Tommaso Labranca è conosciuto soprattutto per la sua produzione degli anni Novanta, che col senno di poi è fatta di simpatiche ma dimenticabili sciocchezzuole. Come scrittore, il Labranca ha cominciato a dare il meglio dopo il 2000, quando ormai non se lo filava più nessuno tranne i fan irriducibili. Tra i quali, modestamente.
Fin dalla prima lettura ho classificato Il piccolo isolazionista come il capolavoro di Labranca. Ho poi scoperto che lui stesso lo considera tale. Negli anni seguenti Labranca ha continuato a sfornare testi di valore, su tutti l'ottimo 78.08, ma non ha più scritto ed è probabile che mai più scriverà niente di così sentito, così profondamente labranchiano. Non a caso Il piccolo isolazionista è l'opera nella quale più che in ogni altra l'autore accantona le ambizioni da sociologo, un ruolo nel quale non l'ho mai trovato troppo convincente, e si abbandona al flusso dei ricordi e delle libere associazioni.
Per un certo periodo ho tenuto Il piccolo isolazionista sul comodino e, complice la struttura per minicapitoli apparentemente slegati tra loro, ne ho letto qualche brano ogni sera, come fa certa gente con la Bibbia. Tra i libri di autori italiani contemporanei, credo si possa dire che è il mio preferito. Forse perché descrive con un'esattezza che non ho mai riscontrato altrove due sentimenti che hanno dominato la mia vita: la fascinazione inspiegabile per l'hinterland milanese, e il senso di angoscia cosmica dell'adolescente costretto a passare un sabato sera in casa.