Il riso è uno scoppio di energia incontrollata, un rivolgimento umorale, insomma una catastrofe fifiologica (e anche sociale, se si ride a sproposito). Ma le catastrofi sono quelle strane discontinuità studiate dai matematici. È possibile affidare loro una teoria del riso? Nell'opinione comune i matematici sono incapaci di emozioni, sono robot, macchine, magari geni, ma vorreste davvero essere come loro? Non meno degli italici carabinieri oggetto di riso, personaggi di barzellette, fin da quando Talete fece ridere la serva tracia cadendo in una buca perchè camminava guardando le stelle. Ma il nostro agente all'Avana, infiltrato nell'isolata e ben munita torre d'avorio dei matematici, ci fa pervenire rapporti che rivelano come siano loro, i matematici, tra i più prolifici autori e inventori di umorismo, storie, barzellette, aneddoti, prese in giro di colleghi e di se stessi, delle proprie manie e del gergo scientifico e accademico. Forse perchè il loro lavoro consiste soltanto nel pensare, senza vincoli espliciti posti dalla durezza della natura, dagli obblighi del laboratorio, dedicando molto tempo a creare poesie, storielle, giochi, soprattutto giochi, che fanno passare anche come cose serie. Persino uno dei più importanti medici del Novecento, Bourbaki, è frutto di fantasia: la sua vita fu un fuoco d'artificio d'umorismo. Quando sono in vena di cattiveria, poi, i matematici si divertono a costruire paradossi, mettendo in crisi con una risata i filosofi e tutti coloro che si spingono improvvidi ai limiti del pensiero, inclusi se stessi.
«Weierstrass dichiarava che nessun matematico poteva essere perfetto se non era anche un po’ poeta.»
Simpatica carrellata di aneddoti comici di e su matematici celebri, battute matematiche (molte fortunatamente comprensibili da chi ha almeno conoscenze di analisi matematica come me, altre davvero poco accessibili a meno di possedere una laurea in materia), paradossi matematici, curiosità sulla logica, sull'enigmistica, su alcuni trucchetti di prestigiatore e sui giochi in generale come applicazioni ludiche (quindi leggère) di logica matematica, ecc. Si avventura anche nella spiegazione di come nasca l'umorismo, quale sia la genesi e la struttura degli stratagemmi umoristici (confronti, iperboli, paradossi, polisemie ed enantiosemie) all'interno di barzellette/storielle/freddure o altri generici jokes attraverso la logica matematica. Ce n'è anche per gli inganni visivi, le illusioni ottiche e tutte quelle immagini che mutano in base all'orientazione o alla prospettiva dell'osservatore, come il cosiddetto triangolo di Penrose, tutta roba derivata dalla geometria (euclidea e non). Peccato che spesso e volentieri l'autore non faccia altro che ripetere la tautologia grossomodo riassumibile in "c'è umorismo nella matematica perché la matermatica ha risvolti umoristici", oltre che svelare come molti matematici siano/fossero persone di spirito e per nulla tristi. Un po' fuori luogo, magari, l'eccessivo dilungarsi nell'elenco dei paradossi più noti (tra l'altro per fretta si perde anche un po' troppo in aggrovigliamenti logici quando si trova a dover trattare i paradossi filosici, mentre quelli matematici a volte non sono spiegati in modo sufficientemente chiaro e accurato) che per quanto interessanti e calzanti non hanno molto a che fare né con l'umorismo né con la comicità menzionata nel titolo dell'opera - e poi, personalmente, mi sono trovato anche a concordare con l'affermazione di Peano (riportata nel testo) sul fatto che molti sono paradossi linguistici e non matematici. Fa sorridere spesso e volentieri, questo sì, ma nulla di più nella sua superficialità. Voto: 2 stellette e mezza; apprezzo l'intento di svecchiare l'immeritatamente pessima immagine della matematica dei suoi adepti nell'immaginario comune, per quanto il testo mi dia comunque la sensazione di essere indirizzato preferibilmente verso gli addetti ai lavori data l'assenza di spiegazioni (anche stringate) su terminolgia, simboli e teoremi qui e là menzionati , cosa che lo rende non facilmente accessibile proprio da parte di chi dovrebbe beneficiarne.
