Pagine di diario, proclami, racconti, transiti, metamorfosi, paradossi. Giap! raccoglie parte del lavoro narrativo e mitologico del collettivo Wu Ming tra il 2000 e il 2003, dalla «battaglia di Seattle» alle grandi manifestazioni planetarie contro la guerra in Iraq. Tre anni di rinascita dei movimenti, di estensione delle reti, di cedimento strutturale dell'ordine del mondo, di profonda trasformazione antropologica. Wu Ming, officina di romanzi tradotti in tutto il mondo, è nato all'esplodere di queste lotte. Come un parto in bisogna subito nuotare.I cinque scrittori si sono gettati a capofitto negli eventi, armati di taccuino o registratore, ricorrendo alle tecniche del proprio «sapere pratico» di artigiani/cantastorie, rimbalzando dal racconto satirico a un giornalismo passionale e picaresco, da interviste-fiume a presentazioni di libri che sfociavano in lunghe assemblee, piroettando dal Chiapas a Genova passando per Praga, da Tel Aviv al Forum sociale di Firenze fino ai piú sperduti paesini della provincia italiana. Il loro principale strumento di comunicazione è stato ed è «Giap», bollettino telematico redatto in diverse lingue e ricevuto da migliaia di iscritti/e, divenuto un vero e proprio forum dove scrittori e lettori comunicano senza barriere, confrontandosi sulla scrittura collettiva e la coralità del narrare, sui rapporti tra letteratura e vita, sulle intersezioni tra Storia e mito.Tommaso De Lorenzis ha selezionato e montato i testi di Wu Ming pubblicati su «Giap» o sul sito del collettivo, dividendoli in sezioni tematiche e facendoli precedere da un saggio introduttivo. Qualcosa di piú di un'antologia o di uno zibaldone, perché quello che si forma è un lungo racconto, di quelli che si fanno tutti insieme, a staffetta, intorno al fuoco. Il tentativo di narrare i miti di un'epoca ancora tanto rovente da sciogliere le suole e scottare i piedi.
Wu Ming (extended name: Wu Ming Foundation) is the collective pen name of four Italian writers: Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Federico Guglielmi and Riccardo Pedrini, respectively known as "Wu Ming 1", "Wu Ming 2", "Wu Ming 4" and "Wu Ming 5". "Wu Ming" means "anonymous" in Chinese. Although their real names are not secret, the four authors never use them. The quartet was a quintet until 2008, when Luca Di Meo aka "Wu Ming 3" left the group. Wu Ming had previously been using another pen name: Luther Blissett. http://www.goodreads.com/author/show/... Under that nom de plume, Wu Ming wrote the novel Q. Each member of the group also writes as an individual author: Wu Ming 1 http://www.goodreads.com/author/show/... Wu Ming 2 http://www.goodreads.com/author/show/... Wu Ming 4 http://www.goodreads.com/author/show/... Wu Ming 5 http://www.goodreads.com/author/show/...
Durante i quasi tre mesi di isolamento sociale imposto a causa della pandemia di Sars-Cov-2, leggere il blog Giap! del collettivo di scrittori Wu Ming mi è servito più del solito a mantenere allenata la mia capacità di critica sugli eventi. Avendo ancora parecchio tempo a disposizione mi è venuta voglia di recuperare anche una raccolta dei loro interventi passati. Sempre illuminanti.
Sulle pagine di Giap! sorta di taccuino di viaggio di Wu Ming e della comunità nata in seno a wumingfoundation.com, possiamo imbatterci, tra le altre, in alcune figure note agli Imolesi: Dydo, viaggiatore metaforico aveva già accompagnato i lettori del Sabato sera tra giugno e luglio del 2001, verso la Genova del G8, attraverso incontri extraterrestri strabilianti e spazi siderali allegorici.
Vitaliano Ravagli, (meta) fisico eroe imolese ha fatto irruzione sulle pagine di Giap!, accompagnandoci tutti con le sue granitiche e tenere parole verso quella stessa città che ormai ha assunto un significato simbolico simile a quello del confine.
Ciò che sta prima e ciò che sta dopo. Non importa quale posizione o quale riflessione abbia fatto maturare in noi. Sappiamo solo che non sarà più lo stesso.
L’imperatore Shih Huang Ti, ordinò che la storia cominciasse con lui. Fece bruciare tutti i libri antecedenti la sua incoronazione. Le storie narrate in quelle pagine, sopravvissero. Si tramandarono di generazione in generazione come se fossero scritte nel sangue. Ordinò che si costruisse un recinto attorno al suo giardino: la Cina. Furono gli uomini che si rifiutarono di ardere il loro passato quelli condannati a costruire la muraglia. Proprio loro, quindi, rinchiusero il sovrano in un’arida gabbia.
Schopenhauer, nel capitolo 41 del secondo libro di Die Welt als Wille und Vorstellung, scrive: “[...] Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro.”
