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626 pages, Hardcover
First published January 1, 2008
E tuttavia… Non posso non cogliere segni di umanità nella figura ritratta da Genna. Di un’umanità rattrappita, distorta, gelida: che si racconta nella propria meschinità rancorosa per mezzo di visioni e di incubi, come quelli narrati nel significativo “capitolo” 83 (pp. 448-453), il bagno di Hitler nella Grotta di Sale, il bagno in cui non a caso Hitler si immerge (e da cui emerge) nella propria corporalità più fragile, accompagnato da uno sguardo che cerca di essere chirurgico ma resta, anch’esso, umano, in fondo empatico (anzi: fonte di emozioni in un deserto che ne è privo).
Qua il dittatore è invaso da una visione escatologica e osserva «una deflagrazione immane, che cancelli l’uomo, un incendio paradossale che investa tutto il globo, causato dall’ultimo ariano che innesca un impensato ordigno totale […] Non resta nulla: la terra desolata»; e pochi attimi dopo vive un doppio terribile incubo, in cui prima è maciullato dal cane amato e poi ne fa scempio.
L’incubo desta orrore e pietà, che cogliamo, io credo, come in uno specchio nella figura del cane fedele. Pietà… E in una visione come quella ora ricordata parla la nostalgia di una purezza incontaminata dalla presenza umana – ed è un sentimento che torna altrove nel romanzo, addirittura filtra attraverso le parole del narratore, come quando è evocata la trasformazione del bacino carbonifero della Saar: «tre miliardi di anni, tutto qui rilucerebbe, abbacinante: questo carbone, pressato in metamorfosi chimica dal tempo, sarebbe un unico inscalfibile diamante. […] Ma il tedesco della Saar anticipa i tempi, corrode quel futuro adamantino» (p. 296), dove emerge di nuovo la fantasia di un mondo libero di perfezionarsi perché liberatosi dall’essere umano; o, di nuovo, nei pensieri di Hitler di fronte a uno sferico prototipo di bomba atomica: «questo è il pianeta a venire. La sua sorte. Il suo avvenire racchiuso nella forma perfetta che lo stesso pianeta assumerà, una volta che tutto sarà estinto: una sfera che vaga disabitata nel vuoto sidereo, nel gelo perenne, sganciata dal sole, da ogni sistema – la Terra metallizzata» (pp. 533-534).
Ora, a me pare che qua si delinei un tipo umano ben preciso, e non un demone, la non persona o il non essere: qua vediamo una persona che odia se stessa per la propria aridità, che non trova in se stessa un motivo per amarsi e, quindi, per amare gli altri: sperimentato il deserto in sé, scesa al fondo del vuoto emotivo, ne trae conclusioni inappellabili per l’umanità intera, che condanna a una pena capitale collettiva, cosmica – ridicola fantasia di onnipotenza nella vita di tanti; tragedia in questa vita, in cui gli atti seguono i deliri e cercano di tradurli in realtà. A me pare che qua emerga soltanto (ma è molto) un essere umano che conosce il nulla, che lo trova in sé, ma come disperazione e gelo.
Un tipo umano – una forma dell’umano che ho già trovato altrove nell’opera di Genna: nel protagonista di Dies Irae, vittima di un’aridità emotiva, riflesso dell’intera nazione italiana sclerotizzata e fossilizzata, persa, cacciata a forza in un pozzo oscuro – in un buco nero, lo stesso in cui era stato spinto il bambino innocente. Certo, in Dies Irae siamo di fronte a vittime; in Hitler l’essere umano dal cuore deserto si fa carnefice. Momenti diversi di un unico studio dell’umano. Colgo un’ulteriore analogia: Dies Irae termina con il risveglio del bambino, carne sacrificata, trasfigurato: «È un bambino umano arcaico, è fatto in lega aurea. È un bambino d’oro. È come una statua d’oro, ma è vivo. Solleva l’avambraccio destro…» (e qui vedo l’orizzonte di questo romanzo che si allarga al di là della sfera civile). Hitler termina con la visione dei Santissimi, gli ebrei sterminati: «sagome dorate, lontanissime […] Essi sono d’oro […] Sono viventi: oro vivente […] Tutti loro sorridono […] Irradiano sorriso» (p. 621). Un’immagine di salvezza: l’umano che si fa incorruttibile e regale, speranza al di fuori del tempo nell’uno e nell’altro caso (un remoto futuro – e un altro testo – in Dies Irae, il “senzatempo” in Hitler), anche se solo nel precedente romanzo ci poniamo al di fuori dell’umano, oltre l’umano. In Hitler, invece, la trasfigurazione dell’umano è ben radicata nel nostro mondo e, nelle intenzioni dell’autore, cancella la vittoria postuma di Hitler – e, concretamente, pone il sigillo sulla sua caduta agli inferi, nella disperazione e sofferenza eterne. Ma l’inferno può essere anche letto come la forma definitiva assunta da un’anima che si è consumata nella contemplazione del proprio vuoto e che non ha saputo riempirlo. Quasi un diverso, più sfortunato esito di una medesima patologia spirituale. Umana. E forse questa è una vittoria postuma, sì: ma dell’umano su Hitler, che credeva di averlo sterminato.
POSTMORTEM (nel senza tempo)
“La crepa è sotto i suoi piedi, immensamente si spalanca, lui crolla nel vuoto del crepaccio, è buio, il lupo Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo, la voragine è buia e senza fine, lui urla, urla solo ora “Io chi sono?” e nessuno sente, nessuno lo sente più, per sempre divorato, da Fenrir, dove Fenrir lo squarcia ricrescono pezzi di buia carne della sostanza del sogno, lo divorerà per sempre, cadranno per sempre nel gorgo buio”