento; d’altra parte chi lo legge non può provare i suoi dolori perché non sono lui, né possono provare i propri perché il poeta non è loro, ne provano quindi un altro, che allude a tutte e tre i dolori, ma risulta ulteriormente arricchito grazie al suo potere allusivo; così funziona la poesia/letteratura. La mummia è una poesia fortemente allucinata, con immagini di grande vigore espressivo e potenza evocativa. Se anche la poesia fosse scritta sotto l’effetto di allucinogeni, se anche fosse da interpretare in chiave esoterica, il suo ermetismo consente uno scandagliamento della coscienza, per illuminare gli angoli più remoti e bui, per portare alla luce la sorgente di molte emozioni e sensazioni. Poiché sfiora quanto precede la coscienza (e di conseguenza il linguaggio logico e conseguente/coerente) la scelta di Pessoa di procedere per accumulo di immagini e associazioni repentine e alogiche permette molto bene di farci un’idea/provare le medesime cose. Non ho letto molto spesso un tentativo di trasporre in parole la propria interiorità tra coscienza e su/inconscio e, per quanto molte immagini siano di Pessoa e non miei/di altre persone che leggono, trovo che nella loro ermeticità riescano molto bene ad essere adattate all’interiorità di ciascuno, all’estrema mobilità del nostro mare mentale, sempre increspato, se non in tempesta, sempre sommosso da correnti sotto la superficie. Solo un cadavere come la mummia può avere una posizione esatta, cioè statica e immutabile. Dal rapporto conflittuale e non sempre ben definito tra dentro e fuori, dalla propria percezione nello spazio, così diversa a dipendenza delle situazioni (come ci sentiamo nello spazio è influenzato dal nostro stato mentale), dal rapporto tra l’io che vive e quello che processa il vivere al rimpianto di sogni infranti, passando dalla sensazione di distacco dalla propria persona, dal rapporto sempre un po’ angosciato e malinconico con la temporalità alla soggettività della percezione, Pessoa riesce a bloccare una porzione impressionante della nostra interiorità inquieta e cangiante, portandocela sul piano della coscienza e rendendoci così più consci su noi stessi. Altre poesie della sezione sono molto meno riuscite.
Il titolo della sezione successiva, Il libro dell'inquietudine, è azzeccatissimo, poiché l’inquietudine è la protagonista di questi frammenti, risultato (nelle sue varie forme) delle riflessioni o constatazioni che muovono l’animo del narratore. Questo libro riassume tutte le cause e le sfumature dell’inquietudine esistenziale (non quella legata alle mansioni quotidiane), dà loro voce e ci consola mostrandoci come non siamo le uniche persone a provare tali sentimenti (se li proviamo), oltre a indicarci in maniera più chiara da dove vengono, da quali sommovimenti dell’animo o del pensiero sono generati, rendendoceli più definiti e comprensibili, benché non aiuti a risolverli.
Nella sezione dedicata alle opere di Álvaro de Campos, i testi introduttivi sono molto utili per cogliere la sua poetica prima di leggerne le poesie, sono una chiave di lettura d’autore anche sulla sua idea di poesia e di letteratura e sul suo rapporto con autori antecedenti e soprattutto coevi e connazionali (insomma come si colloca rispetto ai movimenti letterari portoghesi), cosicché è possibile contestualizzare la sua voce. Ancora più interessante è però la sua lettera polemica verso Pessoa, un geniale ed ironico modo di segnare una propria evoluzione o una propria diversa vena poetica, che differisce e può persino porsi in contrasto con quella precedente o parallela: in fondo nessun individuo è monolitico ed è quindi normale che in un autore o autrice ci siano più voci, anche contrapposte o contraddittorie, solo che solitamente c’è la tendenza a omologarle o separarle in momenti produttivi diversi, mentre Pessoa, grazie agli eteronimi, le coltiva in contemporanea e le mette anche in dialogo (persino polemico), riconoscendo e rivendicando questo fatto, invece di minimizzarlo. L’Ode marittima è un magnifico poema, che parte con quella che sembra un’ode al mare per le sue qualità evocative di luoghi remoti, di scoperte, di avventure in una connotazione epica della persona che resta e resterà sempre a terra (quindi ingenuamente romantica), ma poi scarta rapidamente verso tutt’altro registro, con un’accelerazione