Capita che scendi a Milano, e che alla Centrale ci sia la Feltrinelli, e che anche se ci entri con l'intento utopico di uscirne senza scontrino, mentre scorri con finto disinteresse gli scaffali di saggistica trovando toh! libri già letti oppure bah! roba apparentemente sciatta, per caso leggi un titolo simpatico di un autore che conosci per fama e soprattutto in congiunzione con un sottotitolo assai stuzzicante. Finisce che ti ritrovi con lo scontrino come segnalibro del volumetto che a fine giornata hai già finito di scorpacciarti.
Le assonanza e sovrapposizioni tra matematica e umorismo sono tante, volute o apparenti, autopromosse o stizzose. Richiedono entrambe creatività, struttura, disciplina, competenza, capacità di gestione dei molteplici livelli espressivi dei linguaggi (simbolici e logici). A ciò si aggiungono le tipologie dei matematici in quanto tali, personaggi in effetti allo stesso tempo più e meno mitici di quanto descritto stereotipicamente. Insomma, anche loro sanno divertirsi, con quello che fanno e di quello che fanno. Nelle parole di un matematico affermato quale l'autore, con la sua prosa veloce, sapida, densa di contenuti e priva di ridondanza, scorrevole sebbene talvolta esigente in termini di comprensione completa del testo, questo pamphlet illustra fatti e misfatti divertenti inerenti, afferenti o derivanti dalla matematica in un'ottica umoristica. Già che l'umorismo non sia alieno alla matematica non sembra triviale, in più le opportunità di aperta risata abbondano (specie nella prima parte del testo) e sono spesso inaspettate. Citazioni, barzellette, giochi, paradossi, episodi, teoria, storia convergono organicamente a disegnare un quadro stimolante e per nulla sterile delle potenzialità intellettuali dell'indagine matematica. In questo ruolo di coltissimo divulgatore, Lolli si pone idealmente a modello (la pubblicazione risale al 1998) del più recente e ultimamente sovraesposto Odifreddi, di cui prefigura l'arguzia argomentativa, la pedante strutturazione, la ricchezza di riferimenti incrociati, la vasta erudizione. Possibilmente, Lolli cede meno alla semplificazione sebbene talvolta lesini dettagli ai non esperti rispetto a Odifreddi, che in compenso è in generale più umoristico sebbene più schierato del primo. Un arguto divertissement.
Al contrario di quel che si potrebbe pensare, la matematica si presta benissimo come oggetto di umorismo. Il vero problema è che l'umorismo matematico... è solo per matematici.
Con Il riso di Talete l'autore si propone due obiettivi: il primo è quello di contestualizzare e analizzare quel che di divertente si può trarre da una materia di solito così rigida come la matematica; il secondo è affrontare la questione dei paradossi, ampio argomento in cui la logica matematica spesso si contrappone alla logica e al linguaggio comune.
In questa seconda parte del libro, intitolata Paradossi, paradossi, paradossi, Lolli si sofferma sia sulle questioni linguistiche, che spesso sono la base per costruire un paradosso (in quanto tra linguaggio comune e linguaggio matematico ci sono spesso sfumature di significato che rendono ambigui certi termini — basti pensare alla negazione), sia su esempi pratici di paradossi, da quelli sull'infinito di Cantor a quelli più classici e noti fin dall'antichità, come quello del mentitore. Una trattazione che potrebbe essere interessante, data la vastità dell'argomento; ma la stringatezza del testo che l'autore ci fornisce, unito alla vena didascalica e —permettetemelo— al modo decisamente noioso in cui il tema viene presentato, fa sbadigliare dopo poche pagine, e la lettura scorre via senza lasciare alcuna impressione duratura.
La parte iniziale del libro, infine, intitolata Matematica e umorismo, contiene qualche barzelletta effettivamente divertente (se, come spiegavo all'inizio, siete del campo), e qualche considerazione tutto sommato interessante. Il vero limite, anche qui, sta nel fatto che l'autore, pur trattando la questione dell'umorismo, lo fa in maniera didascalica, quasi annoiata: tanto da levare il divertimento al lettore.
Per parte mia, Il riso di Talete (e lo dico con dispiacere, perché avevo riposto grandi aspettative nel libriccino) è stata una lettura... non dico inutile, ma quasi. Di sicuro tra due settimane ne avrò dimenticato i contenuti.