Gli scorpioni non ritornano
“Mi alzo. Passerò la notte a casa. Devo chiudere gli occhi nel Michigan, forse anche in Germania o in Cina, non lo so ancora, cammino ma non ho paura. Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni”.
Questi racconti vivono di un'arida aderenza con le cose, con la materia e con la natura; sono cantati da un'anima fertile e ribelle, ripudiata nella razionalità e nel senso, composti in una prosa irrevocabile e stilisticamente autentica. La sostanza cosciente dei personaggi è formata da malinconie, sogni defunti, lutti, ansie, paure e frustrazioni, in un groviglio polveroso e inutile che diventa parola fossile, ossa e ferita, carbone, maledizione e preghiera. Pancake attraversa le strade, con i camion e la ruggine, il vento secco e le miniere e abita le stanze, le fattorie e i paesaggi, con uomini e donne in una desolazione selvaggia, fatta di campi, monti, boschi, i bar, le roulotte e i porti, e poi scoiattoli, serpenti, volpi, vespe, cavalli, lupi, paludi, laghi, notti e famiglie; la sua voce convive con questi elementi dentro una tragedia immotivata, una morte compresente e infinita, nella sua rumorosa angoscia. Lo scrittore ha un'intonazione biblica ed è soggetto ad una introspezione dolorosa e sorda, fino all'isolamento; le sue storie sono generate dall'incontro tra violenza cieca, atemporale e immobile e fuga poetica nella grazia e nel ricordo, nella silenziosa e mistica solitudine della natura, in un orizzonte di fraterna misericordia e di rassegnata incomunicabilità. Figlio di un minatore e di una bibliotecaria, insegnante di lettere in un'accademia militare, cacciatore e pescatore, fu travolto da una vita di sofferenza e lutto, arrendendosi al tramonto dell'amore possibile, alla depressione, al perfezionismo formale, all'infelicità. I racconti di Trilobiti eleggono rabbia e disperazione a inconsapevoli fondamenti e ineludibili compagni e discendono i fiumi dei grandi narratori americani, Hemingway e Flannery O'Connor, consegnando ballate tristi e sconsolate, di aperta rinuncia al vivere, di inesorabile decadenza: un universo rurale e infelice immaginato e narrato da un dio assente, da un padre demente o folle, da un fratello morto da eroe. Unici interlocutori, scomparsi e per sempre inaccessibili.
“Il cielo è blu scuro e la nebbia è un fumo freddo che rimane basso sul terreno. In questa prima traccia di buio le mie mani sembrano azzurre, ma non fredde; cose così diventano fredde prima o poi, ma per ora la mia mano è calda”.