del ritmo e un inasprirsi del suono, esaltando e svelando la violenza dietro a questa realtà, prima quella coloniale e poi quella piratesca (e il tono esaltato nel parlare di tutta la violenza in maniera così esplicita ottiene ovviamente l’effetto contrario dell’esaltazione, generando repulsione e indignazione, e quindi fungendo da smascheramento provocatorio e polemico, che abbatta tutti gli abbellimenti retorici di quello che è stato un crimine su larga scala identico, intendo il colonialismo, al pirataggio). In Passaggio delle ore Campos esprime tutta la sua inquietudine esistenziale, prima con una dichiarazione di inettitudine alla vita (un profondo male di vivere, una profonda insoddisfazione che gli rende tutto insensato), poi con una spinta panteista, che prima lo rende camaleonticamente tutta l’umanità e in relazione con tutta l’umanità, anche quella negativa (sia perché, in quanto essere umano, è potenzialmente qualsiasi essere umano o, in altre parole, non si distingue nettamente da nessunə di loro, sia perché qualsiasi sforzo per capire l’umanità, qualsiasi esperienza mentale di altri esseri umani - di cui si viene a conoscere l’esistenza da qualsiasi fonte -, se condotto con la spinta alla comprensione porta a un minimo di immedesimazione e quindi si diventa altrə e si interagisce con loro - in ciò si notano molte somiglianze con l’Ode marittima, dove avviene la medesima immedesimazione, la medesima spinta ad accogliere l’altrə, per quanto immorale, per comprenderlə prima di qualsiasi giudizio e quindi senza un rifiuto/una condanna a priori, e sempre con sullo sfondo un generale sentimento di solidarietà di matrice leopardiana, ossia di comunanza di tutta l’umanità nella sofferenza che comporta l’esistenza, nella ricerca di un senso/posto nella vita), poi lo fonde agli oggetti attorno a lui, agli elementi del reale, sia perché essi esistono solo in quanto da lui (e dall’umanità) sentiti (e quindi sono lui, sono i suoi sensi), sia per la profonda comunione di identità, essendo tutti costituiti di energia, da movimento. Le poesie di Campos partono quindi da un certo ancoraggio al reale, dove i sensi possono ancora portare conoscenza e dove il reale ha ancora un senso, per quanto difficile da cogliere, per poi slittare gradualmente verso una posizione più pessimista, ma anche più modesta, che rigetta l’eccezionalità, che rifugge la ricerca della Verità Finale come qualcosa di insopportabile (Demogorgone), che capisce che questo sentimento che la vita delle altre persone sia felice è unicamente dovuto al fatto che le si vede dall’esterno e che loro penseranno lo stesso vedendo il poeta (Al volante della Chevrolet…) e che la sofferenza legata all’esistenza è assolutamente comune (e non di sensibilità o animi eccezionali da artista) e diffusa e tuttə pensano che la serenità sia solo nelle altre persone (“Povera anima umana, che ha oasi solo nel deserto accanto” in Grandi sono i deserti e tutto e deserto). Insomma, tutto viene appiattito sulla normalità, la spinta all’eccezionale della poesia viene smentita e l’unica verità che è ancora raggiungibile è l’assenza di senso (“vivo niente in cui siamo”, in Non sto pensando a niente). Lo stile dei versi si accosta alla pianezza della prosa, ma arricchita da parole sdoppiate con giochi semantici, da cambi improvvisi di ritmo, da accostamenti lessicali sorprendenti, in una lingua che, nonostante sia piana, è carica di tensioni. Ultimatum, testo polemico avanguardista, invece non mi per nulla convinto per molti presupposti del suo ragionamento che mi sembrano assai dubbi.
Il libro nel suo insieme è molto riuscito e interessante proprio perché raccoglie la produzione dei vari eteronimi di Pessoa e fornisce uno sguardo d’insieme sulla sua opera sfaccettata, complessa, che abbraccia la moltitudine del reale e del pensiero e di questa si nutre.
Profile Image for Antonio Gallo.
Author 6 books57 followers
December 16, 2022
In lingua portoghese la parola “pessoa” significa “persona”. Il 30 NOVEMBRE 1935 muore Fernando Pessoa scrittore e poeta (1888–1935) L’enigma Pessoa ovvero l’enigma in persona. Rimasto presto orfano di padre, Fernando Pessoa si trasferisce a Durban, con la madre che si è risposata con il console portoghese. Nel 1905 rientra a Lisbona e trova occupazione come corrispondente commerciale per l’estero.