Per quanto varie ed originali possano essere le storie, gli archetipi da cui discendono possono contarsi sulle dita di una mano. Ed essi a loro volta sono riconducibili ad un’unica forma. L’autore non è altro che una sorta di artigiano che monta e rimonta quella forma, che non può considerare sua. Egli, come i bardd gwlad del XIV secolo, non può che fare da veicolo per essa. Dobbiamo considerarla come un filo di lana che con lo scorrere del tempo si è aggrovigliato e dipanato più e più volte. È stato raggomitolato in molti modi e in molte fogge da uncinetti diversi che, però, non hanno potuto fare a meno di essere influenzati, oltre che dalla rottura o dall’imitazione dei canoni dettati dai predecessori, anche dall’ambiente circostante. L’autore è sempre un autore collettivo quindi. Non può prescindere da ciò che lo attornia, nemmeno se si rinchiudesse in un ambiente asettico: quello, infatti, sarebbe il telaio su cui rimanipolerebbe la Storia.
Giap! non è un libro, o meglio non è solo un libro È un estratto dell’attività della comunità che ruota attorno al “progetto” Wu Ming. In cui si parla di storie e ci si dimentica di esse. In cui ognuno in un modo o nell’altro ne è l’autore con le sue parole, le sue opinioni le sue risate. Unica vera musa per chi le storie le raccoglie e le riordina sulla carta.
In questa sua forma rettangolare di trecento pagine, incontriamo un caleidoscopio di personaggi di carta e inchiostro che si confondono con quelli di carne e sangue. Una comunità nella comunità. In cui non ha più importanza l’identità Garibaldi o Q. Quello che conta è ciò che essi raccontano. Ciò che Dydo, ha da narrarci del suo viaggio siderale, in cui incontra un triste e silenzioso Poznodiano, sul cui planetoide non solo le storie non sono di tutti, ma nemmeno le parole, ridotte a marchi registrati. Ciò che Vitaliano scrive in una missiva aperta, vergata con i caratteri cubitali del coraggio, del ricordo e della speranza: Avanti hanno più paura di noi! Hanno la forza non la ragione!
Il difetto del libro è che si tratta di un'operazione troppo fine a se stessa e troppo orientata a chi frequenta già Wu Ming e Giap!
La carne al fuoco c'è, la sostanaza anche quello che manca è la forma. Purtroppo la forma fa parte della sostanza.
Chiudiamo comunque il cerchio:
L’imperatore Shih Huang Ti, ordinò che la storia cominciasse con lui. Senza accorgersi che non faceva altro che narrare una storia: sempre la stessa... e che un giorno un umile contadino l’avrebbe raccontata a sua volta ai suoi figli, che ne avrebbero fatto, per gioco un’altra versione e l’avrebbero a loro volta racconta ai loro figli. Senza bisogno di doversi chiudere dietro un muro o in una torre d’avorio.
Sulle pagine di Giap! sorta di taccuino di viaggio di Wu Ming e della comunità nata in seno a wumingfoundation.com, possiamo imbatterci, tra le altre, in alcune figure note agli Imolesi: Dydo, viaggiatore metaforico aveva già accompagnato i lettori del Sabato sera tra giugno e luglio del 2001, verso la Genova del G8, attraverso incontri extraterrestri strabilianti e spazi siderali allegorici.
Vitaliano Ravagli, (meta) fisico eroe imolese ha fatto irruzione sulle pagine di Giap!, accompagnandoci tutti con le sue granitiche e tenere parole verso quella stessa città che ormai ha assunto un significato simbolico simile a quello del confine.
Ciò che sta prima e ciò che sta dopo. Non importa quale posizione o quale riflessione abbia fatto maturare in noi. Sappiamo solo che non sarà più lo stesso.
L’imperatore Shih Huang Ti, ordinò che la storia cominciasse con lui. Fece bruciare tutti i libri antecedenti la sua incoronazione. Le storie narrate in quelle pagine, sopravvissero. Si tramandarono di generazione in generazione come se fossero scritte nel sangue. Ordinò che si costruisse un recinto attorno al suo giardino: la Cina. Furono gli uomini che si rifiutarono di ardere il loro passato quelli condannati a costruire la muraglia. Proprio loro, quindi, rinchiusero il sovrano in un’arida gabbia.
Schopenhauer, nel capitolo 41 del secondo libro di Die Welt als Wille und Vorstellung, scrive: “[...] Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro.”
Per quanto varie ed originali possano essere le storie, gli archetipi da cui discendono possono contarsi sulle dita di una mano. Ed essi a loro volta sono riconducibili ad un’unica forma. L’autore non è altro che una sorta di artigiano che monta e rimonta quella forma, che non può considerare sua. Egli, come i bardd gwlad del XIV secolo, non può che fare da veicolo per essa. Dobbiamo considerarla come un filo di lana che con lo scorrere del tempo si è aggrovigliato e dipanato più e più volte. È stato raggomitolato in molti modi e in molte fogge da uncinetti diversi che, però, non hanno potuto fare a meno di essere influenzati, oltre che dalla rottura o dall’imitazione dei canoni dettati dai predecessori, anche dall’ambiente circostante. L’autore è sempre un autore collettivo quindi. Non può prescindere da ciò che lo attornia, nemmeno se si rinchiudesse in un ambiente asettico: quello, infatti, sarebbe il telaio su cui rimanipolerebbe la Storia.
