Questo libro fornisce una riflessione lucida e partecipe sull'uomo recluso, sui delitti, sulla giustizia e l'esperienza del carcere attraverso la scrittura densa e partecipe di uno dei più significativi autori italiani contemporanei, da qualche anno impegnato nell'insegnamento presso il penitenziario di Rebibbia.
Da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, esperienza narrata nel diario Maggio selvaggio. Suoi reportage dall’Afghanistan e dal Ciad sono usciti sul “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “The Washington Post”. Ha scritto film per il cinema di Matteo Garrone e Marco Bellocchio. Tra gli ultimi libri pubblicati, ricordiamo Tuttalpiù muoio con Filippo Timi e Vita e morte di un ingegnere.
Un testo sapienziale, senza essere né moralista né sentimentale. E' il lungo diario di un professore che insegna ai detenuti nel carcere di Rebibbia.
La struttura è molto interessante: procede per accumulo di informazioni, i quali sono legati da due semplici elementi: il narratore e il carcere.
Si passa da aneddoti di vita carceraria a riflessioni di ogni tipo: dalla giustizia ai mass media, dall'esistenza ai rapporti mondani, dai rapporti umani alla violenza. Le riflessioni sono acute, agili, mai arzigogolate e sempre venate da una certa autoironia. A. non pretende di spiegare il mondo del carcere, mostra solo ciò che vive in prima persona. Non dà giudizi di valore, non fa del facile patetismo. Alla fine del romanzo impariamo a conoscere solo un elemento: lui, il narratore, Edoardo Albinati.
Confrontandosi con l'altro per eccellenza, colui che viene considerato 'deviato', A. esplora e scopre lati del suo essere, ma anche lati della sua società e della sua classe. Si intravede già in queste pagine del 1999 quell'indifferenza tra gli individui che caratterizzerà l'umanità e la narrativa degli anni Duemila.
E' un testo che anticipa forme ed esperienze che si consolideranno nel corso degli anni Duemila: la forte presenza del narratore, che non pretende di rappresentare la realtà, ma solo la sua realtà. Un forte senso di spaesamento, che non viene però più vissuto con paura, ma con una leggere ironia. Per quanto confuso, Albinati non rinuncia al senso e alla riflessione. Solo che non pretende di aver ragione, ma solo di spiegare le sue ragioni.
Un testo molto importante, che però ha un'unica pecca: è leggermente lungo. Verso la fine, si nota una certa stanchezza nella scrittura, che non riesce ad aggiungere altro rispetto a quanto detto nelle prime duecento pagine. Nell'ultima parte un po' si ripete, togliendo tanto alla fluidità della scrittura, notevole nella sua limpidezza visto il tema serio e pesante.
Libro che consiglio vivamente, anche solo per esplorare forme di scrittura non convenzionali.
lo so che saremo in pochi ma pensarla così, ma questo è uno dei libri che più mi ha colpito negli ultimi mesi. non so bene se sia perché sono particolarmente "presa" per i lavori sociali e in particolare dai lavori che vengono svolti in carcere, ma so che il diario (tutt'altro che minimo) di Albinati, mi ha affascinato, fatto pensare e spesso mi ha anche colpito dentro. poi ci sono cose strane, ad esempio, l'ottima critica all'ars poetica di ellroy, con una chiara lettura di chi "ne sa". e tutto passa tutt'altro che inosservato, e torni a sfiorare la costa di un libro che ormai giace nelle file di quelli (fortunelli) che sono già stati sverginati e letti voracemente. o la parentesi sulle "princese"... con richiami e rieccheggi di altri libri, che - ahi loro! - sono ancora lì che aspettano. devo proprio trarne una citazione?
"è infatti borghese chi ha tempo di indagare la propria anima: in altre epoche lo facevano solo filosofi e santi."
Diario di uno scrittore dal carcere(nel ruolo di insegnante). A quanto pare il binomio carcere/scrittore è riuscito a produrre un ottimo libro made in Italy. Estendendo il ragionamento tale soluzione si potrebbe applicare a molti. Chissà.
Megalibrone, ho scritto già una lunga recensione su Amazon e non mi va di ripeterla sorry not sorry Long story short: bel libro, scritto brutalmente con un lirismo diretto e a volte strasognante. Pone interessanti quesiti nells dinamiche d'apprendimento nelle carceri e come il docente si configura in esse. Consigliato, ma le oltre 400 pg di puro diario le sentirete tutte.