Il suo vero interesse è la letteratura: diventa figura di spicco dei «modernisti portoghesi» e collabora a riviste d’avanguardia. Tuttavia pubblicherà poco, la grande mole dei suoi scritti verrà ritrovata dopo la sua morte e ne farà il più importante scrittore portoghese del Novecento, e uno dei più grandi in assoluto. La «diligenza» se l’era portato via a 47 anni per cirrosi epatica. Pessoa avrebbe fatto felice Pirandello quale testimonianza vivente che siamo davvero uno, nessuno e centomila.

Tutti i suoi scritti sono firmati da eteronimi, «personalità poetiche autentiche e complete», fornite di biografia, date di nascita e di morte, nonché di un proprio inconfondibile stile. Ciò che resta tolti gli eteronimi è l’ortonimo Pessoa, da non confondersi con l’uomo Pessoa, in quanto anch’esso un eteronimo che firma esclusivamente i testi esoterici.

8 marzo 1914: «giorno trionfale» in cui prende forma Alberto Caeiro, poeta bucolico contadino, «Maestro» defunto di tutti gli eteronimi. Alvaro de Campos è il poeta che passa attraverso le avanguardie del Novecento. Ricardo Reis, di fede monarchica, fine latinista, incarna l’eredità della cultura classica. Bernardo Soares, autore de Il libro dell’inquietudine, è quello più vicino all’esperienza umana di Pessoa.

Questi sono però soltanto i più famosi degli eteronimi, di cui si contano generalmente una quarantina di esemplari. Ma alcuni studiosi ne hanno individuati, tra perfettamente costruiti, personalità meno strutturate, personaggi solo abbozzati, ben 136. Una sua poesia spiega tutto:

Il tuo nome ignoro.

Il tuo profilo non ricordo.
Le tue parole dimenticai.
Era mattina, nebbia, era Dicembre,
Quando ti trovai e ti persi.
Sogno o rammento?

Non so. Era mattina e la nebbia
Nascondeva quello che c’era e quello che pensavo
Come un falso estremo rifugio
In nessuna parte del quale io stavo.
Sogno, prolisso e intero,

Ma, se tra i tasti la tua mano vagasse,
Così, spogliata dell’esser tua, io so
Che forse potrei trovare
Tra quello che non ho potuto incontrare
Quello che non troverò.


Il Libro
«Il nome di Fernando Pessoa esige di venir incluso nella lista dei grandi artisti mondiali nati nel corso degli Anni Ottanta: Stravinskij, Picasso, Joyce, Braque, Chlebnikov, Le Corbusier». Così ha scritto Roman Jakobson. Ma se, nel caso degli autori citati, l’opera è più che nota, nel caso di Pessoa le scoperte e le sorprese sembrano non finire mai: dopo la sua morte (1935), fino a oggi, dal baule prodigioso dei suoi manoscritti sono continuati a uscire testi che rendono sempre più intricato e vertiginoso il mondo di questo scrittore, di cui si può dire — ed è una pura constatazione — che più che uno scrittore fu un’intera letteratura. Si immagini infatti un Paese (il Portogallo) che vive per vent’anni (dal 1914 al 1935) un’età dell’oro della letteratura: poeti, saggisti, prosatori, dalle fisionomie inconfondibili e a volte incompatibili, tutti però di altissima qualità, vi operano insieme, si incontrano, si scontrano. Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Álvaro de Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono «una sola moltitudine», perché nascevano tutti dall’invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l’anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona, dove aveva l’incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori ‘inventati’ da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori. «Sii plurale come l’universo!» sembra essere stato l’imperativo unico di Pessoa. Nato con una «tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione», Pessoa ha spinto quella pratica della dissociazione che è all’origine di tutta la letteratura moderna, ma anche del pensiero (e Pessoa si trova al temibile crocicchio delle due forme), alle sue conseguenze più estreme e paradossali, trascinandoci «fra anime e stelle, attraverso la Foresta delle Paure», in un luogo misterioso (Pessoa stesso) dove «in ogni angolo c’è un altare a un dio differente». Ma le Odi sontuosamente pletoriche di Álvaro de Campos come le criptiche liriche rosacrociane di Pessoa ortonimo come le angosce statiche di Bernardo Soares dipendono tutte da uno stesso punto occulto: la certezza che la vita non basta, e che quella mancanza è traversata da una lama metafisica: «manca sempre una cosa, un bicchiere, una brezza, una frase / e la vita duole quanto più la si gode e quanto più la si inventa». Con implacata lucidità, Pessoa ha voluto inventarla sino all’estremo limite. Ironico fino in fondo (le sue ultime parole furono: «Datemi i miei occhiali»), accennò una volta anche all’utilità pratica del suo invisibile delirio: «Trasformandomi così, come minimo in un folle che sogna ad alta voce, come massimo non in un solo scrittore, ma in tutta una letteratura, anche se ciò non servisse che a divertirmi, il che sarebbe per me già tanto, contribuisco forse a ingrandire l’universo, perché colui che, morendo, ha lasciato scritto un solo verso bello ha reso i cieli e la terra più ricchi e più emotivamente misterioso il fatto che esistano stelle e gente».

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September 30, 2017
"Continuo a cambiare personalità, continuo [...] ad arricchirmi della capacità di creare personalità nuove, nuove maniere di fingere che capisco il mondo, o meglio, di fingere che lo si può capire." (lettera ad Adolfo Casais Monteiro, 20 gennaio 1935, p. 139)

"Stanca essere, sentire duole, pensare distrugge." (p. 215)

"Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso." (dal "Libro dell'inquietudine" di Bernardo Soares, p. 231)
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