4/10
Ultimamente mi sono capitati tra le mani diversi libri come Hyperversum: tomi che in prima battuta avevo snobbato basandomi su impressioni superficiali, ma che ho in seguito riconsiderato per via delle impressioni anche molto positive di amici, conoscenti o semplicemente persone con un certo grado di affidabilità quanto a pareri letterari.
Bando alla modestia: avevo ragione io. Hyperversum non è brutto quanto temevo, ma abbastanza insignificante da rientrare nella fascia di voto che sospettavo, ovvero poco sotto la sufficienza. Il difetto più significativo l’avevo perfino indovinato a una prima occhiata: una buona metà delle parole del volume (come nel 90 per cento dei casi, quando si parla di volumi che superano le 400 pagine) sono inutile “bla bla bla” che fa volume e basta, senza aggiungere nulla alla narrazione.
Un esempio lampante è la frase: “«Avete chiuso il gas? Dimenticato nulla?» domandò, rivolgendogli per scherzo le domande classiche che i viaggiatori si fanno prima di partire per le vacanze. “ Ora, da “rivolgendogli” in poi la frase è perfettamente INUTILE: l’autrice sembra prendermi per scema spiegandomi una cosa che so già, che i personaggi conoscono benissimo e così qualsiasi altro lettore con un cervello nel cranio e più di dieci minuti di esperienza in questo mondo. E questa è la norma, perché la Randall ha la logorrea facile: ogni sentimento e ogni parola vengono spiegati per filo e per segno, ogni pensiero viene ribadito cinque volte, ogni minima espressione di ogni personaggio viene eviscerata con cinque o sei righe di interpretazione psicologica. Per rubare le parole a un commento veramente azzeccato che ho letto in questa stessa scheda, sembra che tutti siano per tutti un libro aperto – cosa che nella realtà non avviene quasi mai, con conseguente calo della verosimiglianza. I caratteri dei personaggi vengono mostrati attraverso le loro azioni e poi illustrati didascalicamente dai loro compagni, quasi l’autrice pensasse che io lettore non sia in grado di interpretare da solo le azioni dei personaggi. Il risultato è una lettura noiosa, pesante, che diluisce le poche cose interessanti in un mare di informazioni ridondanti.
Un secondo difetto è il fatto che la Randall ha copiato di peso punti significativi della propria storia da Timeline di Michael Crichton: il giovane storico prestante che si diletta di scherma medioevale e altre amenità in costume, il viaggio nel tempo fino all’alto medioevo, la fanciulla di nobile lignaggio che – travestita opportunamente – inciampa loro addosso entro dieci minuti dallo sbarco nel passato, salva loro la pellaccia e poi si rivela per quello che è, l’Ammore perché sì con il prestante storico di cui sopra, lo storico che partecipa a un torneo medievale e straccia tutti, lo storico che entra nella nobiltà, lo storico che decide di restare nel passato… le analogie sono significative e mi risulta difficile credere che la Randall le abbia imbroccate tutte senza mai aver letto Crichton; nondimeno, il fatto che lo abbia letto e poi lo abbia scopiazzato non depone certo a suo favore. Durante tutta la lettura ho avuto una fastidiosa sensazione di deja-vu.
Anche la scrittura in sé non è sempre buona: il PoV saltella come un coniglietto felice di testa in testa, e spesso ho dovuto rileggere un paio di frasi prima di realizzare che non capivo cosa stava succedendo perché il personaggio-punto di vista era cambiato; spesso ci si imbatte in perle della sciatteria come “piangere tutte le proprie lacrime” e altre frasi fatte del genere, che piazzate rigorosamente nei momenti di tensione ammosciano tutta la suspense con la fiera delle banalità (le frasi d’amore poi sono il peggio del peggio); i duelli sono troppo spesso raccontati confusamente, un mulinare di spade e cadere di nemici nel tipico modo in cui chi non capisce niente di duelli vuole risolvere una scena che non sa come rendere. E’ un peccato, perché in altri punti l’autrice dà prova di riuscire a mostrare bene quello che vuole.
I personaggi non hanno veramente niente da dire: Ian, il vero protagonista, è la copia scipita dell’André di Timeline e tutta la sua caratterizzazione finisce qui; Daniel è una copia in piccolo di Ian, e si differenzia dai comprimari solo perché gli viene rifilata una manciata di punti Destrezza che gli consente di ottenere un ruolo nella storia... al fianco di Ian, ovviamente. Isabeau è la più classica delle donne-angelo, un manichino dagli occhioni di cerbiatta che esiste solo per far innamorare... esatto, Ian. Martin, Donna e Jodie sono tre macchiette, parlano tutti e tre con la stessa voce e pensano tutti e tre con lo stesso cervello; in più non hanno nemmeno un ruolo determinante nella storia, tant’è che non compaiono se non in scene nelle quali, guarda un po’ che novità, potrebbero essere d’aiuto ai piani di Ian. La vita di Jodie o di Martin distanti da Daniel, l’amicizia di Jodie con Isabeau (tra il “perché sì” e il “siamo amichette, volemosebbene” della terza elementare), Donna in convento avrebbero potuto essere dei temi interessanti e ricchi di spunti da mostrare per sfaccettare questi personaggi e dare loro la personalità che non hanno, ma l’autrice ha preferito ricordarci che “Hai chiuso il gas?” si chiede a qualcuno in partenza per le vacanze... degli altri personaggi non vale la pena di parlare, nonostante i loro ruoli spesso importanti sono caratterizzati ancora meno di quelli sopraccitati. In generale tutti i personaggi hanno la stessa voce e pensano con la stessa testa (eccezion fatta per i cattivi e per il vigliacco che prendono le idee dei Buoni e le ribaltano sistematicamente), tutti sono onesti e Bbbuoni e solidali e al momento opportuno trasuderanno Veri Valori ed Eroismo da ogni poro, in un crescendo di Garystuismo – i pivelli del ventesimo secolo che stracciano nel torneo cavalieri esperti, conquistano la fiducia imperitura di numerosi feudatari, offrono contributi determinanti alla guerra, salvano vite a destra e a manca, entrano nelle grazie del re eccetera eccetera -, attraverso una serie di colpi di scena telefonatissimi per culminare in un finale stucchevole e per gran parte prevedibile, con tutti interi e felici contro ogni ragionevole pronostico. Interessante anche notare come tutti i ruoli significativi siano impegnati da uomini: va bene rispettare la mentalità medioevale, ma anche le ragazze moderne (che non hanno remore morali di alcun tipo) non fanno in sostanza nulla per tutto il corso della storia, tranne cambiarsi d’abito e impallidire e frignare e preoccuparsi per chiunque.
Non mancano comunque i lati positivi: la Randall si è impegnata per ricostruire in modo realistico la vita medioevale e questo si avverte, anche troppo in certi punti che sconfinano nel documentario; le linee principali della trama reggono, senza buchi logici di cui mi sia accorta o cantonate marchiane; in diversi passaggi la scrittura è discreta e scorrevole, la scena della battaglia finale è nitida nelle sue linee generali. Il che è comunque di più di quel che si può ottenere dall'80% dei suoi colleghi esordienti italiani editi, ma non basta ancora per rendere Hyperversum un buon libro.