Ho comprato tempo fa questo libro, dietro consiglio della libraia che lo aveva adorato e trovato molto divertente, mi dispiace però dire che per me non lo è stato (e non mi è piaciuto).
Prima esperienza per me con questa autrice, che non è andata bene. Sono rimasta subito spiazzata dalla storia, ma in senso negativo, e a lettura ultimata ammetto di non averne capito il senso (né il finale).
Ci ho messo un po’ a raccapezzarmi, a cercare di inquadrare l’ambientazione, dove e quando. Dai particolari posso presumere di essere nel nord Italia (un posto al mare credo nell’Emilia Romagna) e negli anni ‘60, ma questa è la mia supposizione.
Protagoniste della storia un gruppo di ragazzine con un solo pensiero in testa: il sesso. Una fotografia sul tempo che fu, sui modi di educare, di andare a scuola, di essere amici, sul non sapere nulla di sesso e fare i burloni, questa è la mia interpretazione di questo libro.
Non ho amato lo stile, per niente. La protagonista racconta direttamente al lettore, quindi lo fa in modo colloquiale e zeppo di errori, che io non ho sopportato. Inoltre, benché consapevole che il razzismo fosse presente (lo è ancora) questa generalizzazione dei settentrionali e dei meridionali mi ha infastidita. Non dico che non fosse veritiera, per me però esagerata da leggere.
I capitoli sono brevi e il libro è corto, ma per me non ha né capo né coda, davvero non ne ho capito il senso, limite mio. Soprattutto poi non ho riso per niente, ma neanche sorriso, che è la cosa che più mi ha deluso. Non credo leggerò altro di questa autrice.
Sballi preadolescenziali di un gruppetto di bambine - quinta elementare o giù di lì - nella provincia ligure dei primi anni 70. Cinque babanette sempre insieme, che si ritrovano a spiare i grandi, a sciogliersi dietro al bel fusto di turno, a parlare di sesso e di quando arriveranno al primo bacio o al "pieno di super" con un ragazzo. I coetanei giocano ancora con le biglie mentre quelli più grandi le snobbano e a loro non resta che leggere i fotoromanzi o i racconti verità su Confidenze e Grand Hotel. Anche i genitori sono da sballo: quelli della voce narrante in perenne tira e molla perché lui è uno scansafatiche, la madre di un'altra è fuggita con un camionista mentre il padre di una terza è finito in manicomio da quando ha scoperto la moglie trescare con un ricciolino. A scuola la maestra razzista relega negli ultimi banchi i bambini meridionali (li chiama marocchini) e i poveri vessandoli con brutti voti e note da paura (e allora a casa i genitori ti facevano il mazzo...). Nel finale arriva la cugina scafata quindicenne, che diventa la leader del gruppetto e le incita alla ribellione in stile hippy. Il pieno di super - secondo romanzo di Rossana Campo dopo il fortunatissimo In principio erano le mutande - si rivela un pieno di simpatiche cazzate, divertenti e spesso esilaranti, raccontate con uno stile tra il naif e il grottesco, condito di tante parolacce che però non stonano affatto. Una lettura leggera e divertente come più o meno tutti i romanzi della scrittrice con in più un pizzico di nostalgia per gli anni 70. Tre stelle e mezzo.
La protagonista e il suo gruppo di amiche sono bambine curiose che si affacciano al mondo della sessualità, che è solo spiata, raccontata ma mai vissuta. Lo sfondo della vicenda è l'Italia comica e grottesca degli anni Sessanta: gli emigranti meridionali al nord, la Democrazia Cristiana, Fred Buscaglione e la liberazione sessuale della donna. Spassoso.
Pre-adolescenti arrapate scoprono il mondo vivendo in situazioni difficili. Libro che farei leggere ai trapper anche conosciuti come “il fresco di zona”
Letto anni fa. Ricordo bene che l'ho letto in poche ore e che l'ho trovato esilarante. Le storie di una bambina che ho fissato come una verosimile Stefi (quella dei fumetti del Corrierino). Bella scrittura pulita, senza ambizioni metafisiche.