Giap! non è un libro, o meglio non è solo un libro È un estratto dell’attività della comunità che ruota attorno al “progetto” Wu Ming. In cui si parla di storie e ci si dimentica di esse. In cui ognuno in un modo o nell’altro ne è l’autore con le sue parole, le sue opinioni le sue risate. Unica vera musa per chi le storie le raccoglie e le riordina sulla carta.
In questa sua forma rettangolare di trecento pagine, incontriamo un caleidoscopio di personaggi di carta e inchiostro che si confondono con quelli di carne e sangue. Una comunità nella comunità. In cui non ha più importanza l’identità Garibaldi o Q. Quello che conta è ciò che essi raccontano. Ciò che Dydo, ha da narrarci del suo viaggio siderale, in cui incontra un triste e silenzioso Poznodiano, sul cui planetoide non solo le storie non sono di tutti, ma nemmeno le parole, ridotte a marchi registrati. Ciò che Vitaliano scrive in una missiva aperta, vergata con i caratteri cubitali del coraggio, del ricordo e della speranza: Avanti hanno più paura di noi! Hanno la forza non la ragione!
Il difetto del libro è che si tratta di un'operazione troppo fine a se stessa e troppo orientata a chi frequenta già Wu Ming e Giap!
La carne al fuoco c'è, la sostanaza anche quello che manca è la forma. Purtroppo la forma fa parte della sostanza.
Chiudiamo comunque il cerchio:
L’imperatore Shih Huang Ti, ordinò che la storia cominciasse con lui. Senza accorgersi che non faceva altro che narrare una storia: sempre la stessa... e che un giorno un umile contadino l’avrebbe raccontata a sua volta ai suoi figli, che ne avrebbero fatto, per gioco un’altra versione e l’avrebbero a loro volta racconta ai loro figli. Senza bisogno di doversi chiudere dietro un muro o in una torre d’avorio.
E' una sorta di zibaldone delle riflessioni che i Wu Ming hanno proposto ai propri fedelissimi nel corso di questi anni. Riflessioni su che? Su tante cose: il rapporto col mondo dell'editoria e della narrativa, la situazione politica internazionale, il modo di scrivere a pi
A beautiful collections of articles, written by the Wu Ming collective, useful for looking at the reality, at the history that has always been told us, with different eyes. A guide to go out of that platonic cave of common thought and awaken people's awareness.
Per fortuna che questo testo, ormai fuori commercio, è ancora scaricabile dal sito dei Wu Ming. Solo apparentemente è un oggetto destinato ai lettori del collettivo, in realtà è un prezioso archivio di riflessioni su un'epoca, l'inizio degli anni 2000, in cui le nuove tecnologia prendevano piede, per poi affermarsi. Quel cambiamento, vissuto in maniera ingenua da noi piccolini degli anni 90, ha avuto nei Wu Ming una coscienza critica, capace di valutarne i pericoli e le opportunità.
Per gli studiosi dei Wu Ming, qui ci sono informazioni interessanti, ancora più preziose, a parer mio, di New Italian Epic. Inoltre, la suddivisione per temi, la rapidità degli interventi, rende godibile e profonda la lettura.
Il tema principale è quello di uno sviluppo culturale che non si fondi più sul "possesso" dei saperi o dei diritti d'autore, ma sulla condivisione. Questo perché il mito del genio è, di fatto, soltanto un mito e ogni narratore - o operatore culturale - rielabora temi, conoscenze, narrazioni, saperi ripresi dalle più svariate fonti. Ognuno può apportare qualcosa di nuovo, ma ciò è possibile solo partendo da un sapere altro che ci trascende. Quindi ogni opera è merito del "brainworker", ma anche del contesto in cui vive. Questo contro a una certa spocchia autoriale, che vede l'artista come un essere assoluto, slegato dal resto, che dona alla comunità il suo lavoro come puro, in quanto filiazione monogenitoriale.
In realtà, tale idea si adatta sia alle questione estetiche che a quelle politiche: anche l'azione politica è possibile grazia a un lavoro condiviso, dove la massa si fa moltitudine: non più passiva, bensì attiva e capace di collaborare con l'interno e l'esterno.
Allo stesso tempo, il "marchio" Wu Ming è un modo per sfruttare le risorse neoliberiste a scapito del sistema stesso: non una forma di incoerenza, bensì un modo per "cortocircuitare" la struttura, mettendola in crisi e costringendola a ripensare se stessa (proprio come fa la Cina, che portando alle estreme conseguenze le regole capitalistiche sta mettendo in crisi chi quelle regole le ha generate).