La protagonista è una contessa di Torino che a 19 anni (siamo nel 1928) viene costretta dal padre a scegliere il marito in una lista di cinque nomi.
Sceglie Francesco Villaforesta, con cui si sposa entro pochi mesi, solo perché in comune hanno l’amore per i cavalli e pensa che questo sarà un motivo sufficiente per riuscire a stare bene insieme, visto che non si conoscono affatto.
Durante il viaggio di nozze a Parigi, città di cui vuole assorbire e respirare ogni angolo ogni aspetto, al contrario invece del marito, durante una delle tante cene mondane a cui partecipa, conosce Trott, un franco-italo-austriaco (non si sa bene), anch'egli sposato, da cui rimane affascinata. Lo rivede quattro anni dopo ad un ricevimento, durante il quale lui tenta un approccio ma senza conseguenze, perché lei se ne va.
Il loro rapporto però ha una svolta ha una svolta nel 1939, quando si rivedono a Torino, una sera a teatro, e passano il giorno successivo insieme in uno squallido albergo di quart'ordine.
Intanto il matrimonio della protagonista sta naufragando: il marito ha un’amante (una prostituta), Jole, che non esita ad ostentare, come fosse la moglie, facendola addirittura servire dalla medesima sarta. I due si odiano e si fanno così tanto male a vicenda, che la protagonista decide di fuggire da Torino e rifugiarsi in Toscana, nei pressi di Siena, nella tenuta “la Bandita”, vinta dal padre al gioco e lasciatale in eredità dal fratello Enrico, a cui il padre l’aveva intestata, morto in guerra in Africa.
Trott ricompare nuovamente nella vita della protagonista soltanto dopo la guerra, le fa intendere che il suo matrimonio è fallito e che ha lasciato moglie e figlioletta in Francia; decide di rimanere nella tenuta dove aiuta la protagonista a coltivare le viti e a fare il vino. Ma nel giugno del ’46, durante i giorni del referendum per la scelta tra monarchia e repubblica, Trott sparisce nuovamente, senza lasciare alcuna spiegazione, mentre lei è fuori a cavallo con pochi, intimi amici. Lei però è incinta, non ha mai avuto coraggio di dirglielo perché temeva una sua qualche reazione negativa, visto il carattere ombroso, chiuso e irrequieto di lui. Sola, grazie all’aiuto dell’amica Nina e ai suoi consigli, decide di affidare il bambino a Mario e Novella, che l'aiutano nella gestione della tenuta. Dino vivrà accanto a lei senza sapere di essere suo figlio e diverrà abilissimo nel gestire la Bandita.
Sono trascorsi cinquant’anni ormai dal giorno del matrimonio, quando riceve una lettera del marito Francesco Villaforesta, che è molto malato e la prega di rinunciare ai diritti che ancora ha sui beni di famiglia, dato che sono ancora ufficialmente sposati, per il figlio Aimone avuto da Jole. Ma lei fa di più: lascerà una parte della “Bandita” ad Aimone, con la clausola che potrà venderla solo a Dino, a cui lascerà tutto il resto della tenuta, o ai suoi eredi.
E’ così che decide di invitare alla tenuta per una piccola festa che intende dare con i suoi amici, ricordando quei giorni del referendum del lontano ’46, anche il marito. Francesco arriva alla tenuta qualche giorno prima, approfittando di un passaggio dal figlio Aimone che deve andare a Firenze per alcuni affari. Francesco però ha un malore dovuto all’aggravarsi della sua malattia, così lei, distandogli la piccola valigetta e sfogliando il libro che lui aveva portato con sé, trova fra le pagine una vecchia lettera che le fanno scoprire la verità: Villaforesta aveva vigilato segretamente su di lei incaricando un avvocato del luogo, Ricorsi, col quale è ancora in buoni rapporti, di sorvegliarla per evitarle di commettere errori. Anche la sparizione di Trott è opera di Villaforesta e Ricorsi: i due, saputo della cattiva reputazione dell'uomo (si dice che cerchi di approfittare del patrimonio delle sue amanti, che abbia debiti di gioco, che sia stato una spia tedesca) lo hanno convinto ad andarsene in cambio di un'adeguata somma di denaro.
La protagonista, furiosa per la scoperta, vorrebbe chiedere spiegazioni a Villaforesta, che sta dormendo, ma all'ultimo rinuncia, perché si rende conto che Villaforesta l'ha amata veramente e che lei per paura e per l’ansia di essersi ritrovata gettata in un matrimonio scelto da suo padre, non è riuscita a capirlo. Prima di andare a letto dice a Dino di essere sua madre, ma lui le risponde che è tardi e che è stanca per la giornata pesante e di andare a letto che lì a vegliare al malato sarebbe rimasto lui.
La storia viene raccontata in prima persona dalla protagonista ormai ottantenne, che attraverso i ricordi, come appaiono come sprazzi di luce e di buio, ripercorre la sua vita, in continui salti cronologici dal presente, al passato prossimo, al passato più remoto, senza quindi un ordine cronologico.
La vita della protagonista si intreccia con gli eventi storici che vengono appena sfiorati e ricordati con una certa insistenza come la causa della fine di un’epoca (quella aristocratica di fine Ottocento e dei primi quarant’anni del Novecento) e l’inizio di una nuova (quella repubblicana dopo la vittoria del referendum del 1946).
Sullo sfondo però, come un quadro, il paesaggio sempre uguale, dolce e rassicurante nei suoi ritmi della coltivazione della vite e della produzione del vino (il romanzo prende il titolo dal Rossovermiglio, uno dei vini prodotti e che ha ottenuto riconoscimenti) della Bandita, che ha attraversato la storia senza esserne scalfita, come se la guerra lì non ci fosse mai stata. E con essa, l’unica cosa che la protagonista non aveva mai smesso di fare, l’unica cosa che le dava la felicità vera: andare a cavallo, sempre e con ogni condizione meteorologica.
Che dire, Rossovermiglio è un volume piacevole, dolce-amaro, tenero, nostalgico, ottimo per passare un po’ di tempo persi nella campagna toscana e tra le colline del Chianti, ma la protagonista manca di approfondimento psicologico, manca di spessore, appare come una figura di carta velina, a fine lettura viene da chiedersi ancora che cosa pensasse, che cosa volesse, che cosa cercasse dalla vita questa donna…le sue scelte, dopo il matrimonio combinato, sembrano ancora e sempre volute da qualcun altro, questo perché a mio avviso l’autrice non ha saputo (o non ha voluto) avventurarsi nella psiche umana, preferendo dare importanza e spessore al paesaggio toscano, come un pittore lascia sulla tela grosse pennellate di verdi per le colline e di rossi per i tramonti, ma relega sullo sfondo figurine umane appena abbozzate.